IL FILM

Una pianta senza fiori né foglie

27 novembre 2020 | diMario Calabresi

«Io sono una pianta ma non faccio né fiori né foglie». Si può racchiudere una vita intera in una frase? In una frase terribile e senza speranza, che restituisce l’idea di un’esistenza mutilata, condannata a restare sempre uguale, senza lo scorrere delle stagioni, in un unico lunghissimo inverno? Sì, se si tratta di un inverno durato quarant’anni. Breve è stata la vita di Antonia Custra, raccontata in un film presentato questa settimana al Torino Film Festival dal titolo “Il buco in testa”. Una vita tutta passata a combattere un unico grande nemico: il rimpianto.

Palazzo del Quirinale, Roma, maggio 2004. In occasione della festa della Polizia, Antonia Custra riceve la medaglia d’oro al Valor civile in memoria di suo padre, il vicebrigadiere Antonio Custra, dal presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi (©Ansa)

La prima volta che ho sentito il nome di Antonia era il 13 maggio 2004, ero a Roma e stavo facendo colazione. Mia madre era appena rientrata a casa, si era alzata alle cinque e mezza per andare in Piazza del Popolo alle prove generali della festa della Polizia. Insieme ad un gruppo di donne, madri, figlie o vedove di uomini dello Stato uccisi negli anni Settanta, aveva dovuto camminare davanti al picchetto d’onore e poi fare finta di ricevere dalle mani del presidente della Repubblica la medaglia al valore. Accanto a lei c’era una ragazza di 26 anni, con i capelli completamente rasati, gli anfibi e il piercing, quando venne il suo turno scoppiò in un pianto sconsolato. «Mi sono guardata in giro per un attimo – mi raccontò mia madre – poi ho rotto il protocollo e sotto gli occhi di un presidente invisibile e di una tribuna d’onore deserta, l’ho abbracciata forte e ho iniziato ad accarezzarle la testa. Si chiama Antonia Custra. Suo padre è stato ucciso in via De Amicis a Milano nel 1977».

Il giorno dopo in Piazza del Popolo il presidente non arrivò, la sera prima era scivolato e si era fratturato la clavicola destra. La delusione era grande, quando all’improvviso quel gruppo di donne venne caricato su un pullman e portato al Quirinale. Carlo Azeglio Ciampi le aspettava insieme alla moglie Franca, con il braccio al collo, un foulard al posto della cravatta, la giacca blu appoggiata sulle spalle e cominciò a parlare a braccio. Volle appuntare le medaglie da solo, nonostante lo potesse fare con una sola mano e con quel gesto restituì tantissimo a quelle donne. Ricordo il sorriso di Antonia mentre il presidente le faceva una carezza.

Alla fine mi avvicinai ad Antonia, mi soprese per la velocità dei suoi occhi, che sembravano vedere attraverso le cose e le persone. Mentre parlavamo pensavo alla fotografia più famosa degli anni Settanta, quella del ragazzo con il passamontagna, i jeans a zampa d’elefante e gli stivaletti, che piegato sulle ginocchia tende le braccia impugnando una pistola. Venne scattata a Milano il 14 maggio 1977. Antonia era l’altra faccia di quell’immagine, la conseguenza di quel gesto. Perché di fronte a quel ragazzo e ad altri che quel giorno usarono le armi per la prima volta c’era un gruppo di uomini in divisa, uno di loro era suo padre, si chiamava Antonio Custra. Aveva ventidue anni, era napoletano, era arrivato a Milano da pochi mesi insieme alla giovanissima moglie, che aspettava una bambina concepita durante il viaggio di nozze in Germania. Venne colpito e cadde sui sampietrini. Morì dopo un giorno di coma. La moglie, con il suo pancione di sette mesi, tornò a Napoli seduta nel carro funebre accanto alla bara del marito. Il primo luglio nacque Antonia.

