LA STORIA

Ritrovare la fiducia, negli occhi di un elefante

6 agosto 2021 | diMario Calabresi

«Questa storia non è soltanto il racconto di un gruppo di adorabili elefantini, è una storia che parla di tutti noi, della nostra casa e del nostro futuro. È una storia che ci insegna ad avere fiducia anche quando abbiamo paura». Ami Vitale è una fotografa straordinaria, che ama progetti lunghi e cerca in ogni lavoro un senso profondo: «Shaba mi ha insegnato molto sull’amore e sui legami con la natura e la vita che ci circonda». Shaba è un’elefantessa che oggi ha quasi sei anni e guida un branco di suoi simili di cui condivide la sorte: aver avuto i genitori uccisi dai bracconieri. A lei Ami ha dedicato un cortometraggio che si può vedere online per tutto il mese di agosto

Shaba insieme a Mary Lengees. La foto è stata scelta per la locandina del film di Ami Vitale (credits: Ami Vitale)

Questa storia mi ricorda certi romanzi ottocenteschi: un gruppo di bambini di un orfanotrofio trova in uno di loro una guida che li riporta a vivere nel mondo e tutti insieme formano una nuova famiglia. Qui però non siamo nell’Inghilterra di Dickens ma in Africa, per la precisione in una zona di montagna nel nord del Kenya, a sei ore di auto da Nairobi, passati i cinquemila metri del Mount Kenya. E non ci sono bambini ma piccoli di elefante. Nella terra della tribù di pastori nomadi Sumburu è stato creato qualcosa senza precedenti: il primo orfanotrofio per elefanti gestito dalla comunità. I Sumburu accolgono gli elefanti a cui i bracconieri hanno ucciso i genitori, li crescono, li assistono e poi li reinseriscono nel loro habitat naturale. Il progetto e nato nel 2016 e si chiama Reteti Elephant Sanctuary.

Un guardiano seguito da un cucciolo di elefante e da un elefante più grande (credits: Ami Vitale)

Grazie ad Ami, che mi ha scritto per segnalarmi il suo film, ho scoperto che ogni anno il 12 agosto è la Giornata Mondiale degli Elefanti, pensata per proteggere e salvare una specie che si riduce senza sosta: solo in Tanzania, negli ultimi sei anni, si sono più che dimezzati, passando da 109mila a 46 mila.
Nonostante il commercio di avorio sia stato messo fuori legge in tutto il continente africano, il bracconaggio continua senza sosta e se prima della pandemia si stimava che venissero uccisi circa 60-70 elefanti africani ogni giorno (significa uno ogni venti minuti, per un totale di 25mila l’anno) dallo scorso anno si sta assistendo a un aumento del fenomeno a causa nella mancanza di turisti, della crisi economica e di una minore sorveglianza. Il motivo è sempre lo stesso: le zanne di avorio. Nei maschi adulti possono raggiungere i due metri e mezzo di lunghezza e un peso di cinquanta chili e il mercato nero, soprattutto nel mondo arabo del Golfo, non conosce crisi. 

Branco di elefanti nella terra dei Sumburu, che ne ospita circa 9mila (credits: Ami Vitale)

Ami Vitale aveva raccontato una prima volta la storia di Reteti per il National Geographic e le sue foto del progetto nascente avevano vinto il World Press Photo del 2018 nella sezione Natura. «Ho cominciato a seguire questa storia ancora prima che il rifugio fosse costruito e partii di corsa a settembre del 2016 per essere lì all’arrivo del primo elefante rimasto orfano. Da allora ho passato molti mesi ogni anno per seguire questa meravigliosa avventura cercando di conoscere ogni persona che ha scelto di custodire e proteggere i piccoli: all’inizio erano solo in quattro, ora sono più di cinquanta. E ho seguito e fotografato la storia di ogni elefante che hanno salvato». 
Tra tutte le storie però una ha fatto la differenza: «Shaba è un’elefantessa straordinaria che ha conquistato il cuore di chiunque l’abbia conosciuta. Per questo ho continuato a seguirla». Così ha deciso di dedicarle un breve film che racchiudesse e portasse nel mondo il sogno che è il progetto Reteti.
La vicenda di Shaba è esemplare per capire il percorso necessario per salvare questi animali quando restano orfani: lei era accanto alla madre quando i bracconieri le spararono in testa. Era terribilmente traumatizzata e aggressiva e non si lasciava avvicinare da nessuno.

