IL LIBRO

Quanto sei anarchica, Roma

11 dicembre 2020 | diMario Calabresi

Cosa c’è oltre la Grande Bellezza? Massimo Siragusa, dopo un viaggio durato due anni nella Roma che sta fuori dai circuiti turistici, risponde senza esitazione: «Il grande caos». Non ha avuto più dubbi dal giorno in cui ha trovato uno yacht parcheggiato in mezzo alle case, davanti al quale veniva abbandonata la spazzatura, mentre poco più in là era stato recintato un orto urbano. «La città si è sviluppata e ogni giorno cresce sull’idea che ognuno fa da sé, fa quello che ritiene giusto e conveniente e così la dimensione pubblica diventa privata. Il paesaggio urbano di Roma è una somma di gusti personali, qualcosa che non esiste da nessun’altra parte al mondo. Diciamo la verità: è il grande degrado».

Roma, via dei Mandanici, quartiere Borgata Finocchio – maggio 2017. Una delle fotografie di Massimo Siragusa pubblicate nel volume “Roma”: si vede uno yacht tra case e immondizia (©Massimo Siragusa) 

Massimo Siragusa è uno dei grandi fotografi italiani di paesaggio, capace di svelare le quinte scenografiche di una nazione meglio di chiunque altro. Vincitore di quattro World Press Photo, ha condensato la sua indagine in un libro che si intitola semplicemente “Roma”. Quando l’ho aperto sono rimasto stupito e sconvolto da questa visione caotica, da questo disordine che racconta la capitale d’Italia. Così l’ho cercato per farmi raccontare il senso di questo viaggio.

«Era il 2 aprile del 2017, quel giorno uscii di casa e decisi che dopo trent’anni di vita a Roma avrei voltato lo sguardo da un’altra parte. Non ho mai smesso di essere affascinato e colpito dal cuore antico di questa città, dalla storia, dai monumenti, dall’archeologia, ma nel tempo ho preso consapevolezza che questa ne rappresenta la minima parte perché quella più vasta, quella che i romani ogni giorno affrontano e con cui si confrontano, è quella della mancanza di mezzi di trasporto adeguati, di luoghi di aggregazione, di verde, di qualunque regola urbanistica e paesaggistica. È la Roma non detta, non conosciuta. Per più di due anni mi sono dedicato soltanto a lei».

Non si tratta di periferia, o perlomeno non solo, è talmente tanto allargata che è area di semi centro, è il tessuto della città stessa. Massimo ha girato il mondo, ha fotografato centri storici e baraccopoli, città d’arte e banlieu, gli chiedo a cosa somigli quello che ha visto. «Non lo so, forse a niente. Certo ci sono i riferimenti storici, la speculazione edilizia tipica di molte città italiane del Sud, penso al sacco di Palermo degli anni Sessanta di Ciancimino, ma questa completa anarchia di gestione non l’ho trovata da nessuna altra parte. È un magma unico, in cui vivere è difficile e faticoso».

Roma, via Casilina – maggio 2016. Cartelloni pubblicitari e insegne di attività commerciali nella periferia romana (©Massimo Siragusa)

Massimo ha viaggiato non solo con la sua macchina fotografica ma con un quaderno e una mappa e ogni giorno ha tenuto sistematicamente traccia di ogni percorso e di ogni angolo di città. Ha cominciato la sua esplorazione lungo le vie consolari, Tiburtina, Prenestina, Casilina e Tuscolana, un susseguirsi di palazzi tra otto e dodici piani con un’altissima densità abitativa, gli assi portanti dello sviluppo della città: «Ma bisogna andare alle spalle delle consolari per vedere come la speculazione edilizia si sia espressa al suo massimo. Il cemento è stata l’unica grande industria della storia capitolina e l’anarchia dello sviluppo ha vinto su tutto, ognuno ha fatto quello che ha voluto, basti pensare a quante baracche si sono trasformate in villette. Questo ha determinato, senza un piano regolatore adeguato, un vero e proprio caos visivo in cui muri, cancelli, case, capannoni, ringhiere, reperti archeologici, automobili e cartelloni pubblicitari si susseguono senza soluzione di continuità. Tutto è sovrapposto e accalcato».

Roma, via Di Boccea – ottobre 2016. Un’altra immagine della giungla di insegne e colori (©Massimo Siragusa)

La cosa che colpisce di più sfogliando il libro, che è anche una mostra congelata dalla pandemia al Museo di Roma in Trastevere, è la moltiplicazione di cartelli, insegne, targhe e scritte di ogni tipo e di ogni colore. Un’anarchia totale di segnali e di colori. «È tutto eccessivo, è troppo. È la vittoria del kitsch e mi chiedo quanto questo abbia conseguenze sugli abitanti, come influisca nel vedere le cose, come questa mancanza di armonia abbia un suo costo». C’è una foto con la scritta “Roma colori” fatta come fosse un arcobaleno, è all’interno di un palazzo e mostra come non esista un piano colore e delle regole condivise. I colori di questa Roma sono saturi come quelli delle pellicole anni Settanta, sembrano fuori dal tempo.

Roma, via Nomentana – aprile 2016. Una fila di cassette della posta tutte diverse una dall’altra (©Massimo Siragusa)

«C’è un dettaglio che per me è simbolico e rivelatore, è il cancello di un’area con case e artigiani all’interno, su cui sono agganciate le cassette della posta: non ce ne sono due uguali, nessuno è stato capace di mettersi d’accordo su forma e colore. Questo mi parla della difficoltà di un discorso pubblico e di come ci si sia rifugiati nel privato e nell’interesse personale».

Gli chiedo cosa gli abbia lasciato un lavoro così intenso, metodico e sistematico: «Roma è una città che determina reazioni sempre estreme, non si può essere mai equilibrati. Per certi versi ho imparato ad amarla di più: è come scoprire i difetti in una figlia, una debolezza in qualcuno che si ama e per certi versi questo me la fa amare ancora di più. Ma insieme spesso mi viene voglia di scappare». Così, stampato il libro e allestita la mostra, Massimo è fuggito nella Sicilia dove è nato e dove ha passato il lockdown: «Ho ripreso in mano un progetto che è partito molti anni fa: poche case e molta natura, ne sentivo un bisogno profondo. Avevo bisogno di disintossicare i miei occhi, ma ora ho già nostalgia».

Roma, via Carlo della Rocca, quartiere Torpignattara – aprile 2017. Un murales in un cortile (©Massimo Siragusa)

Le immagini di Massimo Siragusa – che è anche professore di Fotografia allo Ied, l’Istituto Europeo di Design – mostrano che spesso non è necessario partire, andare lontano per fare buoni reportage, per svelare realtà o fare inchieste. «Lo ripeto sempre ai miei alunni: il bello non corrisponde per forza con l’esotico, se siamo capaci di guardare possiamo trovare storie fortissime nella quotidianità e di fronte a casa. Aprite la porta, aprite gli occhi e andate a indagare nelle nostre troppe contraddizioni».