L’attore Tommaso Ragno, Guido nel film “Il buco in testa”, tiene fra le mani la foto simbolo degli anni di piombo, scattata il 14 maggio 1977 a Milano e di solito accostata all’omicidio di Antonio Custra (©Paolo Pedrizzetti/Luz)

Ci incontrammo di nuovo due anni dopo quella mattina al Quirinale, sul lungomare Caracciolo a Napoli, io stavo scrivendo “Spingendo la notte più in là” e decisi di raccontare la sua storia. «Di mio padre resta solo un nome, quasi sempre sbagliato. Niente di lui, niente di noi. A me basterebbe che quelle poche volte che mio padre è citato sui giornali, quasi sempre in relazione alla famosa foto, non lo si facesse sbagliando nome e cognome: si chiamava Antonio e non Antonino, ci chiamiamo Custra e non Custrà. Non ho mai capito chi gli abbia cambiato il nome e chi abbia aggiunto quell’accento, ma da trent’anni lo vedo storpiato ovunque».

Mi parlò della famiglia di origine di suo padre, settimo figlio, e subito emerse il rimpianto: «Sognava di avere un sacco di bambini». Antonia ha passato tutta la sua vita a immaginare il sorriso e l’allegria di quel padre che non aveva conosciuto, ai fratelli e alle sorelle che non erano mai arrivati, alla madre che avrebbe potuto avere: «Il giorno in cui è morto mio padre è morta mia madre. Lei è ancora con me ma da trent’anni è un fantasma, è assente, ha paura di tutto: non esce, non si compra nulla, mai un viaggio, mai un ristorante, si è chiusa in un silenzio totale».

Antonia non è mai riuscita a progettare una famiglia per sé, dei figli, un amore, perché tutta la sua testa era girata indietro, prigioniera di quel vuoto che non le dava pace. «Due volte alla settimana vado da una psicologa, passo dall’anoressia alla bulimia: ho problemi con il cibo, un vuoto che non riesco a riempire. Penso sempre a come sarebbe stata la mia vita, con un padre, dei fratelli con cui giocare e confidarsi, ne avrei avuti tanti e mia madre non sarebbe stata così. Certe volte ci penso talmente tanto e senza farmene una ragione che alla fine non ce la faccio più, crollo sfinita. Non riesco ad avere pace».

Provò a trovare la sua indipendenza nel lavoro, fece la spazzina: «Sono stata la prima spazzina donna di Napoli, l’ho fatto per due anni. Con me entrò un altro gruppo di ragazze, la città non era abituata e le umiliazioni non mancarono. Io spazzavo in centro, in piazza del Plebiscito e i ragazzi mi sfottevano, mi seguivano, fischiavano, “ma come scopi bene…”. Sono orgogliosa di averlo fatto, non lo nascondo, anzi dico sempre: “Ho iniziato come spazzina”. Alla fine mi conoscevano tutti, ero meticolosa, pulivo come fossi a casa, e mi personalizzavo la tuta blu, a Natale mettevo gli accessori rossi e appendevo le palline sul carrello e intorno al secchio. Poi ho fatto un concorso al ministero dell’Interno e ho cominciato a lavorare in un ufficio della Polizia ferroviaria».

Prima del nostro incontro andai a Milano a cercare le carte delle indagini e dei processi sulla morte di suo padre, immaginavo che mi avrebbe chiesto qualcosa, ma non immaginavo che non sapesse nulla, come mi rivelò appena ci sedemmo a tavola: «Mia madre non ama parlare di mio padre, soffre molto, allora io non chiedo. Non ho seguito i processi perché ero troppo piccola e poi avevo paura di stare troppo male. Sono anni che rimuovo, che non voglio affrontare: bene, io non so niente di cosa è successo quel pomeriggio a Milano e vorrei che tu me lo raccontassi, partendo dal nome dell’assassino».

