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1 Giugno 2024

L’uomo dietro al monumento

Cento anni fa veniva assassinato Giacomo Matteotti. Tra i tanti libri che ricordano la sua figura di coraggioso antifascista ce n’è uno che vuole restituirgli anche una dimensione più umana. L’ha scritto un giornalista che l’ha avuto davanti agli occhi per tutta la sua infanzia.
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«Sono cresciuto all’ombra del monumento di Matteotti, abitavo proprio lì di fronte e lo vedevo ogni giorno, mi faceva impressione quanto quella grande scultura fosse trascurata, maltrattata e coperta dalla vegetazione e dall’ immondizia. Mi chiedevo chi fosse poi, quando all’università ho studiato storia contemporanea, mi sono messo a leggere della vita di quell’uomo».

Il monumento dedicato a Giacomo Matteotti a Roma sul Lungotevere Arnaldo da Brescia

La caratteristica di Vittorio Zincone, giornalista e autore della trasmissione Piazza Pulita, è quella di farsi e fare domande. Non solo per lavoro. Ogni volta che parlo con lui mi colpisce come il suo discorso sia intercalato da domande: non ti pone mai certezze, ma ti espone la sua idea e ti chiede se secondo te sta in piedi. Così un secolo dopo l’omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti, voluto da Benito Mussolini, Vittorio si è chiesto chi fosse davvero quell’uomo e dopo due anni di immersione nelle lettere, nei discorsi, negli articoli dei giornali del tempo, ha scritto una biografia dal titolo “Matteotti. Dieci vite”. Un libro che finalmente racconta la persona: «Siccome è un martire intoccabile non è mai stato veramente studiato come essere umano. Mi è sempre sembrato folle che il monumento alla persona più monumentalizzata in Italia insieme a Garibaldi – basti pensare a quante strade, ponti e piazze sono intitolate a lui – fosse in un tale stato di abbandono e dimenticanza. Nello stesso modo mi sembrava un grande vuoto che l’uomo Matteotti fosse dimenticato e sconosciuto». 

Ma allora chi era davvero Matteotti? «Ho rimesso in fila tutto quello che ha scritto e detto nei suoi trentanove anni di vita, fondamentale lo scambio di lettere con la moglie Velia, e ne è uscito un Matteotti super umano, che era anche il suo modo di essere in politica. Un uomo tignoso, meticoloso, radicale, intransigente con sé stesso e con gli altri. Potremmo definirlo un rompicoglioni, nel senso positivo del termine, uno che non ha fatto sconti a nessuno e che per primo ha denunciato cosa fosse veramente il fascismo».

Da come lo racconta è evidente che Zincone si è innamorato di Matteotti, dopo mesi passati a vivere con lui attraverso la lettura del suo sterminato epistolario, e il libro restituisce esattamente la parabola di una vita. Non racconta il martire, il mito, l’eroe ma il politico antiretorico, antipopulista e antimilitarista. Il racconto è talmente fresco e appassionato che alla fine hai la sensazione che quel Giacomo Matteotti fosse un tuo amico, qualcuno con cui hai diviso un pezzo di vita.

Giacomo Matteotti (22 maggio 1885 – 10 giugno 1924) nell’ultima fotografia scattatagli prima del suo omicidio

«Se ci pensi, Matteotti viene ricordato per un discorso, l’ultimo che ha pronunciato, e perché è stato ammazzato. Il resto è stato dimenticato, eppure ha una storia con uno spessore incredibile, persino ultra-avventurosa: rapimenti, scontri, polemiche, duelli mancati, discorsi parlamentari incredibili. Non lascia passare niente, denuncia e risponde a tutto, è un martello. E questo suo metodo, questo suo essere così radicale e determinato lo porta quasi inevitabilmente alla sua fine».

Così di Matteotti era tempo di raccontare la vita, una vita talmente densa che se ne possono individuare dieci: «Era un ricco proprietario terriero, un giurista appassionato di statistiche, un amministratore locale e provinciale socialista, un soldato pacifista, un organizzatore sindacale, un deputato riformista, un polemista puntuto e il primo degli antifascisti. È stato anche un marito e un padre, tristemente e straordinariamente assente. E Matteotti, a cui la propria di vita non sembrava sufficiente per realizzare tutto quello che avrebbe voluto, esprimeva spesso proprio il desiderio di averne dieci di vite. La stessa moglie Velia in una lettera lo prende in giro: “L’uomo delle dieci vite”, lo chiama».

