IL RACCONTO

Storia d’amore e vocazione

4 settembre 2020 | diMario Calabresi

La prima volta che si sono incontrati lei lo ha fatto aspettare tre ore. Era un venerdì mattina di gennaio del 2017, entrambi dovevano partecipare a un corso di tre giorni per prepararsi alla partenza per l’Africa. Si stavano specializzando, lui a Roma in Pediatria e lei a Ferrara in Medicina interna, e avevano avuto la possibilità di partire con il Cuamm, la più grande organizzazione italiana di “Medici con l’Africa”, per perfezionare la specializzazione lavorando sei mesi in Tanzania. Erano stati scelti per andare insieme a Tosamaganga, un ospedale rurale che si raggiunge con una giornata di viaggio da Dar es Salaam.

Luca Brasili e Agata Miselli, 34 anni, medici del Cuamm, hanno tenuto aperto l’ospedale di Tosamaganga, in Tanzania, anche in questi mesi di pandemia (foto ©Nicola Berti/Cuamm)

Luca Brasili per tutta la mattina aveva guardato la porta, nell’attesa di capire con chi fosse destinato a condividere quell’esperienza, infastidito per tanta mancanza di professionalità: mai avrebbe immaginato che con quella ragazza che arrivò solo a mezzogiorno, farfugliando che la colpa del ritardo era della strada ghiacciata, avrebbe condiviso non solo il lavoro ma anche la vita. Per Agata Miselli, invece, le cose furono chiare quasi subito, tanto che quella notte non chiuse occhio. Ma qui non voglio raccontare una storia d’amore rafforzata da una vocazione comune, ma quella di due giovani medici italiani di 34 anni che, dopo aver finito la specialità, due anni fa hanno scelto di tornare in Africa. Quando è partita l’epidemia di Covid-19 sono rimasti a Tosamaganga per tenere aperto un ospedale di 180 posti letto dove si fanno 2.500 parti l’anno, tanti quanti l’Ospedale Gemelli di Roma.

Ma ci sono dei numeri e delle storie che abbiamo tutti completamente perso di vista, oggi più che mai, angosciati da un virus che sconvolge le nostre vite da otto mesi. Nel mondo finora sono morte 863 mila persone per il Covid-19, per difenderci abbiamo fermato le economie, le scuole, gli aerei, chiuso i negozi, i cinema e bloccato le nostre vite. Con uno sforzo economico che non ha precedenti nella storia dell’umanità si stanno sostenendo i sistemi sanitari e cercando un vaccino. Ogni anno in Africa muoiono di semplice diarrea 652 mila persone, in gran parte sono minori, ma niente e nessuno si ferma nemmeno per un minuto, e qui le cause sono conosciute e affrontabili e le cure sarebbero a portata di mano. Questa strage si ripete costante ogni dodici mesi. Potrei aggiungerci i 917 mila decessi per infezioni respiratorie o ricordare che ogni anno nel mondo la malaria uccide 400 mila persone.

Luca Brasili è specializzato in Pediatria: l’immagine è stata scattata nel 2017, durante il periodo di perfezionamento svolto a Tosamaganga con il Cuamm (foto ©Stefano Raimondi/Cuamm)

Per questo ho cercato Agata e Luca, per capire da loro in che prospettiva il coronavirus è visto in Africa e la loro risposta è figlia dei numeri che vi ho appena dato: «Uno dei motivi per cui non ti rendi conto dell’impatto dell’epidemia – spiega Luca – è la mortalità di tutte le altre malattie: la morte qui è ancora un’esperienza quotidiana che colpisce le madri che partoriscono, che fa strage di neonati per le più semplici infezioni, che si porta via giovani che apparivano sani fino al giorno prima. Questo rende tutto relativo e riduce la percezione del Covid».

Non esiste una fotografia della situazione in Tanzania perché non esistono dati ufficiali sui contagiati e nemmeno sui morti. Mi raccontano la strategia del presidente John Magufuli che, dall’inizio della pandemia, ha tenuto posizioni estreme: ha subito chiuso le scuole ma non ha mai interrotto cerimonie religiose e, quando i casi hanno raggiunto quota 500, ha deciso che i numeri non sarebbero più stati comunicati e ha proibito di pubblicarli. Ma il centro sanitario nazionale ha continuato a fare i tamponi e questo rendeva impossibile la strategia di negazione del problema del presidente, così un giorno è apparso in televisione e ha annunciato di aver sabotato il laboratorio che faceva i test. Ha raccontato di aver tamponato una papaia, una quaglia e una capra, di aver spedito i test al laboratorio con falsi nomi e di aver ricevuto la risposta che erano positivi. Non sappiamo se le cose stessero esattamente così, sappiamo però che la direttrice è stata licenziata e che il presidente Magufuli ha potuto dire che è inutile avere un laboratorio e che i test sono inutili e così li ha resi impossibili.

