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1 Gennaio 2024

Credere nelle persone

Questo 2023, a vederlo da qui, dai suoi ultimi giorni, sembra molto buio. Eppure, facendo un viaggio tra le foto del mio telefono, ho ritrovato momenti, incontri e storie piene di luce. La stessa che auguro a tutti noi per l’anno che inizia
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È stato un anno faticoso, troppo pieno di giornate in cui le notizie ci hanno riempito di angoscia: inondazioni, persone portate via dall’acqua e dal fango, un clima che non riconosciamo e ci fa paura; donne e ragazze uccise sistematicamente da chi sosteneva di amarle; una guerra che non vuole finire a meno di mille chilometri dal nostro confine orientale; un attentato terroristico di una crudeltà e dimensioni tali che fatichiamo a comprendere e che può solo ricordare l’11 settembre; una reazione per sradicare quel terrorismo che ha smarrito subito il senso delle proporzioni non facendo distinzione tra militanti e civili, tra combattenti e bambini. Un anno in cui abbiamo convissuto con troppa rabbia. Come si può respirare? Come si può avere fiducia e recuperare un po’ di serenità?

L’arcobaleno che ho fotografato sulla spiaggia di Rimini

Ho fatto un viaggio nel mio telefono, nelle foto che ho fatto nell’ultimo anno e ho trovato la risposta: si può e si deve credere nelle persone. Tendiamo a ricordarci quelle che ci hanno fatto un torto, quelle con cui abbiamo avuto uno scontro e non cerchiamo nella memoria chi invece ha fatto la differenza in positivo.
Io la fiducia la ritrovo nelle persone che ho incontrato, nelle storie che mi hanno raccontato, nello scambio e nell’empatia che si può creare.
A gennaio a Roma avevo presentato il libro (“Al volante della mia vita”) di una donna straordinaria, si chiamava Alessandra Pederzoli, aveva 48 anni, era una commercialista con la passione per il canto, raccontava la sua lunghissima lotta con un tumore raro. Fino all’ultimo (è mancata a giugno) ha coltivato la vita e le cose che amava di più. Alla fine della presentazione aveva cantato in libreria ed è uno dei ricordi più belli che mi porto dentro.

Alessandra Pederzoli

Una storia a lieto fine, uno straordinario lieto fine, è quella di Lorena e Giuseppe. Lei era una bambina destinata a morire di leucemia nel 1969, lui un giovane medico ostinato a non arrendersi. A febbraio sono andato ad incontrarli per farmi raccontare la vittoria più bella “della carriera e della vita” e di un’amicizia che dura da più di cinquant’anni. La loro storia e la potete leggere qui.

Lorena Agliardi e Giuseppe Masera

A marzo, per puro caso ho conosciuto Jack, su un volo all’alba da Catania a Milano. Ha 78 anni e 13 anni fa, poco prima di andare in pensione, è rimasto vedovo. Dopo un periodo passato a pensare di non avere più nulla da fare nella vita e nessun futuro, ha deciso di cominciare a viaggiare. Quando l’ho incontrato aveva appena finito di fare un giro della Sicilia e l’Italia è stato il 69esimo Paese che ha visitato. La sua storia la potete leggere in questa newsletter.

 Il selfie che ho scattato con Jack prima che il nostro aereo atterrasse

Oriano Scheggi è nato e cresciuto in mezzo alle vigne di Sangiovese, quelle con cui si produce il Brunello di Montalcino, e lavora da cinquant’anni nel podere di Pieve Santa Restituta, una tenuta che oggi è della famiglia Gaja. 

Oriano ricorda che quando era bambino si facevano olio e vino: le viti erano piantate tra un filare di olivo e l’altro, poi a gennaio del 1985, in una sola notte, la temperatura scese a 12 gradi sottozero. Una terribile gelata che uccise la gran parte degli alberi e decise il passaggio dall’olio al vino in tutta la zona di Montalcino.
Con Oriano ho camminato a lungo e mi ha spiegato che le colline di Montalcino sono coperte al settanta per cento di boschi di Lecci e di querce e sono un paradiso per gli animali, a partire dagli uccelli. Da secoli questo è il panorama e non si può tagliare il bosco storico per piantare le vigne.La terra che Oriano coltiva è piena di fossili di milioni di anni fa: un paio di anni fa ha trovato due denti di squalo bianco, appartenuti a un esemplare che doveva essere lungo più di dieci metri.

