IL RACCONTO

Vite che sono anche la mia

10 aprile 2020 | diMario Calabresi

«Avevo appena cominciato a lavorare ai ritratti dei medici degli ospedali di Milano, Bergamo e Brescia, erano i giorni terribili del caos e proprio quando ho iniziato a scattare si è ammalata anche mia madre». Andrea Frazzetta, fotografo italiano che lavora per il “New York Times” e il “National Geographic”, mi racconta con molta delicatezza del giorno in cui una storia che non lo riguardava personalmente è diventata la sua storia e quel dolore è diventato il suo dolore. L’ho chiamato dopo aver visto un suo post su Instagram, con la copertina del “New York Times Magazine” fatta da lui e una frase: «Nell’amato ricordo di Anna, mia madre. Continuerò a fare ciò che mi hai insegnato, ad amare la vita, ad amare gli altri e a vivere con coraggio». Mi ha risposto e ha avuto la pazienza di parlare a lungo, questo è il suo racconto.

La copertina del “New York Times Magazine” del 12 aprile 2020, con le foto di Andrea Frazzetta

«L’idea di fare queste foto mi è venuta dopo aver visto il selfie di Alessia, l’infermiera originaria di Grosseto con il volto segnato dalla mascherina. Era mercoledì 11 marzo. Ho pensato, come tanti altri, di fare una serie di ritratti, non solo allo staff medico ma anche ai volontari delle autoambulanze, agli addetti alle pulizie e ai soldati. Sono arrivato a Bergamo nel giorno tragico dei camion che portavano via le bare, sono entrato all’ospedale insieme ai militari. Volevo ritrarre i loro volti a fine turno, per mostrare la fatica, la stanchezza, per leggere nei loro occhi quello che stavano facendo.

Alessia Bonari, giovane infermiera originaria di Grosseto, a fine turno posta su Instagram il suo volto con i segni lasciati dalla mascherina

L’organizzazione di questo servizio è stata lunga, c’è voluta una settimana per avere i permessi, era il momento peggiore, gli ospedali avevano bloccato fotografi e giornalisti. Lunedì 16 marzo mia madre Anna ha cominciato ad avere un po’ di febbre, mai alta, poi è partita la tosse. Giovedì 19, la mattina presto, ho iniziato a scattare agli Spedali Civili di Brescia. Mi sono immerso tra i medici. Uno di loro, dopo la foto, mi ha descritto i primi sintomi e mi ha parlato della febbriciattola. Ho subito pensato a mia madre e mi sono allarmato. A tarda sera mi sono spostato a Bergamo, al Papa Giovanni XXIII, per ritrarre le donne e gli uomini del turno di notte.

Venerdì mia madre era peggiorata ma, com’era nel suo carattere, cercava di minimizzare, diceva che era un normale raffreddore. Per tutta la settimana aveva provato a chiamare il medico curante, che alla fine le aveva dato una terapia con Tachipirina ogni tre ore e antibiotico: questo teneva bassa la temperatura e ha falsamente rassicurato i miei genitori. Quella mattina l’ho obbligata a chiamare il 118 per far aprire una cartella ai soccorritori; le hanno fatto una piccola intervista al telefono, mi ha detto che in sottofondo c’era un casino terribile. Le hanno chiesto quanta febbre avesse e, quando lei ha detto 37 e mezzo e ha risposto anche che riusciva ancora a camminare e a parlare, le hanno spiegato che in quelle condizioni non era un’emergenza. Hanno aggiunto che l’avrebbero richiamata il giorno dopo. Eppure aveva una tosse bruttissima, io la sento ancora nelle orecchie.

Il giorno dopo, era sabato, nessuno l’ha chiamata. Allora ho discusso al telefono con lei e mio padre e li ho convinti a richiamare loro. È stata una fatica, mia madre era così, non ha mai dato troppa importanza alla sua salute, era una donna forte e sana e non voleva mai disturbare o sembrare inopportuna.

Fin dai primi di marzo c’era stata una lotta con i miei genitori per far capire loro la gravità della situazione. Io leggevo tutto e continuavo a ripetere: “State a casa, proteggetevi”. Ma fino all’8 marzo la comunicazione era stata ambigua, gli uffici erano aperti e loro facevano una vita quasi normale. Mia madre ha continuato a lavorare come receptionist al centro direzionale di Milano Fiori, ad Assago, in un via vai continuo di persone, è lì che si è contagiata. È morto perfino il ragazzo del bar dove lei prendeva ogni mattina il caffè. Anche mio papà lavorava lì, nello stesso palazzo, la loro è stata una vita in simbiosi. Lei aveva 69 anni, lui ne ha 73, erano arrivati a Milano da Lecce quarant’anni fa, quando io ero un bimbo di tre anni.

Quando il sabato hanno richiamato il 118, lei aveva 37,8 di febbre e nemmeno questa volta è scattata la visita. Quel giorno è stata l’ultima volta che l’ho vista. Le avevo portato la spesa, un po’ di pane, il latte, una busta di prosciutto, e avevo lasciato tutto fuori dalla porta. Abitavano al piano terra e lei è venuta alla finestra perché mi voleva dare i soldi della spesa. Ci parlavamo dal telefono e continuavo a dirle di lasciar perdere, per scherzare e sdrammatizzare le ho chiesto di mettersi in posa per fare una foto. Poi mi sono abbassato la mascherina e le ho mandato un bacio. Rispetto a tanti altri sono stato fortunato e oggi sono grato alla vita di aver avuto un momento di commiato, un ultimo ricordo, un momento di saluto dolce.

