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18 Marzo 2024

La comunità che ci ha insegnato a rialzarci

Questa è la storia di un libro autentico, pieno di verità, di sensibilità e di fatica. Un diario a due voci, che nel procedere delle pagine si fondono in una soltanto per diventare voce di una intera comunità. Si intitola “Carovane. La tempesta del Covid e il futuro di una comunità” ed è stato scritto da un Sindaco e da un Prete che si sono trovati su un fronte dove non avevano mai immaginato di dover stare
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Ho scritto l’introduzione a un libro autentico, pieno di verità, di sensibilità e di fatica. Una fatica fatta con passione e generosità. Si intitola “Carovane. La tempesta del Covid e il futuro di una comunità”. È un diario a due voci, che nel procedere delle pagine si fondono in una soltanto, in un racconto che non è dei singoli ma di una comunità. Un gruppo speciale di persone, che nel momento più buio della propria storia ha scoperto di non essere fatta solo di singoli, di egoismi, di privato e di paure, ma ha capito che una comunità è qualcosa di più della somma delle sue parti. 


Questo è il racconto di due uomini che si sono trovati su un fronte dove non avevano mai immaginato di dover stare, a gestire qualcosa di inedito, sorprendente e inimmaginabile. Due persone che hanno accettato la sfida, si sono messe in gioco e si sono prese cura della loro comunità.

Un sindaco e un prete, due funzioni lontane ma che sono diventate assi portanti di una resistenza feconda e generosa. Si chiamano Claudio Cancelli e Don Matteo Cella.

La copertina di “Carovane. La tempesta del Covid e il futuro di una comunità” (Vita e Pensiero), il libro che hanno scritto insieme Claudio Cancelli e Don Matteo Cella

Quel mese di marzo di quattro anni fa ci sembra lontanissimo, eppure i segni li portiamo ancora dentro di noi. Preferiamo non parlarne, ma sappiamo che esiste un prima e un dopo. E sappiamo che non siamo stati più gli stessi dopo la pandemia.

Rileggere cosa è accaduto in quel tempo, capire cosa si è stati capaci di fare, non è solo un esercizio di memoria ma un viaggio in una vicenda dolorosa che – almeno a Nembro – ha spinto molti a tirare fuori la parte migliore di loro.

Nel 2020 ho trascorso tre giorni in bicicletta, da Torino a Nembro, attraverso la ciclovia Aida che unisce Moncenisio, in Piemonte, a Trieste in Friuli Venezia Giulia 

Ricordo perfettamente il pomeriggio del 10 giugno 2020, erano appena stati riaperti i confini tra le regioni e io avevo deciso di fare qualcosa che non avevo mai nemmeno immaginato, un gesto di vita dopo tutte quelle settimane di morte e di isolamento. Da Torino a Milano in bicicletta e poi verso Bergamo fino a Nembro, il paese più colpito dal virus. Più di 270 chilometri in sella. Quando sono arrivato all’ultima curva stava per cominciare a piovere, ho accelerato sperando di arrivare prima dell’acqua, ricordo perfettamente la leggera salita con cui si apre la Val Seriana. Non volevo che i ragazzi, il sindaco e Don Matteo, che mi stavano aspettando, si bagnassero. Ricordo perfettamente anche l’emozione all’idea di tornare a Nembro dopo tre giorni in sella alla bici. Era il luogo più importante dove arrivare nel momento in cui pensavamo di voltare finalmente pagina.

Insieme al sindaco di Nembro Claudio Cancelli e Don Matteo Cella durante il mio viaggio in bicicletta a giugno del 2020

Nembro è un paese di 11.500 persone, con la percentuale di morti da Covid più alta d’Italia: una vittima ogni 61 abitanti. 

In una sera di quasi quattro mesi prima, mercoledì 26 febbraio, il sindaco Claudio aveva iniziato a mandare un vocale ai suoi cittadini. Ne aveva sentito l’urgenza perché, come spiega nel suo diario, le notizie dilagavano sui social senza alcun tipo di controllo e spesso scatenavano ansie e paure. Il bisogno di ricevere informazioni chiare dal Comune era enorme: le persone dovevano sapere con precisione cosa si potesse fare e cosa no, a chi potersi rivolgere in caso di necessità, come si stava diffondendo il contagio… Così cominciò quella catena di messaggi vocali serali che andrà avanti quotidianamente per oltre tre mesi. Un antidoto prezioso alla solitudine e una mano tesa per rassicurare prima delle notti della paura.

Ne ho trascritto uno che restituisce il senso di quei momenti: «Cari cittadini, vi sono giornate come questa che sembrano lunghissime. La situazione sembra irreale: le strade quasi deserte,uno strano silenzio interrotto talvolta dalla sirena di un’autoambulanza che trasporta con sé l’ansia e la preoccupazione che riempie i nostri cuori in queste settimane. E poi arrivano le notizie, quelle che non avremmo mai voluto sentire: un’altra persona che si conosceva ci ha lasciato. Dobbiamo farci forza, anche se talvolta vorremmo addormentarci e dimenticare. La forza di ognuno sia la forza di tutti. A domani, il vostro sindaco Claudio Cancelli».

Nembro vista dal drone di Don Matteo Cella. Alla storia di questa comunità ho dedicato tempo fa una newsletter e un episodio del mio podcast. La potete leggere, e ascoltare, qui

La giornata che il giovane Don Matteo, che aveva solo quarant’anni, non dimenticherà mai è quel sabato di inizio marzo in cui celebrò da solo 4 funerali. Era l’unico dei cinque sacerdoti della parrocchia a non essersi ammalato. Quella sera decise di legare le campane: troppa angoscia a sentirle suonare a morto in continuazione. In due mesi il virus si portò via 188 persone quando in tutto l’anno prima i morti di Nembro erano stati 120. In molti ripensarono alla peste del Seicento che aveva ucciso tre quarti degli abitanti e lasciato solo deserto e desolazione. Ma questa volta non è andata così perché la forza di reazione di una comunità è stata eccezionale.
Per questo ho continuato a tornare a Nembro ogni volta che ho potuto, innamorato dalla resistenza che ho incontrato, dall’energia e dalla generosità dei ragazzi che si sono presi cura del paese, mosso da un senso di riconoscenza verso chi ha pagato il prezzo più alto ma è capace di insegnarci come ci si rialza.

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