Questo non significa che in Tanzania non ci si ammali e non si muoia di Covid, ma non lo si dice ufficialmente e la vita cerca di scorrere come prima. «Anche noi – sottolinea Agata – abbiamo avuto decessi di persone giovani con polmoniti bilaterali, con tutte le caratteristiche del coronavirus, ed è morto un nostro collega che lavorava nel laboratorio, lasciando due figli piccoli e una moglie incinta. I casi non sono finiti ma nel frattempo il presidente ha dichiarato chiusa la pandemia e ha detto: “Dio ci ha salvato”». «Il lockdown totale – aggiunge Luca – nei paesi africani è molto difficile se non impossibile, molte persone escono la mattina per guadagnarsi quello che mangeranno la sera stessa, vivono alla giornata e se li obblighi a stare in casa allora non mangeranno. Il presidente ha pensato che quello era il primo problema da evitare».

Agata Miselli, specializzata in Medicina interna, al lavoro nell’ospedale di Tosamaganga, all’epoca del semestre di perfezionamento nel 2017 (foto ©Stefano Raimondi/Cuamm)

Gli chiedo perché il virus, al di là della mancanza di statistiche, non abbia colpito l’Africa quanto l’Europa e gli Stati Uniti: «Non siamo capaci di spiegarlo, possiamo solo mettere in fila dei dati che sono evidenti: è il continente con la popolazione più giovane, si vive all’aperto, i negozi non sono quasi mai al chiuso, così i ristoranti e i luoghi di divertimento, ci si sposta principalmente a piedi e con le biciclette e forse un aiuto viene dal clima e dalla temperatura».

Mi parlano di come l’isolamento in Tanzania faccia più paura della morte: «Le persone con i sintomi si sono chiuse in casa, non sono venute all’ospedale. Per una famiglia è fondamentale servire il parente malato, lo accudiscono in ospedale e questo rende impossibile isolarli. Inoltre l’isolato è considerato un untore di cui avere paura, da cui anche gli infermieri si tengono alla larga. Per questo in isolamento nessuno ci vuole andare».

Luca e Agata hanno un incarico che durerà ancora un anno, poi torneranno in Italia per una pausa di studio, vorrebbero aumentare le loro specializzazioni, ma non riescono a immaginare un futuro che non sia in Africa. Luca voleva occuparsi di bambini e fare il medico fin da quando era alle elementari, quello che fa è esattamente “il lavoro che voleva fare da grande”, certo non avrebbe immaginato di lavorare giorno e notte senza sosta ma la sua voce mi dice che è felice: «Il motivo per cui sono venuto in Africa è che c’è un bisogno immenso, vado a fare il medico dove c’è più bisogno, è la mia vita non è un lavoro».

Agata spiega come funziona la terapia ai familiari di un paziente, nell’ospedale di Tosamaganga (foto ©Nicola Berti/Cuamm)

In Tanzania, come in molte parti dell’Africa, il sistema sanitario è privato, il paziente si deve pagare tutte le medicine, le famiglie racimolano i soldi per l’antibiotico, ma una cura più lunga di cinque giorni per gran parte della popolazione non è sostenibile. All’ospedale di Tosamaganga, grazie al progetto del Cuamm “Prima le mamme e i bambini”, vengono coperti completamente i costi del parto, sia per le emergenze ostetriche che per il cesareo e non pagano nulla nemmeno i neonati ricoverati in Neonatologia.

Agata invece non aveva la vocazione, voleva studiare Lingue orientali, fare l’insegnante e viaggiare in Medio-Oriente; sua madre ha insistito perché si iscrivesse a Medicina e con il tempo si è appassionata, poi è stata conquistata dal lavoro: «Quello che mi muove è l’attenzione alle sfighe degli altri». Sta zitta un attimo e poi aggiunge: «Magari questo non lo scriviamo».