Matteotti era nato nel 1885 in Veneto, a Fratta Polesine poco lontano da Rovigo, suo padre che era proprietario di una bottega aveva messo insieme un patrimonio grazie all’acquisto di tanti piccoli pezzi di terra e grazie ai prestiti che concedeva. Il figlio si era così ritrovato ad essere un ricco proprietario terriero, tanto che la sua ricchezza gli veniva costantemente rinfacciata dai suoi avversari politici che lo chiamavano “il socialista impellicciato”. «Invece passò la vita a tassare sé stesso e la propria classe, a chiedere di togliere i dazi che proteggevano i suoi prodotti, in Parlamento si oppose alla cancellazione della tassa di successione voluta da Mussolini e propose perfino di abolire l’eredità. La sua idea era che ogni generazione si azzerasse in nome della collettività: il bene comune è più importante del bene dei singoli».
(Questo aspetto dell’azione di Matteotti è ben spiegato anche in un altro libro uscito in questo periodo, intitolato “La riforma tributaria. Il metodo Matteotti” e scritto da Francesco Tundo che è professore di Diritto Tributario. Si racconta la profonda avversione di Matteotti per il privilegio garantito sempre agli stessi, per i programmi vaghi e per la superficialità, avversione che lo porterà a formulare una proposta di riforma della tassazione molto innovativa e coraggiosa).

Vittorio Zincone nell’illustrazione di Federica Guni

Matteotti si ritrova a essere tra i primi a osservare in azione il fascismo e a capirne la pericolosità: «Come consigliere comunale e poi provinciale vede che tutte le conquiste fatte nel suo territorio vengono cancellate da agrari, proprietari terrieri e squadre fasciste. Capisce per primo la violenza del movimento e la denuncia in Parlamento nel silenzio generale. Va sul territorio per testimoniare e subito ne paga il prezzo: nel marzo 1921 viene aggredito, sequestrato, picchiato, seviziato e abbandonato in un campo. Ma non si fa intimidire e continua con le sue denunce: “Voi non vi rendete conto, non vedete come la vita civile sta morendo”. I fascisti gli imposero il “bando”: nonostante fosse un deputato del Regno non poté più circolare nella provincia dove era stato eletto, dove risiedeva e dove si trovavano la sua casa e la sua famiglia. Tutto questo nell’indifferenza o nell’impotenza delle forze dell’ordine. Negli anni successivi subì altre aggressioni ma non si fermò mai».

Prima della presa del potere di Mussolini le sue denunce, sia sulle violenze delle camicie nere che sulle false promesse del Duce, caddero nel vuoto e nel silenzio di una classe dirigente liberale che si illudeva di poter controllare e usare il fascismo senza farsene travolgere. 

Le pagine che Zincone scrive sui silenzi, sulle complicità e sulla meschinità del dibattito politico e dell’informazione ci raccontano che ci sono dei vizi italiani che non tramontano mai. «È impressionante leggere come i giornali vicini al fascismo lo attaccassero personalmente, come usassero la derisione come strumento politico, come tutto fosse messo in macchietta. Caratteri che ancora oggi caratterizzano il peggiore giornalismo. Mi piace pensare che Matteotti, se vivesse oggi, starebbe su Twitter a rispondere a tutti. Era fatto così: spediva continuamente ai giornali delle lettere per rettificare, spiegare, analizzare o criticare ogni cosa che lo riguardava».

Il libro di Vittorio Zincone “Matteotti. Dieci vite” edito da Neri Pozza. Sarò con Vittorio per presentare il libro a Milano il 17 giugno al Teatro Parenti. Trovate qui tutte le informazioni 

Anche politicamente si può azzardare un parallelo con il presente, nella capacità delle forze politiche di fare alleanze: «Un secolo dopo le forze del centrodestra sono capaci di restare insieme per governare anche se hanno infinite differenze, mentre le forze di sinistra riescono a spaccarsi in polemiche continue e a non trovare mai una sintesi. Anche se oggi non c’è un pericolo simile e sarebbe sbagliato un parallelo politico con il fascismo, però salta all’occhio quanto l’area di sinistra sia concentrata di più su cosa divide che su cosa unisce».

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