Un elefantino appena arrivato a Reteti, ancora sotto choc, è accudito durante la notte (credits: Ami Vitale)

«La cosa più faticosa e difficile di questo progetto – ricorda Ami – è stato vedere, durante i salvataggi, la sofferenza che provano i piccoli elefanti quando restano orfani». Un’elefantessa ha 22 mesi di gestazione e lo svezzamento del più grande mammifero del pianeta dura fino a tre anni. Se perdono la madre in questa fase, per la sofferenza smettono di mangiare, deperiscono, diventano apatici o rabbiosi. 
È emozionante vedere come le donne della comunità Sumburu li accudiscono per salvarli, hanno trovato il modo per allattarli grazie a giganteschi biberon, li accudiscono la notte, cantano loro perfino la ninna nanna.

Per salvare gli elefanti traumatizzati dall’essere rimasti orfani è fondamentale un accudimento speciale (credits: Ami Vitale)

«La prima volta che ho incontrata Shaba, ha cercato di caricarmi e ti assicuro che non era piccola. Ha continuato a farlo per un anno, finché un giorno ho capito che mi aveva finalmente accettata quando mi è passata vicino camminando pigramente e mi ha “spazzolata” con la sua proboscide. Come fotografa e come documentarista è importante costruire relazioni non solo con le persone ma con tutte le creature di cui devo raccontare le storie». 
Il percorso di Shaba è quello di un’orfana che ritrova la fiducia e quando vede un piccolo appena arrivato lo adotta e lo rimette in piedi, oggi è diventata la matriarca, ha aiutato trenta orfani a rinascere ed è tornata a vivere allo stato selvaggio.
«Shaba mi ha insegnato quanto sia importante avere con gli animali lo stesso tipo di fiducia che costruiamo tra noi umani».

Dorothy Lowaktuk accarezza un piccolo elefante (credits: Ami Vitale)

Questa storia però ne contiene un’altra: ha cambiato il ruolo della donna nella comunità, dandole peso e protagonismo, all’inizio il progetto era guidato da uomini, guerrieri Samburu, ma poi le donne hanno preso il sopravvento.
Tanto che quando chiedo ad Ami quale sia il più bel ricordo di questi anni mi risponde così: «La prima volta che ho incontrato le donne che lavorano a Reteti erano timide e silenziose, oggi invece sono piene di orgoglio per il lavoro che fanno. Il loro compito è garantire che i piccoli elefanti, che quando arrivano sono terribilmente vulnerabili e deboli, si sentano protetti e nutriti. Dorothy Lowaktuk, che si definisce una guerriera dell’ambiente e ha costruito una relazione profonda e speciale con Shaba, un giorno mi ha detto: “Shaba e questi elefanti mi hanno insegnato tantissimo non solo sulla loro intelligenza ma anche su quanto si possa essere forti ma anche pieni d’amore. Le elefantesse ci hanno mostrato che come donne possiamo essere coraggiose, forti e guidare noi il gruppo». 

Una donna della tribù Sumburu con in mano i biberon per allattare i piccoli elefanti (credits: Ami Vitale)

Il motto di Ami Vitale è che bisogna immergersi nelle storie, che sia la guerra, il fango o che questo significhi travestirsi da Panda o costruire un rapporto di fiducia con un elefante. Tanto che nella foto che mi manda e che meglio la ritrae è nell’acqua di un’inondazione fino quasi alle ascelle. Il suo fotogiornalismo è fatto di pazienza e approfondimento.  
Quest’anno ha vinto un World Press Photo per la sesta volta, con uno scatto in cui si racconta il salvataggio di una giraffa da un’inondazione in Kenya. La prima volta che la premiarono era nel 2003 con un lungo reportage sugli scontri tra indù e musulmani in India, due anni dopo sulle conseguenze per la popolazione delle tensioni tra India e Pakistan, poi ci sono stati gli ultimi rinoceronti bianchi, il ritorno dei panda nel loro habitat naturale in Cina e gli elefanti.

Ami Vitale

Ora c’è questo piccolo film, un gioiellino, che sarà disponibile online fino al 31 agosto. Per poterlo vedere è necessario acquistare il biglietto – sotto forma di un’offerta – e il ricavato andrà direttamente al progetto dell’orfanotrofio per elefanti.

La locandina del film di Ami Vitale. Per vedere il trailer del cortometraggio basta cliccare sull’immagine.

Il Reteti Elephant Sanctuary è sostenuto da enti e associazioni locali ma anche da organizzazioni americane e inglesi. Ma il suo cuore è nella terra dei Sumburu, che per centinaia di anni sono stati nemici degli elefanti, con cui si contendevano l’acqua. Ora è nata una nuova relazione tra la tribù e gli elefanti, che sono utili perché fanno pulizia dei piccoli arbusti, degli alberi più bassi e così permettono la crescita dell’erba e quindi l’allevamento delle mandrie ma anche la sopravvivenza di bufali, zebre, impala e naturalmente dei loro predatori. Insomma, sono degli stabilizzatori del sistema e poi sanno dove si trova l’acqua in periodi di siccità, basta seguirli e scavare.