LA STORIA

Raccontami la tua vita

12 marzo 2021 | diAnna Dichiarante

È l’agosto del 2020, a Ravenna fa molto caldo. L’appuntamento è confermato per mezzogiorno in un bar nella zona della Darsena. C’è un giardino con i tavolini all’aperto, il posto ideale dove incontrarsi in tempo di pandemia. Maria Rosaria Focaccia, classe 1938, si veste con cura, indossa una blusa leggera, bracciale e anelli in tinta. Ad aspettarla c’è Simonetta Venturini, 49 anni, autrice, attrice e regista di teatro, ma anche scultrice. Non si sono mai viste prima. Per questo, e forse per la grande differenza d’età, si danno del lei. Simonetta intuisce che Maria Rosaria è una persona pudica, così sfodera le doti che l’esperienza di teatrante le ha regalato per metterla a suo agio. Tra loro scatta subito una particolare empatia, che diventerà amicizia. Simonetta, allora, fa scivolare tra le tazzine del caffè la domanda per cui sono lì: «Da dove vuole cominciare a raccontarmi la sua vita?».

Ravenna, agosto 2020. Maria Rosaria Focaccia, oggi 82 anni, una dei protagonisti del progetto “La Compagnia dei racconti”

È così che Maria Rosaria e Simonetta si sono conosciute grazie a “La Compagnia dei Racconti”, un progetto nato nel 2018 a Castel Bolognese e sbarcato l’anno successivo anche a Ravenna. A pensarlo e a renderlo realtà è stata la cooperativa sociale “Villaggio Globale”, che ha voluto affrontare in modo originale il problema della solitudine degli anziani.

Come funziona? Si selezionano dei volontari con una chiamata pubblica e li si prepara affinché sappiano come comportarsi con gli anziani, soprattutto quelli soli o a rischio di emarginazione: imparano a informarli correttamente sui servizi di cui possono avere bisogno, ad aiutarli, ascoltarli e intervistarli. Perché un ulteriore obiettivo del progetto è raccogliere il patrimonio di ricordi e testimonianze custodito dalle vecchie generazioni, sottraendolo all’oblio e trasformandolo in memoria collettiva. Per farlo vengono create delle coppie – un volontario e un anziano – soprannominate, appunto, compagnie dei racconti. Le storie, infine, vengono scritte e stampate in volumi che sono presentati durante incontri organizzati nei vari quartieri e distribuiti agli stessi protagonisti o agli altri partecipanti.

Ravenna, settembre 2020. La presentazione dei volumi in cui sono stati pubblicati i lavori de “La Compagnia dei Racconti” presso il centro sociale “La Quercia”, in zona Darsena

«Noi assistiamo chi si trovi in condizioni di disagio o fragilità – spiega Andrea Caccìa, responsabile dell’area Innovazione sociale di “Villaggio Globale” – e proprio operando sul campo ci siamo resi conto di quanto il fenomeno della solitudine stia dilagando nella popolazione più avanti con gli anni. Da qui l’idea di fare appello alla cittadinanza e attivare l’intera comunità, perché la questione non può essere risolta soltanto con l’intervento di servizi sociali o professionisti. In fondo, si tratta dei nonni di tutti». Si è deciso, quindi, di testare e rodare il progetto nel piccolo paese di provincia per poi replicarlo a Ravenna, con il sostegno del Comune (che lo ha finanziato insieme alla Regione Emilia-Romagna) e di alcuni enti del terzo settore radicati sul territorio.

La risposta è stata davvero buona. Tanto che “La Compagnia dei Racconti” è arrivata alla seconda edizione: «Abbiamo pubblicato il bando nel gennaio 2020 e ricevuto circa 500 adesioni da diverse parti d’Italia – continua Caccìa – a quel punto, però, è scoppiata l’emergenza virus e le cose sono proseguite a rilento. Alla fine, abbiamo ristretto la cerchia agli abitanti di Ravenna che hanno ribadito la loro disponibilità e abbiamo formato 70 coppie». Dopo il lockdown, si è sfruttata l’estate per riunire in sicurezza le singole compagnie. Alla scrittura delle biografie degli anziani si è aggiunta la raccolta delle loro fotografie d’epoca, affidata all’associazione “Sguardi in Camera”: le immagini di gioventù e di famiglia hanno permesso di ricostruire uno spaccato storico, un ritratto in bianco e nero della città inedito per i più giovani.

Ravenna, settembre 2020. Simonetta Venturini e Maria Rosaria Focaccia dopo la presentazione dei volumi de “La Compagnia dei Racconti”

«Nonostante le difficoltà – commenta Caccìa – il progetto si è rivelato ancora più utile nell’ultimo periodo perché i volontari sono stati spesso vicini psicologicamente e materialmente agli anziani, costretti a non uscire di casa o lontani dai parenti. Si sono instaurati rapporti che sono andati oltre e questo è il risultato che più ci sta a cuore. Perciò siamo convinti che “La Compagnia dei Racconti” non debba fermarsi; attendiamo che la situazione migliori, ma siamo pronti a partire con le prossime edizioni sia a Castel Bolognese sia a Ravenna. E, chissà, in futuro potremmo dare una mano a chiunque voglia riprodurre altrove il nostro modello; stiamo già collaborando con cooperative di Rimini, Parma e Milano che ci hanno contattato».

Molti degli anziani coinvolti hanno immediatamente accettato di buon grado, mentre altri si sono mostrati imbarazzati o diffidenti. «A chi può interessare la mia vita?», è stata la reazione prevalente. Ma è bastato chiarire che si cercavano storie normali per vincere le resistenze. Al termine del percorso, l’entusiasmo è stato unanime. Maria Rosaria e Simonetta ne sono l’esempio. “Il passato lascia sempre segni sulla pelle”, s’intitola il racconto che hanno prodotto e che un domani potrebbe pure sfociare in un libro.

