IL PODCAST

Vita da Crisanti

25 giugno 2021 | diMario Calabresi

Ci sono persone che vediamo ogni giorno in televisione, sui siti, di cui conosciamo la voce e le opinioni ma di cui non sappiamo niente. In quest’ultimo anno i volti nuovi si sono moltiplicati: donne e uomini esperti di virus, di malattie infettive, di modelli di diffusione delle epidemie che fino a ieri erano noti solo nelle università nei centri di ricerca e ai convegni e poi, improvvisamente, sono diventati di famiglia e chiunque li riconosce per strada.

Andrea Crisanti nel suo ufficio all’interno dell’Ospedale Giustinianeo di Padova

Tra questi ce n’è uno che mi ha colpito più degli altri, per il modo veloce in cui parla, perché non ha peli sulla lingua, perché è sempre corrucciato e perché ha mostrato fin dall’inizio di saper pensare diversamente. Si chiama Andrea Crisanti, è romano, ha 66 anni ed è professore di Microbiologia all’Università di Padova. Prima che tutto cominciasse, quando il virus era solo una questione cinese, iniziò ad allarmarsi e si procurò una partita di reagenti acquistandoli direttamente dall’Imperial College di Londra dove ha lavorato e insegnato per 25 anni. Li avrebbe usati, poche settimane dopo, per tracciare e fermare il virus a Vo’ Euganeo, il secondo focolaio italiano dopo Codogno. Se l’intera sanità italiana avesse reagito nello stesso modo, non occupandosi solo di chi aveva i sintomi della malattia ma cercando i diffusori asintomatici, probabilmente la nostra storia recente sarebbe stata ben diversa.

Volevo incontrarlo per capire la sua storia, per vedere se è capace di ridere o almeno di sorridere e per sapere cosa farà il giorno in cui tutto sarà finito, il giorno in cui sperabilmente potremo fare a meno di interpellare esperti di virus ogni sera e ogni mattina.
Così ci siamo incontrati nel chiostro dell’Ospedale Giustinianeo di Padova, costruito a fine Settecento e nel suo ufficio abbiamo registrato una nuova puntata del podcast che prende il nome da questa newsletter. L’ho chiamato: “Vita da Crisanti” e lo potete ascoltare qui .

L’ultimo episodio della mia serie podcast “Altre/Storie”. Potete ascoltarlo cliccando sull’immagine

Da bambino sognava di fare il pilota d’aereo, alla fine delle scuole medie la madre lo imbarcò su un volo per andare a trovare lo zio in America e quel viaggio solitario è la cosa che ricorda con più emozione della sua adolescenza: «Era il 1968, è stata un’esperienza incredibile, che ha stimolato la mia fantasia, perché un ragazzino che sale da solo a quattordici anni in un aeroplano, poi pensa che qualsiasi cosa sia possibile». 
Nell’anno della maturità decise di studiare fisica, «per capire i meccanismi dell’universo», poi si rese conto che sua madre sperava facesse medicina. I genitori si erano separati quando lui aveva sette anni e il padre, antiquario, si era trasferito al Nord, lontano da Roma. Decise di assecondare i desideri di sua madre e non se n’è mai pentito. Si sarebbe laureato con la lode alla Sapienza di Roma, dove avrebbe conosciuto anche Nicoletta che sarebbe diventata sua moglie e che oggi è primario a Londra. Provò a specializzarsi in Italia ma per otto volte le sue domande furono respinte, così cominciò un percorso europeo che lo avrebbe portato prima di tutto a Basilea: «Lì ho imparato una cosa fondamentale, che la creatività e il successo scientifico hanno un ingrediente essenziale: la libertà. Libertà di dire quello che pensi, di essere in disaccordo e di sperimentare fuori dagli schemi». Poi si trasferì in Germania a Heidelberg e alla fine all’Imperial College di Londra, dove ha fatto ricerca e insegnato per un quarto di secolo. In Italia è tornato soltanto due anni fa, chiamato come ordinario per “chiara fama”. La sua rivincita su un sistema che lo aveva tenuto fuori.

La tazza di Andrea Crisanti 

Ha due telefoni che suonano in continuazione ma non ha nessun account sui social, niente Facebook, niente Instagram e nemmeno Twitter, non li guarda mai: «Non li ho mai aperti perché non volevo farmi influenzare, perché involontariamente poi uno cerca di seguire quelli che lo approvano o, al limite, cerca anche di piacere a quelli che non lo approvano. E questo ti snatura. Io ho cercato in tutti i modi di rimanere quello che ero: un ricercatore». 
Mi parla anche di vaccini, di no-vax, dell’importanza dei modelli matematici per decidere se le mascherine vadano tenute o meno, del fatto che possiamo immaginare sarà necessario un terzo richiamo per tutti, degli errori fatti e delle speranze.

Ma io vorrei capire cosa farà quando la pandemia sarà finita, quando nei telegiornali si tornerà a parlare delle solite cose – crisi di governo, leggi elettorali, il grande caldo o di qualche scandalo – e degli esperti ci dimenticheremo.  «Sicuramente non sarò con le mani in mano. Mi occupavo di controllo di malattie trasmissibili e ad Heidelberg e Londra abbiamo fatto degli studi assolutamente fantastici con la prospettiva di eradicare la malaria. Mi dedicherò a cercare di contribuire a cancellare una malattia che uccide mezzo milione di bambini all’anno e infetta cento milioni di persone, soprattutto in Africa».
Mi racconta di quanto la malaria sia capace di segnare lo sviluppo umano e di lasciare tracce profonde: «L’Italia porta ancora geograficamente le cicatrici di questo problema. Se lei fa una fotografia aerea notturna delle zone dove la malaria era endemica scoprirà che sono ancora oggi le aree dell’Italia più buie».

Sulla sua scrivania c’è una tazza su cui è disegnata una zanzara: «Mi è stata regalata quando venivo dileggiato con il termine di zanzarologo. Ma non è un’offesa, anzi lo prendo come un complimento». Ci saranno ancora le zanzare nel suo futuro, anzi l’eliminazione di quelle poche specie portatrici di malattie. Prima di salutarlo insisto per capire se esista una sua vita fuori dalla ricerca e dall’università, così scopro che restaura mobili e cornici, come faceva suo nonno: «Ho recuperato questa sua competenza artigianale, mi piace accudire anche le cose oltre alle persone». 
Comunque, è capace di sorridere e anche di ridere. E lo fa abbastanza spesso.