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17 Aprile 2023

Quando mangiavamo bachi da seta

Le farine di insetti sono un alimento sostenibile per gli animali e gli uomini. Contrapporle al cibo tradizionale è solo una scelta ideologica. Che non tiene conto della tradizione delle nostre campagne e dei nostri nonni. Il racconto di un geniale allevatore di mosche.
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I miei nonni mangiavano le lumache, le rane, la cervella fritta, amavano il risotto con le creste di gallo e la finanziera, piatto della tradizione piemontese a base di fegatini e interiora. Mi sono venuti in mente in questi giorni in cui si è scatenata una polemica culturale e politica all’idea che si possano mangiare i grilli, visti come cibo barbaro e pericoloso. Eppure, non vedo così tanta differenza con rane e lumache e ricordo che proprio per i nonni erano una leccornia e quando ero bambino erano prelibatezze della domenica. Negli Anni Trenta il padre di Beppe, allora bambino, rubava i bachi e se li mangiava intinti nel miele. La madre lo sgridava perché erano preziosi e servivano per la seta. Quando ascoltava questi racconti Beppe, che aveva una decina di anni, inorridiva all’idea e faceva una smorfia.

Beppe Tresso

Cinquant’anni dopo Beppe, che di cognome fa Tresso, si sta organizzando per allevare bachi da seta per ricavarne una proteina per integratori alimentari. Perito agrario con una laurea in Economia, Tresso ha avuto molte vite nei suoi quasi sessant’anni: è stato segretario regionale del WWF in Piemonte, ha scritto il piano ambientale delle Olimpiadi invernali, ha fatto il consulente su tematiche ambientali e energie rinnovabili per enti pubblici e privati e nel 2015 è rimasto folgorato da una visione: «Guardando un video in rete ho capito che si apriva un nuovo mercato, quello dell’allevamento degli insetti per farne mangimi, mi sono messo a studiare e ho aperto la mia azienda: la BEF Biosystems. Significa “Bugs for Environment and Feed”, ovvero usare gli insetti per fare farine che alimentino gli animali». 

Da allora l’azienda è cresciuta – i dipendenti sono diventati sette e i collaboratori una quindicina – senza fare rumore, oggi invece quelli come Beppe sono nell’occhio del ciclone: «Io oggi non mi occupo di cibo per alimentazione umana, ma una cosa la devo dire: è una tempesta in un bicchiere d’acqua, si fanno semplificazioni ridicole che fanno immaginare un piatto di cavallette come alternativa alla bistecca. Ci sono argomenti che meriterebbero attenzione e non slogan: la popolazione mondiale ha appena superato gli otto miliardi di persone e per ogni bambino che nasce in Occidente ce ne sono almeno tre che nascono in Paesi in via di sviluppo e non possiamo pensare che in futuro non vogliano mangiare come noi, non vogliano avere una dieta più proteica. Se alzassimo lo sguardo oltre i nostri confini ci accorgeremmo che almeno due miliardi di persone vivono in ambienti senza pregiudizio verso grilli, cavallette o insetti, non hanno problemi a mangiarli. Olandesi, francesi e tedeschi lo hanno capito e si sono lanciati nella sperimentazione, noi invece siamo qui a difendere un fortino immaginario».

Beppe Tresso però non è per nulla preoccupato dalle prese di posizione del governo e dai decreti: «Ci hanno regalato un sacco di attenzione e fatto una grande pubblicità: non passa giorno in cui non riceva telefonate da chi ne vuole sapere di più, inviti a partecipare a convegni e dibattiti e dieci curricula al giorno di laureati che vogliono lavorare con noi».

L’ impianto della BEF Biosystems dove vengono allevati gli insetti

L’azienda di Beppe ha arruolato milioni di mosche soldato con cui produce mangimi per animali: «È una scelta ecologica, sostenibile e circolare». Mentre racconta è pieno di entusiasmo e non si capacita che non sia chiara a tutti la sua rivoluzione copernicana: «Raccogliere un chilo di scarti organici significa spendere tra 30 e 50 centesimi e per fare un chilo di farina di insetti ci vogliono 16 chili di scarti organici. Ogni chilo della nostra farina evita che si debbano produrre e trattare quei rifiuti e permette di risparmiare 8 euro nelle bollette. Inoltre, si evita di alimentare gli animali con soia e grano e si riduce l’importazione di farina di pesce, che ha un impatto ambientale disastroso su ecosistemi come il Mare Artico e toglie cibo alle popolazioni delle coste occidentali dell’Africa, perché è più conveniente per i grandi pescherecci fare le farine che vendere il pesce».

Le larve utili alla produzione di mangimi per animali

Gli chiedo di raccontarmi come funziona: «Noi ritiriamo scarti di frutta e verdura, scarti di mense e ristorazione e vinacce. Li mettiamo in un silos, li sanifichiamo e poi inseriamo le piccole larve che in una settimana mangiano tutto e crescono. Qui si creano sia concime per l’agricoltura, sia larve che vengono addormentate con il freddo e poi destinate a diventare farina. Sono larve di mosca soldato, una mosca che non genera problemi all’uomo: in tre giorni si accoppia e muore e a differenza della mosca comune non scappa».

Beppe mi vede perplesso all’idea che gli animali si nutrano di larve, allora mi chiede: «Ma hai idea di come siano fatti i mangimi tradizionali? Con farina di ossa, di piume, sangue secco e scarti dei macelli…».

Cambio discorso: hai mai mangiato un grillo o una cavalletta? «Ho assaggiato diversi insetti, non mi sono piaciuti molto, solo una formica sudamericana era davvero buona. Ma la mia passione è un’altra: il vitello tonnato! Non facciamo l’errore di pensare che le cose siano in concorrenza o che si vogliano cancellare le nostre tradizioni, pensiamo invece a lasciare il pesce, la soia, il grano per l’alimentazione dell’uomo e a dare agli animali altre proteine che noi non amiamo. Conviene a tutti. Comunque io lumache e rane le mangio ancora».

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