Oriano Scheggi

Una cosa bellissima è tenere fede alle promesse, anche quelle piccole. Così dopo tre anni sono andato a trovare Silvana Vivoli, che manda avanti la più antica gelateria di Firenze. Avevo raccontato la sua storia durante il primo lockdown quando facevano anche cinquanta chilometri per portare un gelato a domicilio e lo servivano ai pochi clienti attraverso una buchetta medioevale nel muro. Silvana è nata nel 1967, al tempo dell’alluvione: «Allora fu un disastro, ci vollero due settimane per rimettere in piedi il negozio, ma questo ci ha insegnato a non arrenderci mai».

Il nonno di Silvana, Raffaello, aveva cominciato a fare il gelato nel 1930, ma nel quartiere di fiorentini non c’è rimasto più nessuno: «Solo mia madre e una signora di 78 anni che ogni giorno cala il cestino dalla finestra per avere il suo gelato». Aver mantenuto la promessa ha avuto molti lati positivi, non solo osservare come fanno il gelato e perdermi nel loro laboratorio ma anche assaggiare il suo strepitoso affogato al caffè.

Silvana Vivoli e il suo affogato al caffè

Al Salone del libro di Torino ho presentato l’ultimo lavoro di Fernando Aramburu, uno dei miei scrittori preferiti, il suo “Patria” è il libro che amo di più. Naturalmente abbiamo parlato di terrorismo basco, di come la società spagnola sta provando a chiudere quelle ferite, ma anche – ed è quello che mi è piaciuto di più – del suo processo creativo. Fernando scrive guardando un grande cactus che ha davanti alla scrivania, personificazione di chi lo leggerà, ma quando si blocca e non riesce ad andare avanti allora a salvarlo ci pensa Luna, la sua cagnolina che sta sempre sui suoi piedi. Escono a fare una passeggiata e lui ritrova il filo della scrittura.

Con Ferdinando Aramburu al Salone del Libro di Torino per presentare il suo ultimo libro: Figli della favola

Quando nel 2011 la cosiddetta “Venere di Morgantina”, una statua del V secolo avanti Cristo raffigurante una dea, tornò in Sicilia (da cui era stata trafugata) dopo un accordo tra lo Stato italiano e il J. Paul Getty Museum di Malibù, mi chiesi se aveva senso portarla nel piccolo museo archeologico di Aidone. Quest’estate sono andato nel centro della Sicilia per trovare la risposta: sì, è giusto che sia tornata a casa, ma meriterebbe di ricevere l’amore e le attenzioni che le venivano date in California.

Meriterebbe quella cura che una coppia di tedeschi, che arrivati qui per caso durante un viaggio decisero di restare a vivere, ha messo nel piccolo bar che si trova proprio di fronte al museo. Producono torte, biscotti alla cicerchia, olio, fanno delle granite strepitose e sono di una gentilezza modello.

L’interno del caffè La Piazzetta del Museo con il titolare

La storia più potente che ho raccontato quest’anno – la potete leggere qui o ascoltare in podcast – è l’incontro tra Maite Billerbeck e Rossana Ottolenghi, la prima è la nipote di un criminale di guerra nazista responsabile della strage degli ebrei del Lago Maggiore (54 uomini, donne e bambini assassinati e gettati nel lago nel settembre di ottant’anni fa), la seconda è la figlia di Becky Bear che sopravvisse alla strage.Il loro incontro a Meina è stato uno degli sforzi più intensi e potenti per tenere lontano l’oblio e per fare memoria in senso nobile e intelligente.

Maite e Rossana il 24 settembre 2023 sul lungolago di Meina

La Signora delle Comete è la mia donna dell’anno. Ho intervistato Amalia Ercoli Finzi, 86 anni, quest’estate e la sua energia e il suo esempio sono la cosa più contagiosa che ho incontrato. Prima laureata in ingegneria aeronautica in Italia, ha lottato senza sosta per farsi spazio in un mondo che era tutto maschile e non ha mai smesso di studiare e ricercare. Il suo racconto lo potete leggere qui e la sua voce ascoltarla qui e capire come andremo un giorno su Marte.

 Amalia Ercoli Finzi

Altre/Storie va in vacanza e non uscirà per due settimane. Ci ritroveremo venerdì 19 gennaio. Molti auguri per un anno di serenità e di pace.

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