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26 Giugno 2023

La notte prima degli esami che mi ha cambiato la vita

Se Vincenzo Latronico ora fa lo scrittore e vive a Berlino è per una Porsche nera che, il giorno prima del suo orale di maturità, lo ha travolto a un semaforo. Un colpo di sfortuna dalle conseguenze imprevedibili.
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«La sera prima dell’orale di Maturità ho chiuso i libri e sono andato a giocare a Risiko a casa di un’amica che abitava a Brera. Prima delle undici ho deciso che era ora di tornare a casa, sono salito sulla mia Vespa 50 bianca e, arrivato al primo incrocio, sono stato investito da una Porsche nera». Le conseguenze di quell’incidente avrebbero cambiato per sempre la direzione della vita di Vincenzo Latronico.

Vincenzo Latronico durante un evento letterario

Era l’estate del 2003 e Vincenzo aveva un solo pensiero per la testa: passare l’esame, uscire dal liceo classico Manzoni di Milano e poi partire con gli amici per l’interrail. Amsterdam, Berlino, Praga e Budapest le mete che sognava.

Ma, mentre era fermo al semaforo davanti al Piccolo Teatro, la Porsche prima lo ha superato a sinistra e poi ha sterzato a destra passando con il rosso: «Avevo la gamba a terra e, nella manovra, me l’ha schiacciata contro la Vespa. Sono caduto e mi sono fratturato tibia e perone in almeno otto punti».

Per pura coincidenza il fidanzato della sua migliore amica stava passando in quel momento ed è lui ad avergli raccontato che era sdraiato a terra e che prima dell’ambulanza sono arrivate sia la Polizia che i Carabinieri. Una cosa, però, la ricorda benissimo: chi lo aveva investito si era fermato ma non era mai sceso dalla macchina per vedere in che condizioni fosse. Era un uomo sui cinquant’anni e la Porsche era dell’azienda, una fabbrica di materiali plastici di cui era il dirigente. Non mettiamo il nome perché, ai fini della storia, non è importante.

Quella sera portarono Vincenzo all’ospedale Fatebenefratelli, rimase ricoverato per settimane con la gamba in trazione, i professori lo aspettarono e fu l’ultimo a fare l’orale: si presentò in sedia a rotelle e imbottito di antidolorifici. 

«Deve essere stato un pessimo esame, non ho nessun ricordo. So soltanto che portavo una tesina che teneva insieme il Lenin di Majakovsij per Letteratura, la rivoluzione russa per Storia, il costruttivismo per Arte e Marx per Filosofia. Poi gli altri partirono per il giro dell’Europa in treno e io passai l’estate sulla sedia a rotelle nella casa di campagna della mia fidanzata dell’epoca».

Quando si rimise in piedi, con quella Vespa Pk 50 che aveva comprato grazie a un premio dei Rotary per un tema di storia contemporanea fatto al quarto anno di liceo, non voleva più averci nulla a che fare e la vendette a un’amica per una cifra simbolica.

Alla fine dell’estate scoprì anche che il guidatore della Porsche lo aveva denunciato, sostenendo che era stato Vincenzo ad andare a sbattere contro la macchina, e chiedeva che pagasse i danni allo sportello. 

Ci fu un processo lunghissimo, con perizie e controperizie, che durò ben sei anni.Nel frattempo Vincenzo si era laureato in filosofia, aveva scritto il suo primo libro e lavorava all’Università.

