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18 Settembre 2023

Guerra e pace

Vito Alfieri Fontana nella sua prima vita ha inventato e prodotto mine antiuomo per l’azienda di famiglia. Poi un giorno, camminando in un campo minato, ha capito l’orrore ed è diventato sminatore umanitario. Il giornalista Antonio Sanfrancesco qui ci anticipa il libro che ha scritto insieme a lui per raccontare questa conversione. E per spiegare come certi fantasmi non smettano mai di inseguirti.
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«Mine di fabbricazione italiana TS/6.1, TS50 e TS/2.4 (MATS/2) sono state disinnescate dai genieri russi sul territorio ucraino ed esposte nell’estate del 2022 in una mostra di armi nel parco “Patriot” di Mosca. E quanti di questi “souvenir d’Italie” rimangono ancora in terra ucraina? Le persone ne soffriranno per molto tempo a venire». 

È il 9 gennaio 2023 e sui profili social ufficiali dell’ambasciata russa in Italia compare questo messaggio accompagnato da una foto delle mine con il cartellino che indica il tipo di modello e il Paese di fabbricazione. 

Il tweet con cui l’Ambasciata russa fa riferimento ad alcune mine antiuomo di fabbricazione italiana ritrovate in territorio ucraino

Uno di questi ordigni, la mina antiuomo TS-50, è stata progettata e costruita dall’ingegnere Vito Alfieri Fontana quando, negli anni Ottanta, era la “mente” dell’azienda di famiglia, la Tecnovar di Bari, fondata dal padre Ludovico nel 1958, che insieme alla Valsella di Montichiari ha permesso all’Italia di essere uno dei principali produttori al mondo di mine antiuomo.

Il messaggio dell’ambasciata di Mosca è chiaramente un tentativo maldestro della “disinformatia” russa di denigrare il sostegno alla resistenza ucraina, accusando il governo italiano di fornirle mine antiuomo, proibite dalla Convenzione di Ottawa, alla quale il nostro Paese ha aderito nel 1997 con la Tecnovar che aveva detto basta quattro anni prima.

La volontà di chiuderla è stata proprio di Vito Alfieri Fontana dopo una drammatica crisi di coscienza che l’ha portato a ribaltare la sua vita, collaborare con la Campagna per la messa al bando e diventare sminatore umanitario nei Balcani.

Qualche giorno dopo il messaggio sui social, a casa di Fontana, a Bari, squilla il telefono. È un funzionario del nostro ministero della Difesa che chiede spiegazioni su quegli ordigni made in Italy. Fontana conferma che si tratta di mine prodotte dalla Tecnovar e vendute, legalmente, più di quarant’anni fa all’Egitto che poi le ha riempite d’esplosivo nella fabbrica di Heliopolis e vendute a sua volta, direttamente o tramite triangolazioni, ad altri Paesi, come l’Iraq, l’Afghanistan e probabilmente anche la Russia. «Non dormo da diverse notti», mi scrive, «anche se non ho nulla di cui scusarmi o giustificarmi, questa vicenda mi ha gettato in uno stato di grande sconforto e depressione. È il passato che non passa. Anche dopo tanti anni, due vite vissute, un percorso che mi è costato tanti sacrifici, rinunce e umiliazioni. E poi non è giusto che la mia famiglia continui a vivere un incubo che non merita».

Il libro scritto da Vito Alfieri Fontana con Antonio Sanfrancesco “Ero l’uomo della guerra”, edito da Laterza,  sarà in libreria dal 22 settembre

Ci sentiamo al telefono perché, incuriosito, voglio approfondire la vicenda che finirà nel libro che stiamo scrivendo e che venerdì prossimo, il 22 settembre, sarà in libreria. Titolo: Ero l’uomo della guerra – La mia vita da fabbricante di armi a sminatore (Laterza).

La voce di Fontana tradisce tristezza e rabbia: «È vero», spiega, «che si tratta di ordigni che non funzionano più ma possono tornare a farlo ed essere letali, se ci si lavora sopra. Ancora oggi, di fronte ad altri conflitti, sento gravare sulle spalle il peso delle mie due vite».

