Esistono luoghi in cui il tempo ha deciso di non adeguarsi alla velocità richiesta dal presente, in cui viene scandito in ore, in cui i secondi non sono l’unità di misura dell’attenzione e ogni scelta richiede anni di riflessione. Sono entrato in uno di questi luoghi per cercare una risposta diversa alle domande che ci facciamo sul senso del Tempo. Questo luogo è il monastero di Santa Chiara, lungo il Naviglio della Martesana, a Milano. Un monastero di clausura in cui vivono, in mezzo dalla città ma isolate dalla città, quattordici sorelle dell’ordine delle clarisse, quattordici donne che hanno fatto voto di altissima povertà e vivono secondo regole di otto secoli fa.

Mi hanno aperto la porta e mi hanno accolto per raccontarmi il loro tempo, che segue una scansione antica e sempre uguale. Un modo di vivere che “custodisce il tempo” difendendolo dall’incursione delle urgenze e dandogli sostanza e valore coltivando il silenzio.
Il racconto delle loro vite, di come interagiscono con l’esterno, di come vedono il mondo, di come organizzano la giornata e della gatta che tiene a bada i topi del Naviglio è il mio contributo al primo numero di Volume, il libro rivista di Chora realizzato con Feltrinelli e diretto da me.
Dopo cinque anni di racconti audio digitali abbiamo sentito il bisogno di dare vita a un oggetto fisico, qualcosa che si potesse tenere in mano, sfogliare, conservare. Una rivista trimestrale per provare a capire e raccontare i fenomeni profondi che ci circondano, i cambiamenti, le accelerazioni. Un racconto del mondo fatto attraverso le storie delle persone.
Una rivista di giornalismo, scrittura e reportage fotografici che in ogni suo numero si focalizzerà su un tema, cercando di comprenderlo moltiplicando i punti di vista e le sensibilità.

Il primo capitolo di questo viaggio parte proprio dal tempo, quello che non abbiamo, che ci sfugge, che si frantuma, che perdiamo, che desideriamo. Nell’era della velocità dell’intelligenza artificiale i minuti della nostra giornata possono definitivamente sbriciolarsi, in un flusso di stimoli dettati da algoritmi matematici, oppure ritrovare un senso forte, una centralità dettata dalla necessità di capire, di alzare lo sguardo, di tornare a immaginare.
Il primo racconto è di Andrea Bajani, fresco vincitore del Premio Strega, che ci parla di un momento intimo e speciale della sua vita, di quei martedì sera passati in solitudine, sempre allo stesso tavolo di un ristorante senza pretese, a riflettere su un matrimonio che stava finendo.
Cecilia Sala ricorda i minuti che non passavano mai nella cella del carcere di Evin, un tempo immobile e spaventoso in cui ci si può ritrovare a contare le pieghe che si hanno sulle dita.
Paolo Giordano ci porta su un fuso orario inesistente parlando della meraviglia di mettersi fuori dal tempo per scrivere: «Chi scrive romanzi esce dal tempo del mondo per vivere in una dimensione altra, lenta che, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, sembra assurda quanto le piramidi egizie. Ma inventare storie ha ancora senso perché quelle parole scritte e lette sono l’ultima occasione per provare che cosa sia l’abbagliante stupore».

Francesca Mannocchi e Simone Pieranni dialogano di come si vive quando si è malati cronici, esperienza che condividono nelle difficoltà e nelle sofferenze ma anche in una consapevolezza nuova capace di dare un senso diverso alla vita.
Mentre Guido Brera ragiona sugli algoritmi e sulla necessità per l’essere umano di immaginare direzioni «nuove, ostinate e contrarie», Alessandro Barbero è tornato nel tempo che ama di più, quello del Medioevo, per raccontarci come venivano scandite le giornate e di come per cuocere le uova sode fosse necessario recitare dieci Ave Maria.
Silvia Nucini ha fatto un viaggio nel mondo di chi cerca di fermare il tempo, nel mito della longevità e nelle ricette che si moltiplicano per inseguire l’eterna giovinezza, mentre Ilaria Gaspari mette in discussione il dovere dell’efficienza tessendo l’elogio del rinvio: «Procrastinare è un atto di ribellione pieno di bellezza e di sorprese».
E nel tempo tranquillo di Volume potrete leggere anche Nadia Terranova, Franco Arminio, Sara Poma, Francesca Milano, Ferdinando Cotugno, Cesare Martinetti, Angelo Carotenuto, Andrea De Cesco, Luca Micheli.

La bambina della copertina si chiama Sham, ha 8 anni, viveva a Gaza e una bomba le ha portato via un braccio: per lei il tempo della guerra durerà tutta la vita. Paolo Pellegrin, il più grande fotogiornalista italiano, ci racconta in un grande reportage le vite di bambine e bambini che sono riusciti a uscire dall’inferno di Gaza – oggi sono curati ad Abu Dhabi – ma si porteranno dietro i segni di qualcosa che non si può rimuovere e non si può dimenticare. Paolo ha dedicato questo suo prezioso lavoro alle migliaia di bambini feriti che, diversamente da quelli fotografati, non hanno avuto la fortuna di ricevere cure e assistenza.
Il nostro Volume ha un’attenzione particolare alla fotografia, che non è un corredo alla scrittura ma è sempre protagonista e capace di raccontare una storia. Così pubblichiamo le immagini di Davide Monteleone, Ramak Fazel, Florence di Benedetto e Bernard Plossu. E per non perdere mai la speranza ci sono “I sogni dei vecchi” una serie di ritratti realizzati da Arianna Arcara a novantenni e centenari che ci hanno raccontato i loro desideri di futuro. Un lavoro che da ieri è anche in mostra a Camera, il Centro italiano per la fotografia di Torino.

Chiudo questa newsletter con un’emozione personale, quella di tornare in una tipografia per vedere nascere, pagina dopo pagina, un giornale. Questo non sarà quotidiano, uscirà quattro volte l’anno, ma vedere la carta girare sentire l’odore dell’inchiostro e sporcarsi le mani è stato un momento di felicità.
In una bellissima tipografia vicino a Novara, insieme a Silvia Nucini, la curatrice della rivista, e a Giulia Mangano che lo ha disegnato insieme a Raffaella Di Donato, tra fogli, scarti e discussioni sui colori abbiamo finalmente visto nascere Volume.