«Ora, finalmente, ci diamo del tu – sorride Simonetta – ci sentiamo e siamo riuscite a pranzare insieme qualche volta». Originaria di Varese, Simonetta ha vissuto a lungo a Bologna finché non s’è trasferita a Ravenna. In questo progetto si è letteralmente buttata: «Da regista e da donna, sono abituata a dovermi guadagnare la fiducia altrui, a stimolare la coesione all’interno di una squadra. In un’intervista, invece, non mi ero mai cimentata, ho seguito l’istinto più che la scaletta prestabilita di domande… Dopo aver rotto il ghiaccio, Maria Rosaria è stata un fiume in piena. Ha sforato il tempo che ci era stato assegnato e mi telefonava per aggiungere pezzi al suo racconto, via via che le tornavano in mente».

Ravenna, inizio degli anni Cinquanta. Maria Rosaria Focaccia in via Gulli, vicino alle case di un nuovo progetto di edilizia popolare. La sua famiglia fu tra le prime assegnatarie

I ricordi di Maria Rosaria sono riaffiorati, compresi i più dolorosi e traumatici. Da bambina trascorse un anno in un campo di concentramento in Jugoslavia, dove il padre lavorava. Al ritorno in Italia trovò la guerra: i bombardamenti, la sera in cui difese sua madre da un tentativo di stupro da parte di soldati tedeschi, la notte in cui suo padre fu portato via e il mattino in cui ricomparve senza più i denti, irriconoscibile. Poi l’adolescenza e la passione per la sartoria. Fino a 25 anni, quando partorì Massimiliano. Era sola, come lo era stata durante la gravidanza: appena gli comunicò di essere incinta, il suo fidanzato la lasciò. La sposò con un ritardo decennale. Lei, intanto, sopportò la vergogna, i pregiudizi e la fatica di crescere un figlio senza nessuno accanto.

Maria Rosaria rimase presto vedova e svolse vari mestieri per mantenersi: inserviente scolastica, segretaria presso l’archivio generale della Biblioteca Classense, custode alla tomba di Dante. Nel 1977 ebbe sua figlia Giorgia. Di nuovo dovette contare sulle sue forze, perché il compagno tardò ad assumersi le proprie responsabilità. Anche lui, peraltro, scomparve prematuramente. Dopo la pensione, Maria Rosaria si è dedicata molto ai due nipoti; il più piccolo, Riccardo, sta con lei di pomeriggio o nei momenti liberi dalle lezioni. «Lui mi ha dato la spinta per combattere la disillusione in cui ero precipitata – ammette la nonna – alla mia età è facile farsi sopraffare dalla noia. Per questo “La Compagnia dei racconti” è stata una sorpresa, un’evasione dalla quotidianità. Un raggio di Sole».

Altre immagini di Maria Rosaria Focaccia da ragazza, raccolte per il progetto da Simonetta Venturini. Nella seconda, lei è con il fidanzato e futuro marito

Si commuove Maria Rosaria. Come si è commossa mentre ripercorreva la sua vita seduta a quel tavolino con Simonetta e mentre rivedeva le sue fotografie, soprattutto quelle con la sorella che abita in Florida e che le manca. «Spero che i nostri racconti possano essere d’insegnamento per i giovani – dice – e spero che altri miei coetanei provino la stessa esperienza. Io ho scoperto una bella persona a cui mi sono affezionata». La voce le trema. Simonetta parla per lei: «Maria Rosaria è una donna coraggiosa, sveglia, contemporanea, ironica e all’occorrenza critica. Ha compiuto scelte controcorrente e ne ha pagato il prezzo. Ha tenuto alta la testa in una società che additava le ragazze madri come delle poco di buono, si è rovinata la salute per quanto ha faticato, ha protetto i suoi figli. Soffriva, piangeva di nascosto. Ma non si è mai arresa».

Nel raccontare, Maria Rosaria si è preoccupata di come sarebbe potuta apparire agli occhi degli estranei, descrivendo determinati eventi o sentimenti, ed è stata attenta alle parole. «Ma ha capito che era la sua occasione per lasciare una sorta di testamento – riprende Simonetta – e io mi sono accorta che le premeva confrontarsi, avere la mia opinione su tanti aspetti della vita, in primis sull’amore. Il suo maggiore rimpianto. Abbiamo discusso e discutiamo di ogni argomento. Ci teniamo per mano. “Potrei essere tua madre, ma vorrei che mi considerassi un’amica”, mi ripete. Comprende le mie gioie e i miei tormenti. È un’anima giovane chiusa in un corpo al tramonto e percepisce in maniera potente questa discrepanza».

Ravenna, fine degli anni Cinquanta. Maria Rosaria Focaccia insieme a Clara Laghi, titolare della sartoria dove lei lavorava all’epoca, sua amica e mamma del fotografo Alex Majoli

Alla fine, Simonetta esprime il desiderio di continuare nell’avventura: «Le storie di tutti sono speciali e meritano di essere narrate. Sapere che c’è chi ha voglia di scriverle e leggerle fa sentire importanti, riaccende l’autostima. E ancor più fa bene agli anziani, che si credono ormai inutili o di peso, che concentrano i loro pensieri sulla malattia o sulla morte. Ma ciò non rende giustizia alle loro esistenze. Anche chi raccoglie le loro testimonianze respira una boccata d’ossigeno. Viene catapultato sul palcoscenico di uno spettacolo meraviglioso come la vita».