La copertina dell’edizione italiana di “Twelve” (Bompiani 2003), il primo romanzo dello scrittore americano Nick McDonell tradotto in italiano proprio da Vincenzo Latronico

Ma il suo destino si era abbozzato prima dell’incidente: per una serie di coincidenze, di incontri fortunati e grazie a una spavalderia intellettuale non comune per un ragazzo di 16 anni, già al liceo aveva cominciato a collaborare con Bompiani: «Ero innamorato di una ragazza di nome Alessandra, che stava con un ragazzo più grande che faceva il lettore di manoscritti per una casa editrice. Così pensavo che quello fosse il lavoro più cool del mondo e quando, a un evento organizzato dalla scuola, incontrammo Elisabetta Sgarbi, presi il coraggio e le dissi: “Voglio fare il lettore di manoscritti”. Lei mi guardò sbigottita, ma mi rispose: “D’accordo, ti manderemo dei testi da leggere”. Due anni dopo, quando decise di pubblicare in Italia “Twelve”, il primo romanzo dello scrittore newyorkese Nick McDonell, che aveva la mia età e raccontava di un gruppo di liceali, mi chiese di tradurlo».

Quando il libro uscì, Vincenzo scoprì che anche McDonell aveva avuto un incidente e, immobilizzato, aveva passato l’estate a scrivere. «Io, invece, avevo passato l’estate a giocare a Risiko».

La copertina de “La cospirazione delle colombe” (Bompiani 2011), il secondo romanzo di Vincenzo Latronico, con il quale si aggiudica nel 2012 il Premio Napoli, il Premio Bergamo e arriva finalista al Premio Comisso

Quando nel 2009 il processo per l’incidente si è concluso ed è arrivato, ormai inatteso, un risarcimento, Vincenzo lavorava all’Università Statale, faceva un dottorato e l’assistente in Storia della filosofia contemporanea.

«Mi appassionava moltissimo, però avevo pubblicato il mio primo romanzo e scalpitavo per scrivere il secondo, ma non avevo mai il tempo. Quando arrivarono i soldi non ci potevo credere: erano 12mila euro, un anno del mio stipendio da assistente. Con quel denaro ho realizzato il sogno della mia vita: ho mollato il dottorato e mi sono trasferito a vivere a Berlino per scrivere».

Era giugno, il marzo seguente aveva finito il romanzo “La cospirazione delle colombe”, il libro della svolta. Da quel momento era davvero uno scrittore che viveva a Berlino. (All’amore per la città che lo ha accolto è dedicato il nuovo libro “La chiave di Berlino” che uscirà a fine agosto con Einaudi)

Vincenzo Latronico mi ha permesso di pubblicare in anteprima la copertina del suo prossimo libro, “La chiave di Berlino” (Einaudi), il cui progetto grafico è stato chiuso in questi giorni

Ho chiesto a Vincenzo Latronico di raccontarmi questa storia dopo aver letto un suo tweet che rispondeva alla domanda: il ricordo più bello della vostra maturità? «Il tizio in Porsche che mi investe in via Broletto la sera prima dell’orale, causandomi sedici fratture e poi facendomi causa per i graffi allo sportello. Ha perso male e, anni dopo, con il risarcimento ho mollato il lavoro e scritto il mio secondo romanzo». Poi aveva corretto: via Pontaccio, non via Broletto, e – su suggerimento del padre che ha la cartella clinica – le fratture erano otto. L’ho cercato perché mi piace un sacco quest’idea che una grande sfortuna, quella che ti ruba l’estate della maturità, si possa trasformare in un momento di svolta

Vincenzo Latronico sorridente a Berlino con la sua Vespa sprint veloce del 1975, regalo di suo padre
© Clara Miranda Scherffig

Vincenzo però è stato meno netto di me su questa teoria secondo cui le cose negative poi possono rivelarsi di segno opposto: «Oggi ti posso dire che le conseguenze dell’incidente sono state positive perché il mio ultimo romanzo è andato molto bene, ma forse se me l’avessi chiesto tre anni fa, quando ero paralizzato e non riuscivo a scrivere, ti avrei risposto: se fossi rimasto in Università forse adesso sarei professore…».

Certo è sempre una questione di prospettive, ma per me la teoria di Cohen che cito spesso, della crepa e la luce, è sempre vera.

Oggi Vincenzo va in giro per Berlino con una Vespa sprint veloce del 1975, color verde smeraldo, era di suo padre che gliel’ha regalata quando ha compiuto trent’anni.

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