LA TESTIMONIANZA

Per Andra la memoria profuma di pane

29 gennaio 2021 | diMario Calabresi

«Mi sono alzata prestissimo e ho cominciato ad impastare il pane. L’ho lasciato lievitare più di due ore poi ho fatto il secondo impasto, era gonfio, gonfio. Mi sono fatta un bel filoncino. L’ho sfornato alle otto e mezza, giusto in tempo per partire per San Francisco. Mio nipote Joshua era già fuori che mi aspettava in macchina». Il Giorno della Memoria di Andra Bucci, 82 anni a luglio, una delle poche bambine sopravvissute al campo di sterminio di Auschwitz, ha il profumo del pane.

Il pane che Andra Bucci ha sfornato all’alba del Giorno della Memoria, il 27 gennaio. Di solito, lo prepara ogni venerdì

«Lo faccio una volta alla settimana, di solito di venerdì, ma questa volta ho anticipato. Forse perché in una giornata così densa di ricordi faticosi era importante avere qualcosa di familiare e rassicurante e il pane buono è un cibo che dà conforto. Ho imparato a farlo durante la pandemia, qui in America, e ogni volta che lo sforno penso che mio padre, che incominciò come pasticcere e panettiere, sarebbe orgoglioso di me». Andra vive a Sacramento, la capitale della California dove si sono stabilite da più di vent’anni le sue due figlie, dal 2018. La sua è stata una vita complicata e faticosa, la deportazione ad Auschwitz quando aveva quattro anni e mezzo, la separazione dalla madre, lo sterminio dei nonni, degli zii e dei cugini, una peregrinazione per l’Europa, da Praga a Londra, dopo la fine della guerra, la sorpresa di ritrovare la madre ancora viva quando ormai aveva otto anni, il ritorno a Trieste in un mondo che non voleva sapere e ricordare.

Poi la vita fiorisce ma lei resta vedova con due bambine quando finalmente le cose avevano preso il verso giusto. Ma Andra non si è mai arresa, ha continuato a camminare, come fa quasi ogni mattina. «Domenica sono uscita che faceva ancora buio, era una giornata bellissima, l’aria era pungente ma ho camminato per 13 chilometri, avevo preso una strada nuova e ad un certo punto ho pensato di essermi persa». Andra ha cominciato a camminare seriamente il giorno che ha compiuto settant’anni, da allora non ha più smesso e partecipa a gare podistiche e mezze maratone.

Due anni fa l’ho accompagnata nel suo giro sull’American River e faticavo a starle dietro. «Camminare e fare il pane sono gesti che mi liberano la testa, mi servono a respirare in un tempo in cui ricordo molto». Le chiedo quanto frequentemente pensi ai giorni di Auschwitz, di cui porta tatuato sul braccio il numero 76483: «In questo ultimo periodo molto di più, credo sia dovuto all’età, sono diventata vecchietta, sono quasi alla fine del mio percorso e qualsiasi cosa accada, o io senta, mi fa tornare indietro».

Andra Bucci, 81 anni, vive a Sacramento (California) e ama camminare anche a livello agonistico. Queste foto le ho scattate io due anni fa, mentre la accompagnavo nel suo giro sull’American River

«La cosa che mi torna in mente più spesso quando penso al campo sono il fumo e le fiamme che uscivano da quel lungo camino che vedevamo dalla nostra baracca. Quello dei forni crematori. Poi naturalmente il grande freddo». Andra resta qualche secondo in silenzio, sta viaggiando nella memoria: «Ricordo i cani che ringhiavano quando siamo scese dal treno, i soldati che urlavano in una lingua incomprensibile, il tatuaggio, con mia madre che passò davanti per sentire prima lei se facesse male, poi ci separarono e per qualche tempo veniva a salutarci la sera da dietro il filo spinato. Le avevano tagliato i capelli e non la riconoscevo; ricordo la baracca, il freddo, la neve, le pile di cadaveri tutti bianchi e ghiacciati. Ricordo il silenzio la mattina che arrivarono i soldati dell’Armata rossa».

Sono passati esattamente 76 anni da quel giorno. Andra e sua sorella Tatiana, che ha due anni più di lei, si salvarono perché erano alte uguali e vestite con lo stesso cappottino. Vennero scambiate per gemelle e portate nelle baracche dove venivano tenuti i bambini che servivano agli esperimenti del dottor Mengele. Ad Auschwitz Birkenau entrarono 232 mila bambini sotto i dodici anni e ne sopravvissero non più di 50.

