L'INTERVISTA

Le mie passeggiate con John

18 dicembre 2020 | diMario Calabresi

«I suoi libri nascevano sulla scogliera. Camminava ogni giorno, per ore, lungo il sentiero sull’Atlantico e si immaginava le storie, costruiva i romanzi. Un posto incredibile: lì la scogliera è altissima, guardi sotto e ti vengono i brividi». John Le Carré, il grande scrittore britannico scomparso a 89 anni, viveva in un minuscolo paesino della Cornovaglia, nel punto più estremo dell’Inghilterra, a Land’s End. Ci si era trasferito negli anni Settanta, quando il successo dei suoi libri, primo fra tutti “La spia che venne dal freddo”, gli aveva permesso di comprare un cottage e un grande pezzo di terra sospeso sul mare. «La sua proprietà non era recintata, permetteva a chiunque di entrare e camminare sul sentiero lungo la costa, una cosa che facevamo insieme ogni estate. Nel vento e con il rumore del mare abbiamo parlato per 25 anni dei suoi libri e dei miei studi, ma nell’ultimo tempo soprattutto di cosa significa essere padri e figli, del senso della lealtà e della fedeltà alle persone, alle idee e alle istituzioni».

Lo scrittore John Le Carré, scomparso lo scorso 12 dicembre (ritratto di Marta Signori)

Per Federico Varese, professore di Criminologia a Oxford, studioso della mafia russa e dei modelli del crimine organizzato nel mondo, John Le Carré è stato più di un amico, quasi un padre. Avevano 34 anni di differenza e si erano conosciuti nel 1995: «Allora vivevo a Perm, una città russa sotto i monti Urali, a metà strada tra Mosca e la Siberia, dove facevo ricerche per la mia tesi di dottorato e per il mio primo libro sulla mafia nel mondo post-sovietico. Un giorno, insieme alla posta che mi mandavano da Oxford, arrivò uno strano plico, erano le bozze di un libro chiuse in una scatola di cartoncino, di quelle che ti danno nei negozi delle fotocopie. Era accompagnata da un biglietto firmato David Cornwell, mi chiedeva la cortesia di leggere quello che aveva scritto e di dargli un giudizio.

L’intestazione del libro era John Le Carré (il cui vero nome era appunto David Cornwell) e non ci potevo credere. Pensai a uno scherzo dei miei compagni di studi, poi scoprii che era stato uno dei miei professori a consigliargli di scrivermi. Nel libro parlava anche della nuova mafia russa e David voleva capire, da me che ero immerso in quel mondo, se la storia era plausibile, se i personaggi erano credibili e i dettagli corrispondevano alla verità. Lessi tutto e gli scrissi cosa ne pensavo, allora mi chiese di incontraci. Quando tornai in Inghilterra mi diede appuntamento in un ristorante libanese di fronte alla sinagoga di Oxford, in un quartiere che si chiama Gerico. Mi sembrava di essere entrato in uno dei suoi romanzi».

Una delle cose più care per Federico è quel primo libro a cui aveva partecipato – “Our game”, tradotto in italiano con il titolo “La passione del suo tempo” – in cui venne citato nei ringraziamenti. Non sapeva che da quel giorno Le Carré gli avrebbe chiesto consigli su ognuno dei libri che ha scritto. «Voleva essere accurato e preciso nei dettagli e cercava occhi esperti. Ogni volta lo stesso rito: mi spediva le varie versioni battute a macchina, almeno tre o quattro, e io gli mandavo i miei commenti per posta elettronica».

Sopra: la dedica di John Le Carré (al secolo, David Cornwell) a Federico Varese sulla prima pagina del suo libro “Our Game”. Sotto: una delle scatole di cartone in cui Le Carré spediva a Varese le bozze dei suoi romanzi per una revisione

Gli incontri al ristorante libanese si moltiplicarono, la discussione su mafie, spie e criminali si trasformò in una vera e profonda amicizia e Federico cominciò a raggiungere David in Cornovaglia durante le vacanze, una tradizione che si è ripetuta ogni estate per un quarto di secolo. L’ultima volta che si sono sentiti è stato tre settimane fa, David aveva spiegato a Federico che era malato e faceva la radioterapia e nell’ultimo messaggio gli aveva raccontato che i nipoti lo prendevano in giro dicendogli che era radioattivo.

Federico Varese mi parla dal suo studio del Nuffield College, il piccolo college di Oxford riservato a chi fa ricerca in scienze sociali, economia, politica e sociologia. Costruito nel 1936 nello stile delle case di campagna inglesi è un luogo che sembra uscito dalla saga di Harry Potter. Qui le lezioni sono andate avanti fino alla settimana scorsa, metà in presenza e metà online, i numeri delle infezioni sono molto bassi e gli studenti sono regolarmente testati nel laboratorio dell’Università. Si sono presentati tutti al primo trimestre tranne i cinesi, che hanno preferito non volare in Europa.

