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2 Ottobre 2023

Una cartellina piena di lezioni

Ora che le commemorazioni si sono concluse ho aperto la cartellina in cui ho raccolto i ricordi degli incontri e delle telefonate con il Presidente Giorgio Napolitano. E ho ritrovato la freschezza e la passione del suo pensiero
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«Tutti coloro che fanno politica sono talmente concentrati sul giorno per giorno che ormai provare a ragionare sui progetti è impensabile. La politica, costretta nei 280 caratteri (di X, fu Twitter), non riesce più ad alzare la testa. Non esiste la prospettiva, è scomparso dal dibattito ogni accenno al lungo periodo. È impressionante come lo slogan abbia ucciso tutto».

Giorgio Napolitano, venuto a mancare il 22 settembre, è stato il primo Presidente della Repubblica eletto per due mandati consecutivi, dal 2006 al 2015. Nel 2025 avrebbe compiuto 100 anni

Sulla mia scrivania, da anni, c’è una cartellina con i biglietti, le lettere, gli appunti delle interviste e degli incontri con Giorgio Napolitano. Il primo foglio che mi è capitato in mano è del 13 luglio del 2016, è l’appunto che mi ero fatto di una sua telefonata, uno sfogo sullo stato del dibattito pubblico. Giorgio Napolitano non era più Presidente della Repubblica da oltre un anno, ma non smetteva di osservare la politica e di interrogarsi sulle derive incomprensibili che aveva preso.

La prima volta che mi aveva invitato al Quirinale era stato per parlarmi del progetto di istituire un “Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi”. Era l’autunno del 2006 ed era stato eletto da pochi mesi. Aveva già 81 anni e prima di illustrarmi la sua convinzione – che coltivando la memoria si potessero curare le ferite degli anni di piombo – mi parlò di quella sua inaspettata nuova vita, iniziata quando pensava di averne già scritto il capitolo finale. Era già stato per 38 anni parlamentare in Italia, aveva fatto il ministro dell’Interno, il Presidente della Camera e per cinque anni era stato parlamentare europeo. Aveva avuto una vita piena, aveva già scritto la sua autobiografia ed era convinto che il resto del suo tempo sarebbe stato dedicato allo studio, ai libri, alla musica e alle vacanze al mare insieme a sua moglie Clio.Rimasi colpito dal fatto che la sua scrivania e i tavoli attorno fossero pieni di libri, alcuni volumi erano aperti e avevano una matita in mezzo. Leggeva tantissimo, sottolineava e prendeva appunti.

Giorgio Napolitano e uno dei suoi gesti più comuni, il saluto con il cappello, ritratto prima di un incontro a New York durante la sua visita negli USA, ad un anno e mezzo dalla prima elezione a Presidente della Repubblica

Alcuni mesi dopo lo rividi a New York, dove ero andato a vivere come corrispondente di Repubblica. Era dicembre del 2007, era presidente da un anno e mezzo quando decise di tornare negli Stati Uniti, a Washington incontrò l’allora inquilino della Casa Bianca, George W. Bush. L’ultimo giorno della sua visita lo passò a New York e fece un dibattito al Council On Foreign Relations insieme all’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Italia Richard Gardner. Nella cartellina ho ritrovato gli appunti che avevo preso quel giorno e una frase mi aveva colpito, la rivendicazione implicita del fatto che nella vita si può cambiare idea e anche riconoscere di aver sostenuto posizioni sbagliate: «Ritengo che essere aperti al cambiamento sia una condizione importantissima ed anche il rivedere a fondo le proprie posizioni sulla base dell’esperienza e sulla base delle nuove realtà nel proprio Paese e nel mondo». Sentire suo figlio Giulio, durante il funerale laico a Montecitorio, dire che il padre «aveva combattuto buone battaglie ma anche sostenuto cause sbagliate» è stato una boccata d’aria in un tempo in cui non muoversi mai dalle proprie posizioni è il dogma predominante

Al termine di quell’incontro americano mi chiese di fare una passeggiata con lui, camminammo a lungo su Madison Avenue, faceva freddo e nevicava leggermente. Era curioso di capire se il giovane Barack Obama potesse impensierire la favoritissima Hillary Clinton nella corsa alla candidatura democratica che sarebbe partita da lì a un mese. Ma soprattutto era felice di camminare nella Manhattan addobbata con le luci di Natale