«Quando ero ragazza non si poteva ricordare, non se ne parlava mai, era un tabù. Nessuno ci chiedeva niente. Solo con mia sorella Tati ne parlavo, ricordavamo tra noi. Ma mai con gli estranei. Se nessuno ti chiede non ti metti a dire: “Sai che sono stata in un campo di sterminio…”». Dopo mezzo secolo di silenzio, nel 1994 raccontarono per la prima volta la loro storia e l’anno dopo presero il coraggio di tornare ad Auschwitz. Da allora lo ha fatto una trentina di volte, da quando è stato istituito il Giorno della Memoria sempre per accompagnare gruppi di studenti, di solito le scuole della Toscana. «Sono state esperienze bellissime, il viaggio in treno con 700 ragazzi. Alcune volte siamo rimaste a Firenze e abbiamo raccontato la storia a migliaia di studenti al Mandela Forum. Per me un’emozione fortissima. Un anno con noi c’era lo scrittore israeliano David Grossman, che aveva appena perso il figlio: quando è salito sul palco, i ragazzi hanno cominciato a battere i piedi fortissimo e lui si commosse profondamente».

Lo scorso anno Andra è rimasta in California perché sua figlia Tatiana era appena stata operata. Ma in questo tempo di pandemia ha continuato a fare le sue testimonianze online. «Non ci capisco un tubo, schiaccio i tasti un po’ a caso, ma alla fine ce la faccio sempre a collegarmi». Due giorni fa con una scuola di Trieste e ora con i bambini di famiglie italiane di Islanda e Norvegia (oggi, venerdì 29 gennaio, alle 18.30, Andra e Tatiana racconteranno la loro storia insieme al giornalista Federico Taddia in un incontro aperto a tutti sulla pagina Facebook “Comites Oslo”).

La cerimonia organizzata il 27 gennaio scorso al Memoriale dell’Olocausto di San Francisco, a cui Andra è stata invitata

Dopo aver sfornato il pane è partita per San Francisco con Joshua. Ci hanno messo un’ora e mezza. Il console italiano Lorenzo Ortona, che tre anni fa le ha consegnato l’onorificenza di Commendatore della Repubblica, l’aveva invitata alla cerimonia al Memoriale dell’Olocausto che si trova di fronte all’oceano al Lincoln Park, tra gli alberi si vedeva il Golden Gate. «Sono andata a deporre una pietra e ho lasciato un pensiero in inglese. È stata una cerimonia breve e intima. Poi ho registrato una testimonianza per la scuola italiana, dove ero già andata lo scorso anno». Andra non si sottrae mai agli inviti e anzi apprezza quando sono fatti in momenti lontani dal 27 gennaio: «Io credo che si dovrebbe distribuire la memoria nel tempo, non tutto nella stessa settimana, il rischio è che tutti questi ricordi insieme vengano a noia».

Il suo messaggio più prezioso è che bisogna coltivare la memoria ma guardando avanti, trasformando le lezioni del passato in strumenti per il presente: «La storia va avanti, questa è la vita. E la mia voce, il mio camminare, il mio raccontare, anche il mio impastare il pane o fare i golf a maglia è la mia vittoria sul nazismo, sull’idea di morte, distruzione e sterminio».

La vita continua. Venerdì scorso Andra ha fatto il vaccino contro il Covid, il 19 febbraio farà il richiamo. «Avevo appuntamento alle 9.20, sono andata dove fanno le fiere, si doveva entrare in un padiglione con la macchina. Ci siamo messi in coda alle 9.05, all’ingresso una donna militare indicava la direzione. C’erano tanti banchi dove facevano la vaccinazione. Un’infermiera con carrellino si è avvicinata all’auto, è venuta dalla mia parte, ho aperto la portiera e mi ha fatto il vaccino della Moderna, poi mi ha consegnato un foglio con tutte le indicazioni. Ci ha detto di uscire e stare 15 minuti nel parcheggio per controllare che non ci fossero reazioni allergiche. Hanno appoggiato un timer all’esterno della macchina. Ogni tre minuti un’altra infermiera veniva a controllare come stavo. Dopo un quarto d’ora hanno ritirato il timer e siamo tornati a casa. Erano le 9.45».

Il Golden Gate fa capolino tra gli alberi del Lincoln Park, dove si trova il Memoriale dell’Olocausto di San Francisco

«Non ho avuto una vita facile, non sono mai stata serena del tutto, ma sono sopravvissuta. Mi ritengo una persona più che fortunata perché sono tornata a casa viva e sana. Alla fine posso dire: “Grazie alla vita che mi ha dato tanto”». Mentre pronuncia queste parole si mette a cantare, è la canzone della cilena Violeta Parra, che abbiamo sentito interpretare da Mercedes Sosa come da Gabriella Ferri. «Ho un problema io, quando sento una parola mi viene in mente una canzone: gli altri parlano e la mia testa si affolla di note. Penso che sia un difetto, ma mi rallegra e mi colora la vita».