Avevo letto la storia di Vito Alfieri Fontana sui giornali che negli anni lo avevano intervistato. Grazie a un incontro fortuito ho saputo che voleva scrivere un libro e raccontare, più in dettaglio, tutta la sua vita. Ho colto al volo l’occasione. Io volevo capire quando si era reso conto che il proprio lavoro non era più “innocente”, se mai lo fosse stato. Quando aveva capito che c’è una relazione strettissima tra produrre quelle armi e il loro impiego terroristico in guerra che, al 90%, produce vittime civili. Ma m’interessava sapere anche il rapporto con il padre, fondatore e dominus dell’azienda, il groviglio degli affetti, il legame con don Tonino Bello, così importante nella sua vita anche se non l’ha mai conosciuto di persona, la domanda brutale del figlio Ludovico: «Ma tu papà sei un assassino?».

La prima volta che ci siamo sentiti, nella primavera dell’anno scorso, Vito era preoccupato che potesse dimenticare volti, dettagli, circostanze della sua vicenda. «Facciamo in fretta», mi disse. Alla fine, la sua memoria s’è rivelata brillantissima e, anzi, per quanti aneddoti sono rimasti fuori, sarebbe uscito un altro libro. La sua fretta di raccontare aveva un’altra motivazione, più intima e profonda: «Vedi, è come se avessi un fardello che mi opprime», mi ha confidato dopo, «vorrei liberarmene al più presto. Raccontare significa mettere un punto fermo nella mia vita».

Ascoltandolo, mi è venuto in mente uno dei personaggi di Javier Marías che nel romanzo Un cuore così bianco afferma che «raccontare sembra a volte un ossequio, il maggiore ossequio che si possa fare, la maggiore lealtà, la maggior prova d’amore e dedizione».

Ci siamo incontrati diverse volte a Ostuni durante l’estate 2022. Ho scandagliato a fondo il mio interlocutore sulle due vite che ha vissuto e sulla “terra di nessuno” che le ha unite: gli anni della conversione e della crisi, i più duri e difficili nei quali Vito ha dovuto lottare con il padre, che non voleva chiudere l’azienda da lui fondata e portata avanti con spirito caparbio e arrembante; con lo Stato italiano che prometteva fondi, mai arrivati, per la riconversione e impedire, così, che gli ottanta dipendenti perdessero il lavoro; con il mondo della cooperazione internazionale, nel quale voleva entrare a lavorare e che era diffidente, se non ostile, per il suo ingombrante passato.

Il badge con cui Vito Alfieri Fontana aveva accesso ai campi minati in Kosovo

Nel 1997 Vito partecipa alla Conferenza diplomatica di Oslo come esperto della Campagna internazionale per la messa al bando delle mine fianco a fianco con la fondatrice, l’attivista statunitense Jody Williams, premiata quell’anno con il Nobel per la pace.

Nell’autunno del ‘99 inizia la seconda vita in Kosovo come sminatore umanitario per l’Ong italiana Intersos. «Solo quando mi sono ritrovato per la prima volta su un campo minato mi sono reso conto cosa veramente significhi che a ogni passo ti può esplodere una mina sotto i piedi», mi ha detto, «vedi un bosco bellissimo, una fabbrica, la casa di una persona ma sotto è pieno di mine. E allora capisci quello che hai fatto. È difficile dirlo con altre parole: ti senti solo un pezzo di merda».

Vito Alfieri Fontana (a sinistra) in Bosnia durante un’operazione di sminamento

Il suo impegno di sminatore lo porterà anche in Serbia e poi in Bosnia. Due vite vissute, un passato che non passa, un lieto fine che non c’è. Più volte, nel corso dei nostri colloqui, gli ho chiesto se l’impegno umanitario, inseguito caparbiamente a costo d’innumerevoli sacrifici come la lontananza dalla famiglia, avesse non dico cancellato ma almeno attenuato il senso di colpa per la vita precedente. La risposta è sempre stata no: «Posso solo dire di essere contento ma non felice perché il problema non era espiare una colpa ma la gente che è morta e si è fatta male a causa degli ordigni che ho progettato e costruito. Ho costruito e venduto due milioni e mezzo di mine, ne ho tolte migliaia, per quasi vent’anni, nei Balcani. Dal punto di vista numerico, il bilancio è impari. Da quello della mia coscienza pure, perché il male compiuto resta. Per sempre».

*Antonio Sanfrancesco è giornalista del settimanale Famiglia Cristiana, dove scrive di cronaca e attualità. Per le sue inchieste sul gioco d’azzardo ha ricevuto diversi riconoscimenti. Si è occupato a lungo delle rotte europee dei migranti vincendo il Premio giornalistico “Carlo Azeglio Ciampi” per il reportage sulla rotta alpina tra Oulx e Briançon, al confine tra Italia e Francia. Collabora con il portale ilLibraio.it

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