In questi spazi, dove si insegna la cultura da più di 900 anni, David Cornwell alias John Le Carré ricevette la laurea honoris causa, di cui uno dei promotori fu il professor Varese: «David era un uomo appartato, fuori dalla società delle lettere e dei premi, ma quel giorno a Oxford c’era il mondo, da Aung San Suu Kyi all’ex capo del Mi5, il servizio segreto britannico. Era amico di Arafat come di Gorbaciov e un giorno durante una delle nostre passeggiate mi raccontò di quando Francesco Cossiga, allora presidente della Repubblica e grande appassionato di spie e intrighi internazionali, lo invitò a pranzo al Quirinale. Lo accolsero i corazzieri e venne accompagnato in un salotto dove venne ricevuto da un uomo molto elegante che parlava un inglese perfetto. David pensò che fosse il presidente e gli regalò il suo libro, si sedettero a parlare finché una segretaria non li interruppe per annunciare che Cossiga li stava aspettando… A tavola un’altra sorpresa, il presidente aveva invitato anche i capi dei servizi segreti italiani e svariati generali».

Federico Varese, a sinistra, e John Le Carré alla cerimonia di consegna della laurea honoris causa conferita dall’Università di Oxford allo scrittore nel 2012

«Molti continuavano a confonderlo con i servizi inglesi, perché aveva lavorato a Londra all’Mi5 e in Germania in ambasciata, sotto copertura, per l’Mi6, il Secret Intelligence Service. Ma a lui dava fastidio, una volta mi disse: “Io non sono una spia che scrive romanzi, ma uno scrittore che per una parte della sua vita ha lavorato ai servizi segreti”. Era famosissimo per i libri sulla Guerra Fredda, “La spia che venne dal freddo” è un capolavoro assoluto, il libro che ha rivoluzionato il modo di pensare i servizi segreti e l’Occidente rispetto al Patto di Varsavia. Ci ha detto che anche la nostra parte tradiva, ne faceva di tutti i colori e usava gli stessi metodi dei sovietici e del Kgb. David ha distrutto il modello James Bond, che non poteva sopportare perché, diceva, non sono mai storie vere: le sue operazioni vanno sempre a buon fine, invece nella realtà spesso finiscono in nulla. Aveva una visione molto pessimista dello spionaggio: “Un apparato burocratico fatto di documenti, formulari e procedure senza alcun glamour”».

Federico ama molto anche la seconda parte della produzione di Le Carré, quella scritta dopo la caduta del Muro di Berlino: «È una parte bellissima e ricchissima. È una fesseria definirlo “uno scrittore della Guerra Fredda”, era invece un indagatore di rapporti umani. Lo appassionava il dilemma tra essere fedeli alle istituzioni o ai propri sentimenti. Diceva che nella storia e nella vita il dilemma si ripete, ma alla fine si viene regolarmente traditi».

Una mensola della libreria di Federico Varese con alcuni dei volumi scritti da John Le Carré

«Il libro che non ha mai scritto è quello su suo padre, un uomo ingombrante e imbarazzante, un truffatore, finito in bancarotta e più volte in prigione. David mi raccontava la vergogna che provava da bambino quando lui e suo fratello dovevano mentire costantemente ai vicini, alla polizia e ai creditori per provare a coprirlo e difenderlo. Quando era ancora piccolo la madre, stanca di quell’uomo, abbandonò la famiglia. David l’avrebbe rivista una sola volta, quando aveva 21 anni, e andò ad abitare con le zie, le sorelle del padre. Un giorno, mentre camminavamo sulla scogliera mi ha detto: “Sono cresciuto senza un abbraccio”. Cominciò a lavorare a questo libro biografico, fece molte ricerche e andò perfino a Hong Kong a visitare una delle carceri in cui era stato rinchiuso. Me ne parlava spessissimo, ma alla fine non lo ha mai scritto, ne fece solo un articolo per il “New Yorker”».

Federico stava lavorando con David a una serie televisiva su come è cambiato lo spionaggio in Russia dopo la fine del comunismo e lui stava scrivendo un altro romanzo, anche se il suo chiodo fisso era la chiusura della Gran Bretagna verso l’Europa: «Non se ne faceva una ragione, era terribilmente contrario alla Brexit». Chiedo a Federico cosa gli mancherà di più dell’amico dell’ultimo quarto di secolo: «La sua voce, aveva una voce bellissima. Non riesco a capacitarmene, era una di quelle persone che pensi siamo immortali, che ci saranno sempre. Ma io tornerò ogni estate a camminare sulla sua scogliera in Cornovaglia».