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1 Maggio 2023

Un metro e mezzo, per iniziare

Paola Gianotti ha attraversato il mondo in bicicletta, stabilendo diversi record. Nel 2014 ha rischiato la vita in Arizona durante il suo giro del pianeta in bici, investita da un giovane automobilista distratto dall’uso del telefono. Così sei anni fa, insieme a Maurizio Fondriest e Marco Cavorso, ha fondato l’associazione “Io rispetto il ciclista” per sensibilizzare società e istituzioni ad un cambio di marcia verso il tema della sicurezza stradale ed il rispetto dei ciclisti.
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C’è un istante preciso in cui la vita di Paola Gianotti ha cambiato direzione. Erano le 11.45 del mattino del 16 maggio 2014, faceva un caldo infernale nel deserto dell’Arizona e Paola stava pedalando verso la California, aveva già percorso cento chilometri e in poche ore avrebbe attraversato il Colorado River. In quel momento, un camionista gentile aveva rallentato e si era allargato per superarla ma l’automobilista che seguiva, uno studente distratto dal telefono, non se ne era accorto e nell’impatto aveva sbandato investendola. Paola rimase a terra, in stato confusionale, la portarono in elicottero all’ospedale di Phoenix dove le diagnosticarono la frattura di una vertebra e le misero un collare. Per due mesi rimase immobilizzata in Arizona e pensò al suo destino, ai suoi sogni e a come essere ciclisti sia un atto di fiducia nel mondo e nelle persone, un gesto di fede che, troppo spesso, viene tradito.

Una suggestiva foto di Paola Gianotti con la sua bici da corsa sulle iconiche strisce d’asfalto che attraversano il deserto dell’Arizona.

Quel giorno Paola era a metà del suo percorso, il giro del mondo in bici da Est verso Ovest, le mancavano 15mila chilometri per tornare a casa, al punto di partenza, a Ivrea. Quattro mesi dopo, quando i medici le diedero il via libera, risalì in sella (usando lo stesso telaio ammaccato, perché questa era una delle regole) e stabilì il record del mondo: la donna più veloce ad aver circumnavigato il globo in bici in 144 giorni. Un record che sarebbe rimasto imbattuto fino a tre anni fa.
Dopo quello avrebbe stabilito altri tre record mondiali – 48 Stati americani in 43 giorni; il Giappone da nord a sud in otto giorni e mezzo e, nell’aprile del 2020, in pieno lockdown 12 ore sui rulli per 366 km percorsi in solitudine in casa – ma nella sua testa c’era una consapevolezza nuova e diversa, la sua battaglia sarebbe stata un’altra, quella della sicurezza stradale.

Così sei anni fa insieme a Maurizio Fondriest, già campione del mondo di ciclismo, e a Marco Cavorso ha fondato l’associazione “Io rispetto il ciclista”Marco è il papà di Tommaso, ucciso quando non aveva nemmeno 14 anni da un automobilista che ha sorpassato con il suo furgone quattro macchine dove c’era la linea continua, fino a travolgerlo. «Al guidatore – mi racconta Paola – non è successo proprio nulla, gli è stata tolta la patente per un periodo, l’assicurazione ha “risarcito” il danno e alla famiglia non è mai nemmeno arrivato un messaggio di scuse. Oggi quell’uomo è tornato a guidare e vive la sua vita. La verità è che in Italia viene ucciso un ciclista ogni 35 ore. Ci sono circa 250 morti l’anno ma sembra naturale, nessuno si scandalizza».

Paola Gianotti con Maurizio Fondriest e Marco Cavorso ritratti sotto uno dei 500 cartelli promossi dall’associazione “Io rispetto il ciclista” e installati nei territori dei Comuni che hanno risposto positivamente al loro appello.
L’installazione del cartello al Colle del Nivolet nel comune di Ceresole Reale
Paola Gianotti davanti all’installazione del cartello a Civitanova Marche

Sono andato a cercare Paola dopo l’ennesima notizia di un ciclista ucciso, questa volta quella di Cristina Scozia, 39 anni e madre di una bambina di sei anni, travolta a Milano dal conducente di una betoniera.
L’idea di Paola, Marco e Maurizio è che nel nostro Paese non manchino solo le regole e i controlli ma soprattutto la cultura di base del rispetto del ciclista. «Bisogna cominciare a sensibilizzare i giovani che prendono la patente e parlare a tutti quelli che guidano. Dal 2016 chiediamo al Parlamento di introdurre nel codice della strada l’obbligo per l’automobilista che sorpassa un ciclista di tenersi almeno a un metro e mezzo di distanza. È legge in molti Paesi d’Europa e perfino in Brasile. Lo sai che da quando la Spagna ha introdotto questa regola sono crollate le morti dei ciclisti nelle strade extraurbane?».

Così l’associazione ha contattato tutti i 7.800 comuni italiani invitandoli a mettere il cartello del metro e mezzo sulle loro strade, hanno risposto in 500 e sono stati già predisposti 6.000 cartelli. «È un segnale importante che ti spiega che devi tenere la distanza dai ciclisti, perché le morti avvengono in gran parte in fase di sorpasso».
Paola e la sua associazione girano l’Italia, incontrano le famiglie di chi è morto perché era su una bicicletta e raccolgono storie e dati: «La distrazione più pericolosa è il cellulare, gli automobilisti sbandano mentre mandano mail e messaggi, e poi c’è la velocità. Manca il rispetto dei limiti, mancano i controlli e in città si dovrebbe mettere il limite dei 30 chilometri all’ora».

Paola Gianotti a Lamezia Terme davanti alla stele in memoria degli otto ciclisti morti dopo essere stati investiti il 5 dicembre 2010

Le idee e le ricette dell’associazione sono chiare e condivise con tutto il mondo delle due ruote: servono le piste ciclabili nelle città, almeno le “bike line”, meglio se di colore rosso acceso; prevedere ad ogni semaforo le cosiddette “case avanzate” (quelle zone vicino agli incroci dove le bici stanno davanti alle macchine in attesa che diventi verde); sarebbe utile trasformare le strade bianche di campagna in alternative alle provinciali per le bici; infine più piste ciclabili al posto dei parcheggi.
«E poi, lo ripeto, lavorare sulla cultura. Il lessico usato dai media rispetto a questi incidenti è sbagliato: si parla di auto impazzita, di curva pericolosa, di betoniera che investe. Ma non è la betoniera, l’auto o la curva ad essere responsabili, ma l’automobilista. Si tende a deresponsabilizzare chi investe. Stefano Guarnieri, papà di Lorenzo, ucciso mentre era in motorino a Firenze, ha scritto un libro sul valore delle parole e di come invece potrebbero aiutare a cambiare il dibattito e i comportamenti».

Paola Gianotti in sella alla sua bici

Paola ha pedalato in tutto il mondo, le strade in cui ha avuto più paura sono quelle russe – «Troppi camionisti ubriachi e spericolati» -, i centri abitati in Argentina e Perù e la Turchia, ma poi è stata investita nel West degli Stati Uniti dove si sentiva al sicuro. «Il mio investitore non mi ha mai chiesto scusa, era un ragazzo giovane che usciva da scuola. Non ce l’ho con lui, ma almeno un messaggio ci poteva stare, succede sempre così. Però io so che questi incidenti non solo causano un dolore incredibile a chi li subisce ma anche a chi li provoca. Ti resta tutta la vita il segno di aver ucciso una persona. Anche questo andrebbe detto a chi si mette alla guida».

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