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20 Aprile 2024

Alla ricerca di lingue antiche

Valerio Millefoglie, autore del podcast “Voci nascoste”, ripercorre su Altre/Storie il suo diario di viaggio dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, alla ricerca di volti, voci e parole antiche.
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Giorgio Fusco, un ragazzo di 28 anni, poco dopo la mezzanotte di giovedì 4 aprile canta Lule Lule, brano della tradizione arbëreshë, accompagnandosi alla chitarra nella casa della nonna che non c’è più. Mi dice che in questa casa c’erano più persone che sedie, che letti; «hanno vissuto in tanti», ripete, e questi tanti mi sembra abbiano vissuto sia contemporaneamente che separatamente, separati dal tempo, come lui che in questa casa si sente più vicino alla sua infanzia.La casa è una stanza con un bagno e un balcone da cui si vede tutta Piana degli Albanesi, paesino a 25 chilometri da Palermo, eppure lontanissimo dalla città. Ku vate moti c’is nje here, “dov’è andato il tempo?”, intona Giorgio nella lingua portata qui nel 1400 dagli albanesi in fuga dai turchi-ottomani e riecheggiata fino alla sua generazione. La risposta è che il tempo passato è nel luogo in cui ci troviamo, il luogo che è anche la sua voce che ne contiene tante, arriva dal profondo, da uno scavo che ha nella pancia, una caverna che la custodisce e la fa uscire solo quando si esprime in quella lingua che a lui dice molto di più di ciò che dicono le parole.

© Roselena Ramistella

Giorgio è una delle tante voci che ho ascoltato e registrato nel mio viaggio attraverso tre lingue antiche, tuttora presenti: l’arbëreshë in Sicilia, il griko nella Grecìa Salentina e il francoprovenzale in Valle d’Aosta. “La lingua è una terra”, ho appuntato sul mio diario di viaggio, “anche di una terra che non c’è”. 

Vittoria, 18 anni, indossa la sua stirpe. La srotola su un tavolo della biblioteca di Piana degli Albanesi. «Si chiama brezi e vuol dire stirpe, generazioni», mi spiega svelandomi la cintura dell’abito tradizionale, regalo di battesimo del nonno, «poi se n’è andato via, quindi è l’ultimo ricordo vivo che mi rimane addosso. E questo è un peso, perché il brezi pesa. Quando guardo la cintura di mio nonno penso di vedere il suo essere forte». 

A Giorgio, a Vittoria, a tutte le persone incontrate ho chiesto di tradurmi “voci nascoste” nella lingua madre, quella lingua per tutti minoranza e per loro l’alfabeto più importante e necessario. Eppure, di ritorno da questo viaggio, soprattutto nel tempo, la parola che in me ha generato più eco è “forte”

Il richiamo forte di cui mi ha parlato un ragazzo all’ora di pranzo che spopola le strade, in una pozza d’ombra al riparo dal sole, fuori dal castello di Corigliano d’Otranto. «Ero nella mia casa al mare – mi ha raccontato – stavo leggendo un libro in cameretta quando vengo attirato dalla musica che proveniva dalla televisione. Mio nonno e mia zia stavano guardando la notte della Taranta, in diretta da Melpignano, a poca strada da noi. Mi resi conto di essere così trascinato da quella musica ipnotica che cominciai a piangere, mi chiamava. Presi l’auto e guidai fino al concerto, verso quella lingua che mi aveva rapito». 

© Antonio Ottomanelli

Io sono stato rapito dal volante delle auto prese in affitto, capsule dimensionali che mi hanno portato dalle valli alte a quelle medie fino a quelle basse della Valle d’Aosta, a rincorrere il francoprovenzale. Per sentire dove lo si parla e dove è diventato un linguaggio fantasma, che altrettanto fortemente si perde da porta a porta come mi hanno detto Elodie e Asia, due amiche e vicine di casa, e in una casa qualcosa è rimasto e nell’altra no. 

L’ho trovato forte e chiaro nella casa di Liliana Bertolo, cantastorie che mi ha cantato in patois La ballata dell’amore cieco di Fabrizio De André. Lo stesso amore cieco che Fabien Lucianax, giovane rapper valdostano, prova verso il patois, tanto da scrivere rime in questa lingua proveniente dall’epoca di Carlo Magno. Ho registrato raffiche di vento che a volte hanno coperto le parole di chi intervistavo, ho riparato il microfono dall’acqua di un lago che stavo registrando e ho catturato prima i passi sul pavimento di legno di una chiesa e poi la confessione di un prete che ha iniziato a parlare il francoprovenzale solo a diciotto anni. Da piccolo quella lingua dei nonni lo imbarazzava perché era la lingua della zappa, della terra, del dizionario dove il cielo è più condizione meteorologica che spirituale e tutto ciò che è astratto non ha vocabolo.

© Arianna Arcara

Una voce fra tutte ha assunto significato per me, perché mi ci sono ritrovato. La voce di Livio Munier, vicepresidente dell’Association Valdôtaine Archives Sonores: «L’archivio nasce nel 1980 e ha come scopo quello di registrare persone. Noi all’inizio eravamo denominati come associazione militante. Abbiamo accumulato più o meno un 15mila ore di registrazione. Ero giovane nel 1980. Ho iniziato allora e adesso sono ancora attivo e continuo a registrare persone».

La mia ricerca – partita nel 2018 con un reportage per la raccolta Stiamo scomparendo Viaggio nell’Italia in minoranza (CTRL Books) – era partita dalla parola Bukë, pane in arbëreshë. E oggi so che il mio pane, ciò di cui mi cibo, sono le lingue, le lingue interne a un popolo, a una persona, le parole, le voci degli altri

*Valerio Millefoglie, scrittore e giornalista, ha pubblicato Manuale per diventare Valerio Millefoglie (Baldini Castoldi Dalai), L’attimo in cui siamo felici (Einaudi), Mondo piccolo. Spedizione nei luoghi in cui appena entri sei già fuori (Laterza). Ha diretto “ARCHIVIO magazine”. Scrive su “D La Repubblica”. Il suo ultimo libro è “Tutti vivi” (Mondadori Strade Blu, 2024)

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