IL PODCAST

Che meraviglia imparare a vivere

5 marzo 2021 | diMario Calabresi

«Ogni attimo della nostra vita è sorprendente e potenzialmente meraviglioso». Ascolto queste dieci parole dalla voce di un uomo che è sieropositivo da più di 35 anni, che ha visto morire di eroina o di Aids la fidanzata e i migliori amici, e penso che questa sia l’unica cosa che dovremmo ripeterci ogni mattina quando apriamo gli occhi. (Fermatevi un attimo: provate a rileggere la prima frase, lentamente, scandendo ogni parola, e lasciatela entrare dentro di voi, è il migliore regalo che vi potete fare). «La cosa più importante – aggiunge – è avere consapevolezza della finitezza delle cose. Non vanno mai sprecate, mai buttate via».


Fabio Cantelli Anibaldi, uno dei protagonisti del documentario Netflix “SanPa” e anche del mio nuovo podcast, nello studio di registrazione

Quando ho visto “SanPa”, il documentario di Netflix su Vincenzo Muccioli e la comunità di San Patrignano, sono rimasto affascinato da un uomo magrissimo, che raccontava la sua storia seduto sul bordo di un letto in una stanza d’albergo di Rimini. Era in penombra e parlava con grande calma e precisione della sua vita da eroinomane, di come sia possibile scendere all’inferno, perdersi completamente e poi riuscire a rialzarsi, riconquistando un giorno dopo l’altro un piccolo pezzo di consapevolezza e di dignità. Mi aveva colpito la sua voce, senza rancori e senza furbizie, e ho pensato che mi sarebbe piaciuto conoscerlo, per chiedergli come ha fatto a rialzarsi, come ha fatto a fare pace con il tempo perduto e buttato via.

Ci incontriamo a Torino, sta per uscire in libreria “SanPa, madre amorosa e crudele”, il libro di memorie sulla sua esperienza nella comunità di recupero più famosa e discussa d’Italia. Ci arrivò in crisi d’astinenza, fuggì più volte, venne riacciuffato, riportato a forza a San Patrignano, chiuso in uno stanzino per 18 giorni. Tentò il suicidio. Cominciò a rinascere quando provò pena per quel mucchietto di pelle e ossa che era diventato. Imparò un lavoro, si iscrisse all’Università a Bologna e diventò addirittura il portavoce della comunità. A San Patrignano rimase fino a due giorni prima della morte di Vincenzo Muccioli. Su quel tempo ha scritto un libro potente, che venne quasi clandestinamente pubblicato più di vent’anni fa e che oggi torna in libreria, con Giunti.

Parliamo a lungo e voglio capire quando ha realizzato che ogni nostra giornata è un dono e una possibilità: «Questo l’ho capito molti anni dopo, quando ho avuto la coscienza della mia malattia e della finitezza della nostra esistenza». Insiste a lungo sul concetto di “finitezza”: «La nostra vita viene dall’infinito ma torna all’infinito. Quindi la nostra esistenza terrena è una corda tesa fra due infiniti. Se la percorriamo con questa consapevolezza la vita è una meraviglia. Una cosa intensa». La nostra chiacchierata, un viaggio che parte dalla fine degli anni Settanta e arriva ad oggi, lo potete ascoltare qui, nella nuova puntata del mio podcast Altre/Storie, ma quando abbiamo finito c’era ancora una domanda che mi ronzava in testa e che è diventata questa newsletter.

Esce oggi la quinta puntata della mia serie podcast Altre/Storie, prodotta da Chora Media e intitolata “Imparare a vivere”. Potete ascoltarla cliccando sul testo sopra o sulla copertina

Nel libro che ha scritto, nell’introduzione, affronta un tema fondamentale, quello del tempo. Parla di esperienze che creano una sorta di tempo che è diverso dal passato, dal presente e dal futuro, perché è un “tempo verticale”, che non passa mai. Per lui quel tempo è l’esperienza dell’eroina e di San Patrignano. «Il tempo verticale è il tempo legato a delle emozioni particolari, che scavano dentro di noi e ci segnano, che ci hanno rivelato qualcosa di fondamentale su noi stessi. Sono emozioni indimenticabili. È un passato che non passa mai del tutto, che è sempre lì in attesa, in agguato, pronto a riemergere per colpirti alle spalle e dirti: “Io non ti lascerò mai stare perché tu sei in me”».

Questo ragionamento di Fabio Cantelli mi torna molto. Per me il tempo verticale che si ripresenta nella vita è quello degli anni Settanta, del terrorismo e delle sue conseguenze. Però c’è un momento in cui si deve cercare di fare pace col tempo verticale, perché altrimenti può diventare la prigione di una vita, qualcosa che ti riporta sempre laggiù e non ti permette mai di andare avanti. Non possiamo permettere a un torto, una ferita, un’esperienza terribile che abbiamo vissuto di tenerci fermi con la testa all’indietro. Credo che il punto sia trovare, in quello che è successo, anche un’identità e una forza che ci permetta di progredire, di essere altro. Gli chiedo se sia così anche per lui. «Assolutamente sì: il tempo verticale è in qualche modo la mia guida. Quello che continua a indicarmi la strada, facendomi riemergere delle emozioni più dolorose. Quelle emozioni però servono a dirmi: “Tu sei questo, non tradirti. Vai avanti, cercando di continuare a essere quello che sei”».

Questa consapevolezza è quella che, secondo Fabio, permette di accompagnare alla disintossicazione un percorso di rinascita. Nei suoi ragionamenti c’è la preoccupazione che oggi il fenomeno delle tossicodipendenze sia totalmente sottovalutato, banalizzato e quindi non affrontato: «La droga è diventata una merce del mercato perché adesso la si può ordinare con il telefonino, il pusher viene a casa tua così come il rider che ti consegna la pizza o il sushi, ma ti porta l’eroina, un po’ di coca, le pastiglie di anfetamina. Questa normalizzazione è un modo di mettere il problema sotto il tappeto. Ma le motivazioni che portano un ragazzo a drogarsi sono le stesse che avevo io, cioè la ricerca di un senso, la rincorsa di un desiderio esagerato di infinito».

Cosa fare allora, oltre a rimettere il problema al centro e tornare ad affrontarlo? «Ascoltare i ragazzi, capirli, aiutarli a trovare le loro passioni. Perché quello che arde nel cuore di un ragazzo è meraviglioso. Se tu riesci a fargli trovare la passione giusta, può creare cose meravigliose. Io, per uscire dalla droga, ho dovuto costruire un mondo alternativo alla droga che mi appassionasse quanto la droga. Per fortuna avevo già fatto qualcosa prima, nel senso che mi piaceva scrivere, mi piaceva leggere, mi piaceva ascoltare musica. Ho capito che quella era la mia strada. Questo è l’antidoto».