Pochi mesi dopo, il 9 maggio del 2008, volle che venisse celebrata al Quirinale la prima giornata dedicata alla memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi, che mi chiese di introdurre e condurre. In quell’occasione venne anche realizzato il primo libro che conteneva l’elenco dei caduti di quella stagione, una lista che fino ad allora incredibilmente non esisteva. Aveva capito perfettamente che per consegnare alla storia e alla memoria la stagione degli anni di piombo era necessario curare le ferite. Per questo si prese cura delle vittime in un modo che era fino ad allora sconosciuto alle Istituzioni. E pronunciò parole che non erano per nulla scontate e nemmeno troppo frequenti quindici anni fa: «Lo stato democratico si è mostrato in tutti i casi generoso, ma dei benefici ottenuti gli ex terroristi non avrebbero dovuto avvalersi per cercare tribune da cui esibirsi, dare le loro versioni dei fatti, tentare ancora subdole giustificazioni».Un anno dopo invitò al Quirinale mia madre, vedova del commissario Calabresi, e la vedova del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli. Il loro abbraccio fu un gesto fortissimo, reso possibile da chi aveva compreso che non bisognava contrapporre le loro ragioni ma comprenderle e comporle.

Giorgio Napolitano volle fortemente l’incontro al Quirinale tra mia madre e la vedova Pinelli

Lo ricordo a Torino, nel centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, carico di una passione incredibile, convinto che quell’occasione di coesione nazionale non andasse sprecata. La città era piena di tricolori (La Stampa, il giornale che allora dirigevo, aveva venduto oltre centomila bandiere allegandole al quotidiano) e la cosa lo emozionò particolarmente. Venne anche in visita al giornale e due anni dopo tornò a vedere il museo che avevamo inaugurato dentro la redazione. Era curioso di ogni cosa e si fermò a fare domande a tutti.

Alla fine del suo primo mandato aveva 87 anni. Andai a trovarlo al Quirinale e mi disse che la signora Clio gli aveva fatto promettere che avrebbero avuto ancora un po’ di tempo insieme a Napoli e a Capri. Il suo studio era vuoto: gli scatoloni con le carte, la corrispondenza e i tantissimi libri che aveva raccolto, letto e annotato, erano già partiti verso la loro destinazione finale, l’ufficio a palazzo Giustiniani, e tutti i vestiti e gli oggetti personali erano già tornati a casa. In quei giorni però stavano emergendo le prime pressioni per cercare di convincerlo ad accettare un prolungamento, restare al suo posto ancora per un anno o due. Mi fece vedere che aveva portato via tutto e disse che non ci pensava nemmeno ad accettare: «Il Parlamento deve avere il coraggio di fare delle scelte, di guardare avanti. Sarebbe sbagliato fare marcia indietro. Tutto quello che avevo da dare ho dato, e poi ho lavorato tutta la vita per cercare di fare dell’Italia un Paese normale ed è incomprensibile che non si possa fare una successione ordinata ad una scadenza istituzionale prevista. Non mi piacciono le soluzioni pasticciate, quelle che all’estero definirebbero immediatamente soluzioni all’italiana». Come sappiamo andò a finire diversamente e il caos parlamentare lo costrinse a restare al Quirinale fino a quasi novant’anni.

La visita del Presidente Napolitano alla redazione de “La Stampa” nel 2010, in occasione del lancio della collezione storica digitalizzata del quotidiano

Quando tornò finalmente a casa non gli erano rimaste molte forze per mantenere la promessa di viaggiare – «La vecchiaia – mi confidò – è quando tutti i problemi che incontri nella vita, gli acciacchi temporanei, un mal di denti, un problema al ginocchio, un fastidio agli occhi, ti vengono tutti insieme» – ma la sua stella polare fino all’ultimo fu l’Europa. Per lui, memore degli orrori del Novecento, l’Unione era la migliore garanzia di pace e di prosperità. 

L’ultima cosa che ho trovato nella cartellina è una breve lettera che mi mandò dopo aver letto un’intervista di Frauke Petry, allora leader del partito di estrema destra AfD (che oggi i sondaggi indicano come seconda forza politica tedesca): «Quando leggo che ha affermato che non bisogna farsi ricattare o intenerire dagli occhi dei bambini dei disperati migranti che attraversano l’Europa, mi è venuto spontaneo pensare che i nonni, se non i genitori, di questi signori non si fecero ricattare o intenerire dagli sguardi dei bambini neppure quando li portavano nelle camere a gas di Auschwitz. Non le pare?».

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