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24 Dicembre 2023

Se fosse Natale anche a Gaza

Suor Nabila da 17 anni vive a Gaza e passerà questo Natale nella parrocchia in cui, con altre 635 persone, è rifugiata dall’inizio dei bombardamenti. In una serie di telefonate e messaggi vocali mi ha confidato le paure e le speranze che ogni sera racconta a Papa Francesco
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Il racconto si interrompe in continuazione perché la comunicazione salta, sotto si sentono voci che rimbombano nella navata della chiesa, sono voci di bambini. Alla fine decide che, per spiegarmi come stanno vivendo, sia meglio mandarmi una serie di vocali. La voce è quella di suor Nabila Saleh, mi parla dalla chiesa della “Sacra Famiglia” di Gaza. Le ho chiesto di raccontarmi il Natale della comunità cristiana: 635 persone che dopo lo scoppio della guerra si sono rifugiate negli spazi della parrocchia.

Suor Nabila è arrivata a Gaza nel 2006 e negli ultimi tredici anni si è occupata della scuola in cui studiavano 1.250 alunni, prima che i bombardamenti a Gaza cambiassero la sua vita

A due giorni dalla notte di Natale l’incertezza è totale, la fatica e la paura predominano e l’unica speranza è la tregua: «Ogni giorno è peggio, adesso non abbiamo l’elettricità e non abbiamo l’acqua, ne è rimasta pochissima da bere. C’è il pozzo, ma senza corrente o carburante per far funzionare il generatore non riusciamo a tirare fuori l’acqua potabile, questo è il problema più grande. Le condizioni igieniche sono terribili e non abbiamo più cibo sufficiente per tutte le persone che vivono dentro la chiesa». Parla con lentezza, in italiano, suor Nabila, 45 anni, egiziana, nata in una città sul Nilo a metà strada tra Il Cairo e Luxor. È arrivata a Gaza nel 2006 e negli ultimi tredici anni si è occupata, insieme ad altre due suore, della scuola in cui studiavano 1.250 alunni in maggioranza musulmani. Dall’8 di ottobre, il giorno dopo l’attacco terroristico di Hamas, la sua vita è completamente cambiata: ora si preoccupa di organizzare la vita di centinaia di famiglie, di distribuire il cibo e l’acqua tra chi ha visto nella parrocchia l’unica salvezza quando sono iniziati i bombardamenti israeliani. Nelle prime settimane della guerra erano riusciti ad avere dei rifornimenti, ora sono circondati dai carri armati e in tutta la zona si combatte: «Intorno a noi ci sono ormai solo macerie».

La “Sacra Famiglia” è l’unica chiesa latina della città palestinese, si trova nel distretto di Al-Zeitun e allo scoppio della guerra era stato garantito al Patriarcato che sarebbe stato un posto sicuro: «Le autorità israeliane avevano indicato le due chiese, quella ortodossa e quella latina, come i luoghi dove potessero rifugiarsi tutti i cristiani». Luoghi sicuri.

Così è stato fino a sabato scorso quando i cecchini israeliani hanno sparato nel cortile della scuola uccidendo una madre e una figlia: «Non capiamo perché sia accaduto, qui non ci sono armi, non ci sono terroristi, ci sono solo famiglie di cristiani con i loro bambini. Adesso abbiamo ancora più paura».

La “Sacra Famiglia” si trova nella parte settentrionale della Striscia di Gaza, la prima ad essere stata attaccata dall’esercito israeliano

Suor Nabila mi spiega esattamente che cosa è successo davanti ai suoi occhi, la voce è affaticata e dura: «Nahida, una donna di 65 anni con 7 figli e 21 nipoti, era uscita per andare nel bagno che abbiamo all’esterno della scuola, dove era ospitata con la sua famiglia. Mentre camminava in direzione del convento è stata colpita dai cecchini; la figlia è uscita di corsa per soccorrerla ma hanno sparato subito in testa anche a lei, uccidendola. La figlia si chiamava Samar, aveva 35 anni e faceva la cuoca per i bambini disabili che stanno dalle suore di Madre Teresa. Il fratello, insieme ad altri familiari, ha cercato di recuperare i corpi, ma è arrivata una bomba che ha ferito cinque di loro. Il ragazzo è riuscito a portare via la sorella, ma è stato raggiunto da trenta schegge nel torace. Fino al tardo pomeriggio non abbiamo potuto recuperare il corpo della madre, poi abbiamo portato entrambe in chiesa, abbiamo fatto il funerale e le abbiamo sepolte nel piccolo cimitero che c’è dietro la parrocchia».

