IL LIBRO

Una vita che andava raccontata

07 maggio 2021 | diMarco Bardazzi*

“Peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla”. Le parole di Papa Francesco mi hanno fatto compagnia nei lunghi mesi di quest’anno inedito. Tutti ci siamo interrogati su cosa lascerà l’esperienza della pandemia e come la racconteremo in futuro. Mi ritengo fortunato, so già cosa dirò quando mi chiederanno che facevo in quel 2020 in cui il mondo si era fermato: «Scrivevo la storia di un amico, una vita che andava raccontata». 

In realtà, ho fatto anche molte altre cose, tra cui lasciare un lavoro sicuro e inventarmene un altro. Ma in un certo senso avevano tutte a che fare con quella storia che stavo scrivendo. Una vita del Novecento, interrotta da un incidente stradale poco prima del cambio di millennio, che si rivela straordinariamente attuale anche in questi Anni Venti che resteranno segnati dal trauma del Covid. Perché è la vicenda umana e professionale di un chirurgo insolito, che si è rivelata per me – e spero anche per chi avrà voglia di leggerla – come una proposta di risposta a grandi interrogativi, resi più urgenti dal momento storico che viviamo. Che senso hanno la malattia e la morte? Che significa curare? Quali sono il ruolo e il compito di medici e ospedali? E in senso più ampio, uscendo dall’ambito strettamente sanitario: cosa vuol dire lavorare “mettendo il cuore in quello che si fa”?

Quest’ultima frase era una specie di fissazione di Enzo Piccinini, il chirurgo emiliano di cui ho raccontato l’avventura umana. La ripeteva sempre, ma soprattutto la viveva, la dimostrava con il suo atteggiamento dentro e fuori la sala operatoria. Un’altra sua frase ricorrente, che mi suscita molta invidia, l’ho scelta come titolo del libro: “Ho fatto tutto per essere felice” (BUR Rizzoli, in libreria dal 18 maggio).

Foto ritratto di Enzo Piccinini

Piccinini è morto a 48 anni nel 1999. Ai suoi funerali a Bologna, celebrati nella basilica di San Petronio dall’allora arcivescovo Giacomo Biffi, c’erano settemila persone. Altre migliaia quel giorno pregavano o pensavano a lui in vari continenti, in tutti quei luoghi (ed erano tantissimi) dove il chirurgo dell’ospedale Sant’Orsola aveva lasciato un segno. Più di vent’anni dopo, ancora migliaia di persone vanno a caccia su YouTube dei pochi video rimasti di Enzo. Molti medici, nei giorni drammatici della primavera 2020, quando il virus sembrava imbattibile, sono tornati a riascoltare le parole di Enzo per un conforto, per capire l’origine della passione che metteva sul lavoro e che lo spingeva spesso a rischiare tutto, per cercare di salvare pazienti che altri ritenevano non operabili.

Quando la Fondazione Enzo Piccinini e la famiglia del medico scomparso mi hanno chiesto di raccontarne la storia, alla fine del 2019, nessuno di noi sapeva che gli ospedali, la malattia e la ricerca scientifica sarebbero diventati d’improvviso così rilevanti nella nostra quotidianità. Né io potevo immaginare che avrei intervistato decine di medici amici di Enzo non sedendo di fronte a loro con un caffè, ma in videoconferenza dai loro reparti, trovandoli stremati al termine di giornate di lotta al virus. Insieme a loro, ho ripercorso l’itinerario di vita di un chirurgo che aveva ritrovato la fede cristiana nel posto più insolito che si possa immaginare: l’appartamento di Reggio Emilia dove sono nate le Brigate Rosse, dove anche lui rischiava di prendere una strada senza uscita. Enzo aveva invece incrociato tutta un’altra storia, che lo aveva condotto verso quello che sarebbe stato il centro affettivo e il motore di tutta la sua umanità frenetica: don Luigi Giussani. “A me è lui che ha insegnato a fare il chirurgo”, diceva spesso nei convegni di medicina, facendo inarcare molte sopracciglia e storcere molte bocche.

Enzo Piccinini in sala operatoria nel 1993 insieme a Giampaolo Ugolini

Quello che intendeva Piccinini era che aveva imparato dal sacerdote brianzolo una posizione umana che, insieme a una instancabile ricerca di aggiornamento e crescita professionale, aveva determinato il modo con cui faceva il medico. Ne erano nate prese di posizione che oggi vale la pena riscoprire, per riflettere su quale sanità e quali medici vogliamo in futuro.

Un esempio: “Io non ho il problema di aiutare gente che vedo morire. Il problema è vivere consapevoli che c’è la morte. È uno dei momenti più importanti della vita e non puoi privare una persona della possibilità di fare esperienza fino in fondo della sua morte”. Per questo, Piccinini ai propri pazienti raccontava ogni dettaglio della loro malattia e, quando non c’era niente da fare, li accompagnava fino all’ultimo istante. Un metodo che aveva trasmesso ai giovani del team che aveva creato al Sant’Orsola, che oggi lo portano avanti in vari ospedali. Ancora: “È il senso del limite che ti mette di fronte all’altro uomo, anche se non è della tua idea, anche se non capisce, anche se non ti guarda nemmeno. Perché, come lui, anche tu sei bisognoso e, per essere te stesso, anche tu hai bisogno”. 

Enzo Piccinini in montagna 

Piccinini aveva introdotto a Bologna un approccio multidisciplinare alla cura del malato che all’epoca era innovativo e ancora oggi spesso manca negli ospedali. Il suo metodo può essere d’ispirazione non solo per i medici, ma per chiunque gestisca “risorse umane”. I suoi colleghi chirurghi universitari tendevano a scegliersi allievi a cui dicevano in sostanza una sola cosa: “Stai qui, guarda me e fai esattamente quello che faccio io”. Enzo per prima cosa li incoraggiava ad andare a imparare all’estero e a tornare portando nuove tecniche da applicare insieme. Ripercorrere questa storia umana e cristiana del Novecento, che adesso la Chiesa sta vagliando a fondo dopo aver formalmente aperto un processo di canonizzazione, offre tanti spunti per il nuovo secolo che viviamo. E non si può non desiderare anche per sé un’altra delle “promesse” che Enzo ripeteva spesso: “Vi assicuro che il gusto del vivere non è negato a chi sbaglia, è negato a chi non ha un senso di Mistero nella propria vita”. 

*Marco Bardazzi ex direttore della comunicazione di Eni, è stato per trent’anni giornalista dell’Ansa e della “Stampa” in Italia e negli Stati Uniti. È autore di numerosi libri, tra cui ricordiamo Sotto il cielo d’America, Nella vigna del Signore (la biografia di Benedetto XVI) e L’ultima notizia (con Massimo Gaggi).