Mentre le nostre pizze diventavano fredde le raccontai che il ragazzo che sparò si chiamava Mario Ferrandi, detto “coniglio” per i suoi denti sporgenti, e allora aveva 21 anni. Volle sapere se fosse ancora in galera, le dissi di no, volle sapere se fosse quello della famosa foto e le risposi di nuovo di no: «Quello è Giuseppe Memeo, non ha ucciso tuo padre, aveva solo 18 anni, era la prima volta che impugnava una pistola, ma nel 1979 con i Proletari Armati per il Comunismo, quelli del terrorista Cesare Battisti, ammazzerà l’orefice Pierluigi Torregiani e l’agente della Digos Andrea Campagna». Mi chiese di spiegarle bene cosa era successo, le feci un disegno su un tovagliolino di carta e le spiegai che Ferrandi non era in mezzo alla strada ma sul marciapiede, nascosto dietro una macchina, a soli quaranta metri dai poliziotti. Fu lui a sparare il colpo mortale, come scoprì il giudice Guido Salvini dieci anni dopo, e verrà condannato in un secondo processo nel 1990. «Non sono mai stata a Milano in via De Amicis, ho un rifiuto verso quella città e non ho il coraggio di andarci, ma c’è qualcosa che spieghi cosa è successo, una lapide o qualcosa del genere?». «Nulla», le risposi e si è dovuto attendere il 2008 perché una targa venisse posta a ricordo dell’accaduto.

L’attrice Teresa Saponangelo nel film “Il buco in testa”, dove interpreta Maria, personaggio ispirato ad Antonia Custra. In questa scena, è in treno per andare a incontrare l’assassino di suo padre (©Nunzia Esposito)

Riprese a parlare: «Forse dovrei andare a Milano, dovrei leggere le carte del processo, accettare un appuntamento con il dolore che magari mi permetterà di superare, di elaborare il lutto. Fino ad oggi non ho mai letto un libro giallo, sto attenta anche alle notizie di cronaca, mi tengo lontana dalle pagine dei giornali con i morti e la violenza. Il fatto di non avere saputo niente mi ha creato un fortissimo odio ma non ho mai saputo contro chi indirizzarlo. Mia madre mi raccontò, ora lo ricordo, che andò al processo e vide le facce dei ragazzi dietro le sbarre e che le facevano pena. Io invece avrei fatto una strage, nel senso che gli avrei urlato contro tutta la mia rabbia». Un anno dopo la nostra pizza, Antonia trovò il coraggio: salì su un treno per Milano e andò a incontrare Mario Ferrandi. Mi raccontò le sue paure, il dolore, ma anche un senso di liberazione. Trovò un uomo segnato dalla vita e dalla colpa e questo la aiutò a uscire dai pensieri di odio. Ma quel buco non le diede pace nemmeno negli ultimi dieci anni di vita, segnati da un tumore che l’ha portata via nel 2017.

Ho ritrovato Antonia in Teresa Saponangelo, la protagonista del film di Antonio Capuano “Il buco in testa”. Il titolo è perfetto, come perfetta l’interpretazione: una persona che alternava slanci di passione a ritirate improvvise, che rinunciava alla vita per paura di ferirsi, ironica ma anche selvatica e dura. «Mi sento come un coniglio davanti ai fari», dice la protagonista in una scena che la vede nello studio della sua psicologa.

La locandina del film “Il buco in testa”, di Antonio Capuano, ispirato alla vita di Antonia Custra

Il film racconta la tempesta di una vita, il viaggio e l’incontro. Per bocca di Antonia-Teresa dice cose definitive sul terrorismo, quelle che la tormentavano. Antonia non sapeva di citare Pasolini, ma ripeteva che da una parte della barricata c’erano i figli del proletariato meridionale, dall’altro i figli della borghesia milanese che giocavano con le pistole e hanno distrutto esistenze. In quel Settantasette ci furono 42 omicidi e 2128 attentati politici.

Quando arrivano i titoli di coda ripenso ad Antonia, a come per vivere sia necessario e fondamentale fare i conti con il proprio passato, guardare in faccia ciò che ci fa più paura, dare un nome a tutte le cose anche le più dolorose. Solo così si può guardare davanti. La storia di Antonia non ha avuto un lieto fine, non ha consolazioni finali, perché quando finalmente era riuscita a voltare la testa è arrivata la malattia. Per questo sento ancora più forte l’ingiustizia di quello che è successo. Questo film ha il merito di strapparla all’oblio.