IL LIBRO

Un sogno chiamato Olimpiadi

18 giugno 2021 | didi Mario Calabresi

Rebecca non aveva ancora compiuto 5 anni, era in vacanza con suo padre e alla televisione del campeggio trasmettevano i Giochi olimpici di Atene. Lei alzò il dito e indicò lo schermo: «Papà, io questo voglio fare da grande: voglio andare alle Olimpiadi». Era l’estate del 2004 e da quel momento Rebecca alla domanda “Cosa vuoi fare da grande” avrebbe sempre risposto «Fare le Olimpiadi». Sono passati diciassette anni, Rebecca ne ha ventuno, e questa estate il suo sogno di bambina si sarà realizzato.

Rebecca Nicoli a 8 anni in sella alla sua prima cavalla Daniela

Rebecca Nicoli è nata a Milano mentre finiva lo scorso millennio, è cresciuta nella stessa zona dove abitavo io da bambino e si è fatta notare intorno al Parco di Trenno dove faceva equitazione. Avevo sentito parlare di lei, così quando mi hanno detto che si era qualificata per Tokyo ho immaginato che ci andasse con il suo cavallo. Invece no, mi hanno raccontato che aveva cambiato e si era messa a fare i tuffi, ho pensato che potesse essere l’erede di Tania Cagnotto, allora sono andato a guardare su internet e, con grande sorpresa, ho scoperto che la sua specialità è il pugilato. Rebecca è una delle quattro atlete italiane che saliranno sul ring in Giappone, di uomini invece non ce ne sarà nemmeno uno.
Mi sono procurato il suo numero e l’ho chiamata per farmi raccontare la sua storia e la realizzazione del suo sogno di bambina.

C’è sempre il campeggio nei racconti di Rebecca: «Sì, perché lo gestivano i miei nonni, poco lontano da Genova e io ci passavo moltissimo tempo e tutte le vacanze. Poco lontano c’era un maneggio e ho cominciato a salire sui cavalli per gioco. In pochissimo tempo l’equitazione è diventata la mia grande passione. Sono andata avanti dieci anni, facevo le gare sia di salto a ostacoli che di endurance e ho vinto un campionato invernale del mio centro ippico». 
La sua prima cavalla si chiamava Daniela – «Però il nome – precisa ridendo – non gliel’ho dato io: non si può chiamare così un cavallo!» -, poi ne seguirono altri cinque, che oggi sono ospitati nell’azienda agricola gestita dal padre in Piemonte, tra loro c’è ancora Macho con cui ha iniziato a gareggiare seriamente. Quando può li va a trovare e allora io non riesco a capire cosa si sia rotto tra lei e i suoi cavalli.
«La verità è che avevo sempre in testa questa storia delle Olimpiadi e l’equitazione non mi dava l’idea che il merito fosse mio quando vincevo una gara, il merito è soprattutto del cavallo e non ero così soddisfatta. Nel frattempo, avevano iniziato a fare i tuffi e mi ero innamorata anche di quello sport». Rebecca smette di parlare e si mette a ridere: «Ho fatto dieci miliardi di sport contemporaneamente, pensa che insieme ai cavalli e ai tuffi facevo parkour, attività pericolosissima ma bellissima (…). Comunque, ho dovuto smettere di tuffarmi perché mi chiedevano di andare due volte al giorno, mattina e pomeriggio, ma io non ero tanto brava a scuola e non me lo potevo permettere».

Rebecca impegnata in un test match prima del torneo di qualificazione ai Giochi olimpici

Poi la famiglia si trasferisce a Pavia e i mille sport di Rebecca, che aveva appena compiuto 16 anni, si interrompono: «Ero un po’ in carne e facevo le diete malate delle ragazzine, tipo: acqua e limone. Una sera mia madre porta a casa il volantino di una palestra di pugilato e mi dice: “Invece di fare queste stupide diete vai a bruciare un po’ di calorie”. Io chiamo e mi risponde Gianni Birardi, che diventerà il mio allenatore, e dice semplicemente: “Vieni a provare, ti aspetto”».
La prima domanda che le fa quando arriva in palestra è secca: «Tu dove vuoi arrivare?». «Voglio arrivare alle Olimpiadi», risponde come al solito lei. «Beh, vedo che sei molto convinta di te stessa, allora cominciamo subito». Da quel momento Rebecca non è mancata un giorno. Al primo incontro batte la campionessa italiana youth e poco dopo la chiamano in Nazionale.

Rebecca Nicoli nel suo angolo prima dell’inizio dell’incontro

Una ragazza che a sedici anni decide di prendere pugni mi fa impressione e non riesco a nasconderglielo: «All’inizio ero convinta che mi sarei rovinata la faccia, che facesse malissimo, invece era più una paura mentale che reale. Pensa che non solo non mi sono mai rotta il naso ma non mi è mai nemmeno sanguinato. Mio padre invece era terrorizzato e il mio primo match è stato il giorno del suo compleanno, una coincidenza assurda. Oggi è il mio primo fan. Invece mia madre era già appassionata di pugilato perché lo faceva il nonno».

La ascolto parlare, la sua lingua è un misto di inflessioni dialettali, c’è dentro Milano, ma anche la Liguria e i luoghi dove ha vissuto per allenarsi, da Assisi a Napoli. Ama profondamente quello che fa e studia ogni dettaglio con dedizione assoluta: «Il mio pugilato è molto preciso, io ho gli occhi veloci e schivo i colpi. Ho fatto mia l’idea che la miglior difesa è l’attacco, sono pressante sul ring: io schivo e ti rispondo subito». Mi viene in mente il documentario bellissimo su Muhammad Ali – When We Were Kings –  al suo match in Congo, in cui lui sembrava ballare e danzare sul ring, le chiedo se si ispiri a quello. «Potrei risponderti di sì e non sarebbe sbagliato, però la verità è che cerco di prendere qualcosa da tutti, partendo dalle mie compagne di nazionale fino ai grandi campioni della storia. Tutte e tutti hanno qualcosa da insegnarti».

Rebecca Nicoli esulta dopo aver ottenuto al torneo di Parigi la qualificazione alle Olimpiadi

Insisto a chiederle cosa ci trovi nella boxe, non si secca ma, anzi, è sempre più gentile e cerca di convincermi: «Il pugilato riesce a tirare fuori tutte le mie emozioni: è talmente vero. Quando sei sul ring vedi in uno specchio come sei dentro, vedi chi sei nelle tue paure e nelle tue incertezze. Lo sport è una guida per la vita, ci parla di noi stessi».
Uno sport storicamente maschile ma questa volta completamente femminile: «Questa è una svolta storica, certo mi dispiace che nessuno dei ragazzi si sia qualificato, siamo una squadra molto unita, ma per la storia del pugilato una delegazione tutta femminile è un’immagine fortissima».

Rebecca dopo essersi qualificata alle Olimpiadi abbraccia il direttore tecnico Emanuele Renzini e il suo fisioterapista Fabio Morbidini

L’ultima domanda è sul suo sogno di bambina, come farà adesso che lo sta per coronare a soli 21 anni? «È vero, questa estate avrò avverato il mio grande sogno, non sapevo in che sport ma sono arrivata alle Olimpiadi. Ora sto con i piedi per terra ma spero in una medaglia. Però il nuovo sogno è già qui con me: diventare un’allenatrice che porta un’atleta alle Olimpiadi. La soddisfazione immensa di insegnare e accompagnare qualcuno. La bambina che porterò ai Giochi non lo sa ancora, ma è già da qualche parte».