Una foto di Anna, la mamma di Andrea Frazzetta, scattata dal figlio l’ultima volta in cui si sono visti

Nella notte tra domenica e lunedì la febbre è schizzata oltre 40. Per precauzione i miei si erano messi a dormire in camere separate, così mio padre si è accorto solo alle 5 che il respiro si era fatto sempre più faticoso: mia madre non riusciva quasi più a respirare. All’alba finalmente è arrivata l’ambulanza che l’ha trasportata all’Ospedale San Paolo. Ma oramai era troppo tardi; la situazione era troppo critica. Per quattro giorni le hanno messo il casco con l’ossigeno ma alla fine è stato inutile.

Quel lunedì si è ammalato anche mio padre, diabetico, era sconvolto che avessero portato via la mamma, poi all’improvviso ha avuto la febbre alta, non riusciva nemmeno più a leggere i numeri sul termometro. Non potevo andare da lui, era chiaro che fosse contagioso e io ho un bimbo di quattro anni che a novembre ha avuto la polmonite. Mi sono attaccato al telefono e ho cominciato a chiamare come un matto, alla sesta telefonata al 118 ho trovato un’operatrice che ha capito e ha mandato l’ambulanza. Mio padre ha pregato i volontari che lo portassero nello stesso ospedale della mamma, non sono più riusciti a vedersi, erano in reparti diversi, ma a lui bastava sapere che erano insieme. Anche lui è finito sotto il casco ma ora è fuori pericolo: forse perché è stato curato prima o forse perché ha avuto una forma meno forte, non lo sapremo mai.

Dal San Paolo, quando è stata ricoverata mia madre, ci hanno chiesto di non chiamare, spiegando che ci avrebbero aggiornato loro una volta al giorno. Ogni volta che suonava il telefono, era come una sassata nel cuore; poi, mercoledì 25 marzo, un medico chiamò me, mio padre e mia sorella e a ognuno di noi passò la mamma. Lei parlava da dentro il casco, si sentiva la voce sofferente e lontana, un po’ soffiata, continuava a ripetermi: “Non ti preoccupare che sto bene, ce la faccio”. Io le ho detto le cose che si possono immaginare. È stato un momento di speranza, invece era il contrario: il dottore ce l’aveva fatta sentire perché aveva capito che era l’ultimo momento possibile. Il giorno dopo la rianimatrice mi spiegò che non c’era possibilità di intubarla, che si era addormentata ed era scivolata in coma. Voglio pensare che sia finita dolcemente».

Adesso finalmente, dopo un’epopea burocratica infinita, la salma è arrivata al cimitero di Lambrate e Andrea spera che la cremazione possa avvenire prima della fine di aprile. Poi la porteranno al cimitero di Cesano Boscone.

La vita e il lavoro questa volta per Andrea non possono essere distinti e poi c’è l’intensità del rapporto che si è creato in quei ritratti fatti al volo, in pochi minuti e con una tecnica molto semplice, con il flash in mano. La capo-infermiera di Bergamo è scoppiata a piangere dopo lo scatto: «Non farmi domande altrimenti crollo, quello che stiamo vedendo in questi giorni non è immaginabile, posso solo continuare a lavorare». Un medico, in quel terribile 19 marzo, è stato lapidario: «È stata spazzata via un’intera generazione di nonni in pochi giorni. Tanti non riusciamo nemmeno a raggiungerli, le vittime sono molte di più, muoiono in casa e da soli».

Anna Zanotti, responsabile delle infermiere del Papà Giovanni XXIII di Bergamo, ritratta da Andrea Frazzetta per il “New York Times”

Andrea Frazzetta ha cominciato a lavorare per il “New York Times Magazine” grazie a una donna eccezionale, la direttrice della fotografia, Kathy Ryan, a cui propose per mail di fotografare un festival di cinema africano in Burkina Faso. Lei, che ha come motto l’idea di scoprire talenti, guardò le sue foto e, senza averlo mai incontrato, lo fece partire. Tre anni fa la prima copertina, un viaggio con i nomadi Afar nel deserto di sale della Dancalia, tra Eritrea ed Etiopia, il luogo più caldo del mondo. Un viaggio visivo alle origini dei colori e della vita.

La copertina del “New York Times Magazine” del 25 settembre 2016, con il reportage dall’Africa firmato da Andrea Frazzetta

Adesso di nuovo la copertina, ma una copertina di dolore: «Non si erano mai intrecciate la vicenda professionale e quella umana; noi siamo abituati a entrare nel dolore e nell’intimità degli altri e io provo molta gratitudine per chi si apre. Questa volta è toccato a me. Ho pensato molto se fosse il caso di condividere, poi ho parlato con Jason Horowitz, il giornalista che doveva scrivere la storia, perché ho pensato: ma non sono numeri, cazzo, bisogna far capire che dietro le statistiche che ascoltiamo ogni sera ci sono esseri umani e anche errori del sistema. Io sono profondamente grato ai medici, che in ospedale hanno fatto di tutto, ma quella che dicevamo essere la migliore sanità d’Italia ha lasciato soli i suoi cittadini, si è fatta trovare impreparata ed è stata un fallimento nei primi soccorsi. Così, questa volta ho messo in gioco il mio dolore. Non potevo più sentir dire: “I morti sono 816, ma dai settant’anni in su”. Con un sottointeso: tranquilli ragazzi, tanto sono anziani. No, sono uomini e donne, non numeri, ma persone».