LA STORIA

Ma il bene non fa mai naufragio

07 gennaio 2022 | diMario Calabresi

Il primo istinto fu di andare a cercare in archivio che tipo di nave fosse, il primo risultato della ricerca mi bastò a capire la dimensione della tragedia che avevamo davanti. L’articolo di sei anni prima recitava trionfante: “È nata la nave da crociera che porta con sé la bella stagione. Si chiama Costa Concordia e con il record dei suoi 290 metri di lunghezza è la più grande d’Italia”. Le foto di quella mattina ce la mostravano invece semiaffondata, poggiata di lato sulle scole al largo dell’Isola del Giglio. Come era lontana la definizione di “Disneyland del mare” che le avevano attribuito quando era stata varata.

La prima pagina del quotidiano “La Stampa” che dirigevo quando ci fu il naufragio della Concordia

Era il 14 gennaio del 2012, la sera prima alle 21:45 quel gigante con 1500 cabine aveva fatto naufragio per quello che presto avremmo scoperto essere un errore umano dettato da arroganza e superficialità. Un errore costato la vita a 32 persone.
Dieci anni dopo è possibile ricostruire la storia di quei giorni, delle vite perdute e di quelle salvate, degli errori e degli eroismi, delle meschinità e dei grandi gesti di altruismo. Un viaggio emozionante che ha fatto Pablo Trincia con una serie podcast, un incredibile reportage di voci e racconti in nove puntate, che si intitola “Il dito di Dio”, e in un libro in uscita da Einaudi: “Romanzo di un naufragio”.

Il dito di Dio – voci dalla Concordia è una produzione di Spotify Studios in collaborazione con Chora Media

Dieci anni fa io dirigevo La Stampa e Pablo, che lavorava alla trasmissione “Le Iene”, aveva scritto per noi dei reportage dall’India; non ci eravamo mai incontrati di persona. Quella mattina lui era in casa a Milano, appena rientrato da un viaggio in Africa, aveva in braccio sua figlia Yasmine, un anno e due mesi, quando aprì il computer. Faceva fatica a credere a quello che stava leggendo: una nave semi sommersa nel mare d’inverno. Mai avrebbe immaginato che dieci anni dopo avrebbe dedicato dieci mesi della sua vita a ricostruire quella storia in ogni dettaglio.
Con Pablo ci saremmo poi ritrovati a Repubblica dove lui ha realizzato il primo grande podcast italiano – “Veleno” – e ora lavoriamo insieme a Chora. Quando un anno fa decidemmo che valeva la pena riaccendere la luce su quel naufragio incomprensibile Pablo mi disse che aveva bisogno di trovare un filo da cui partire, una persona che gli facesse da guida e gli aprisse la porta della narrazione.

«La prima cosa che ho fatto è stata di provare a cercare il fratello dell’ultima vittima recuperata sulla nave, un cameriere indiano di nome Russel Rebello. Trovarono i suoi resti solo nel novembre del 2014, quasi 3 anni dopo l’incidente, mentre stavano smantellando la Concordia nel porto di Genova. Ho pensato che fosse giusto partire da lì, dalla fine della storia». Pablo, che ha studiato per due anni l’hindi alla School of Oriental and African Studies di Londra, si era preparato una conversazione nella lingua madre di Kevin, il fratello di Russel. Ma al telefono Kevin lo ha subito interrotto: «Non ti preoccupare, guarda che parlo benissimo in italiano e vivo a Milano». Così hanno scoperto di abitare a cinque minuti di distanza e si sono dati appuntamento alle panchine dei giardini sotto casa.

«Quando ha cominciato a parlare mi ha aperto un mondo, mi ha travolto, il suo è stato uno dei racconti più drammatici e profondi che abbia mai ascoltato». Sentire la voce pacata e serena di Kevin è un colpo allo stomaco, così come lo sono la sua saggezza e la sua generosità: «Eravamo seduti nello studio di registrazione – ricorda Pablo – e alla fine di un’intervista molto intensa, mi ha raccontato che ha cercato Francesco Schettino più volte perché, nonostante gli errori del comandante della nave siano costati la vita a suo fratello, mi ha spiegato di aver visto un uomo in difficoltà, distrutto, che meritava compassione. Sono uscito da quello studio con un’energia diversa».

Pablo Trincia durante le registrazioni del podcast al largo dell’Isola del Giglio e vicino alle famose scole contro le quali andò a sbattere la nave

Pablo ha fatto un lavoro giornalistico di ricostruzione dei fatti senza precedenti, ci sono tutte le voci dei protagonisti, i suoni e le conversazioni originali. Ascoltando questa serie podcast si ha la sensazione di essere partecipi della tragedia, di essere lì, con le donne e gli uomini che quella notte vennero travolti da un evento non immaginabile.

Il viaggio nella storia del naufragio, delle vite che si sono incontrate su quella nave, nelle coincidenze del prima e nel dolore del dopo, sono stati un’esperienza straordinaria per Pablo: «Non mi era mai successo di andare in studio a registrare e scoppiare a piangere, e non riuscire ad andare avanti a leggere il copione. È successo alla settima puntata: stavo raccontando la storia di una famiglia sarda, i Masia, che mi aveva coinvolto particolarmente. Li avevo seguiti fin dall’inizio della crociera ma poi quella notte dovevo registrare l’epilogo. Un gruppo di passeggeri stava facendo una catena umana, si tenevano per mano per uscire da un corridoio che si riempiva d’acqua e si inclinava sempre di più trasformandosi in un pozzo. Claudio Masia, che era lì con i genitori e i due figli, mi ha raccontato che la catena si è spezzata proprio tra la sua mano e quella del padre Giovanni, che gli aveva detto: “Occupati della mamma” e poco dopo era scivolato nel buio».

Il libro di Pablo Trincia “Romanzo di un naufragio” edito da Einaudi

Ascoltando questa storia non ci si riesce a fare una ragione dell’insensatezza di quelle morti, allora mi è venuto spontaneo chiedere a Pablo che cosa gli abbia lasciato questo lavoro: rabbia, frustrazione, sconforto? «No, grande ottimismo, è una brutta storia di bugie, omissioni, egoismo e di un comandante che abbandona una nave, ma c’è anche tanto bene. Ricostruendola ho scoperto una forza positiva incredibile: persone che superano ogni ostacolo, gesti di eroismo e altruismo così belli che mi hanno fatto vedere tutto sotto una luce completamente diversa. Mi è rimasta dentro una grande sensazione di fiducia negli esseri umani».