IL CASO

Padre, nonostante tutto

5 giugno 2020 | diMario Calabresi

La cronaca di questa storia è già stata scritta e porta il timbro di una sentenza di primo grado emessa lunedì 1° giugno a Prato: racconta di una donna di 32 anni condannata a sei anni e sei mesi per aver avuto una relazione e un figlio da un ragazzo che al tempo dei fatti non aveva ancora compiuto 14 anni (oggi ne ha 16). La donna, che fa l’operatrice sanitaria, è sposata e ha un altro figlio di 12 anni, faceva ripetizioni di inglese al ragazzo. La condanna è per atti sessuali con minore e violenza sessuale per induzione. Questa storia ha molte vittime, perché molti sono quelli che soffriranno conseguenze per ciò che è successo: il ragazzo che è diventato padre da adolescente e grande troppo presto, il figlio maggiore della donna che vive in una situazione molto difficile da comprendere e il bambino piccolo che oggi ha quasi due anni. Dopo la lettura della sentenza la mamma del ragazzo ha voluto ribadire ciò che le stava più a cuore: «I bambini non si toccano, che siano maschi o femmine». Se questa condanna sia giusta o eccessiva, le ragioni delle parti, i risarcimenti e la ricerca di una strada per ricostruire sono nelle mani dei giudici del processo d’appello, degli operatori dei servizi sociali e di tutte le persone in causa.

Foto CC BY 2.0 Vladimir Agafonkin/Flickr

Anche il marito della donna è stato condannato, a un anno e otto mesi, colpevole – secondo il pm che nella requisitoria lo ha definito «la seconda vittima» – di essersi attribuito la paternità del bambino pur sapendo che non era suo. Tecnicamente il reato che ha compiuto è “falsa attestazione di stato”, perché secondo i giudici quando lo ha riconosciuto allo stato civile già sapeva che non era suo. Chi glielo ha fatto fare, verrebbe spontaneo chiedersi, un altro al suo posto avrebbe sbattuto la porta, chiesto il divorzio e cercato un’altra vita. Solo lui può rispondere. L’ho cercato e ha accettato di raccontare perché. «Non commento la sentenza, non voglio dire nulla sulla decisione dei giudici, leggeremo le motivazioni e poi ci sarà l’appello, però io continuo a ripetere che la situazione è diversa: all’inizio ero convinto di essere il padre del bambino poi con il test del Dna ho scoperto che invece non era mio».

In quel momento non le è crollato il mondo in testa?
«No, non è cambiato niente. Ero il padre e ho continuato a esserlo. Con lui mi comporto esattamente come con il mio primo figlio. Essere padri significa cambiare pannolini, stare in piedi quando piange, giocarci fin da piccoli. Significa prendersi cura. Dal giorno in cui ho saputo che biologicamente non era mio figlio non è cambiato nulla e nemmeno mi sento discriminato o additato dalla società. Al giorno d’oggi ci sono mille esempi, pensi alla fecondazione assistita: l’eterologa ci dimostra che il padre è chi fa il padre».

Quest’uomo, che fa l’operaio in un’azienda che produce altoparlanti e ha 33 anni, sembra sereno, ha imparato che si può essere padri anche con un diverso codice genetico, lo si diventa ogni giorno, con la pazienza di cullare un neonato nel cuore della notte, insegnandogli a camminare, poi a contare, a leggere, a giocare a pallone, lo si diventa facendo la lotta, il solletico e stabilendo le regole. Però tra una risposta e l’altra lascia lunghi silenzi. Capisco che sta guardando indietro, sta riavvolgendo il nastro dei ricordi. Allora gli chiedo cosa abbia provato quando tutto questo è diventato pubblico. «Diciamo che il mondo in testa mi era caduto quando avevo scoperto, in precedenza, della relazione di mia moglie con quel ragazzo, la botta l’avevo già presa allora ma ero ancora convinto di essere io il padre».

Foto CC BY 2.0 Alessandro/Flickr 

Ci vuole coraggio a restare e a non andarsene.
«Il mio non è coraggio, è responsabilità, nella vita di fronte a un bambino, qualunque cosa accada, bisogna tenere fede alle responsabilità».

Come spiegherà quello che è successo a suo figlio maggiore?
«Ritengo questa una grande lezione di vita anche per lui, la responsabilità che io mi sono preso spero gli insegni a essere domani un padre responsabile. Questo penso nel mio piccolo, ma sono un operaio e non voglio dare lezioni di vita a nessuno».

E cosa si potrà dire al più piccolo?
«Nella vita tanti bambini hanno un’origine difficile e complicata, c’è chi resta orfano, chi affronta molto presto la separazione dei genitori, chi deve affrontare traumi e malattie. Io gli sto dando tutto l’amore che posso e spero che questo con il tempo possa fare la differenza. Penso che i giudici, al di là della sentenza, avranno colto che intorno a questi bambini c’è un grande amore da parte di tutti».

Non ha mai pensato di dire qualcosa alla vittima di questa storia, il ragazzo che è il padre biologico di quel bambino?
«Non ho mai detto nulla perché ritengo sia inopportuno, io non ho responsabilità in quella storia e non mi sono mai permesso di dire una parola».

Rifarebbe tutto quello che ha fatto?
«La scelta che ho fatto è stata una scelta d’amore per il bambino, la rifarei anche ora che ho una condanna, la sentenza non mi fa cambiare idea su quello che avrei fatto e che rifarei, spero che in appello questo venga compreso».

Che cos’è la serenità per lei?
«Vedere i fratelli ai giardini che corrono dietro al pallone insieme, che giocano uniti anche se hanno dieci anni di differenza».

La telefonata è finita, è la prima volta che lui accetta di parlare e si sente che la fatica è grande. Resto con il telefono in mano, vado a guardare la foto del suo contatto su WhatsApp: ci sono i due fratelli, sdraiati sul lettone dei genitori, il più grande è a pancia in giù e osserva da vicino il più piccolo che dorme con i pugnetti chiusi e un pigiamino con tre orsi. Capisco che la vita gli ha presentato l’impensabile e l’inatteso e che la sua salvezza sta nei dettagli della quotidianità.