Questo stesso racconto è stato fatto quella notte a Papa Francesco, che fin dall’inizio della guerra non ha mai fatto mancare la sua telefonata serale: «Ogni giorno chiama padre Yusuf, il parroco, e poi parlo io con lui e in italiano gli descrivo la situazione. Ci dà coraggio e sostegno, ci rassicura dicendoci che lui lavora per la pace e ogni giorno ci dà la sua benedizione».

Due dei feriti della bomba sono gravi, ma non sono riusciti a farli ricoverare in nessun ospedale: «Non ci sono ambulanze e non c’è coordinamento con gli israeliani, così i feriti sono ancora nella scuola con le loro famiglie. Abbiamo qui tre medici, che sono cristiani e sono sfollati nella chiesa, e loro stanno facendo quello che possono. Ma intorno a noi la situazione è ancora peggiore. Nello stesso nostro quartiere ci sono le suore di Madre Teresa, che si occupano di quasi cinquanta bambini handicappati e di alcuni anziani, sabato scorso hanno avuto la casa distrutta da un bombardamento e non funziona più il generatore che garantiva loro la luce». 


Suor Nabila ora si preoccupa di organizzare la vita di centinaia di famiglie sfollate dopo i bombardamenti israeliani

Chiedo a suor Nabila di raccontarmi come vivono ogni giorno: «Tutti noi dormiamo nelle classi della scuola e quando ci sono i bombardamenti più forti andiamo in chiesa. Da quando sono state uccise le due donne tante persone dormono sempre dentro la chiesa, che è stata trasformata, ci sono le coperte ovunque; dormono sulle panche e perfino attorno alla fonte battesimale. Alle quattro del pomeriggio scatta una sorta di coprifuoco e nessuno si sposta più».

Nel vocale successivo mi dice: «A Natale faremo la messa ma non sappiamo se a mezzogiorno, a mezzanotte, la mattina presto o nel pomeriggio. Dipenderà dalla sicurezza della zona e dalla situazione. Intorno a noi ci sono ancora i carri armati e sparano ovunque. Non abbiamo organizzato niente». 

Nella comunità c’è grande stanchezza, ma anche speranza: «Ci vuole un grido di pace in questo tempo di Natale, basta alla guerra, basta a questa distruzione, basta morte per le persone innocenti. Speriamo che ci sia una tregua a Natale, vorremmo festeggiare la nascita di Gesù con un momento di pace. Continuiamo ad avere tanta fede e speranza che si arrivi alla pace, confidiamo che esistano ancora gli uomini di buona volontà». 

Un dettaglio dell’altare della chiesa in una delle fotografie che mi ha inviato suor Nabila Saleh

Oggi Gaza è il posto più pericoloso del mondo per un bambino, Suor Nabila mi parla dei piccoli morti, dei feriti, degli amputati, di quelli che rischiano di morire perché non hanno da mangiare e manca l’acqua potabile, così l’ultimo messaggio che mi manda è in risposta alla mia domanda su chi ci sia nelle sue preghiere ogni sera: «Prego per tutte le persone che soffrono, per la popolazione di Gaza che è sfollata ovunque e vive nella paura. Prego per la pace ogni giorno, ma soprattutto per i bambini che soffrono, per i bambini che sono morti, per i bambini che nascono in mezzo alle bombe, per quelli che non hanno avuto sepoltura e per quelli che sono rimasti sotto le macerie con le loro famiglie. Viviamo una grande sofferenza e il dolore più grande è vedere i leader delle Nazioni che non si mettono in gioco per la pace».

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