LA STORIA

Suonare il piano nella nebbia

21 febbraio 2020 | diMario Calabresi

La speranza ha un volto: è quello di un uomo sportivo, fa il rappresentante di commercio e va in giro in moto. Un paziente che ha superato i cinque anni dalla diagnosi di mesotelioma pleurico, la malattia dell’amianto. Glielo hanno scoperto quando il tumore era in uno stadio iniziale, è stato operato, ha fatto la chemio e poi per due anni è stato trattato con un farmaco sperimentale. Oggi sta bene – la malattia non si vede – fa una vita assolutamente normale, va a sciare ogni fine settimana e cresce i suoi due figli. Un giorno la dottoressa spera di poterlo dichiarare guarito, sarebbe un passo fondamentale per cambiare questa storia. Tutto il resto è ancora buio.

Casale Monferrato (Alessandria) - prima immagine ex stabilimento Eternit
Casale Monferrato, dicembre 2009 – Ex stabilimento Eternit, le ultime palazzine nell’area bonificata – © Roberto Caccuri/ Contrasto

«Celebriamo almeno un funerale a settimana». L’autunno era cominciato da un mese e quella sera era tornata una nebbia di quelle che ci siamo dimenticati. Camminavamo a piedi per il centro di Casale Monferrato e il vescovo ha ripetuto la frase, questa volta con una piccola aggiunta: «Nel silenzio, celebriamo un funerale ogni settimana, a volte due».

Questa frase mi è rimasta impigliata nei pensieri e così sono tornato, per incontrare tre donne che da anni qui fanno la differenza.

Quando si parla di amianto, di Casale Monferrato, della fabbrica dell’Eternit, si pensa a qualcosa del passato. Si pensa che sia una storia di mancata giustizia, una vicenda chiusa che porta con sé una ferita aperta. Non è così. Qui la strage continua, si ripete ogni settimana e tutti i martedì – il giorno in cui si fanno le visite in ambulatorio – un nome si aggiunge alla lista dei malati.

I morti di amianto non sono una storia del passato ma una realtà presente, di mesotelioma pleurico si continua a morire, a un ritmo che negli anni è cresciuto: se negli anni Novanta le vittime erano una ventina l’anno, oggi sono almeno il triplo. Sono aumentate costantemente, adesso siamo al picco. E non scendono. Se i modelli previsionali hanno un valore, dovrebbero cominciare a calare solo dopo il 2025.

Seguo questa storia da molto tempo. Alla sentenza del processo Eternit, il 13 febbraio 2012, la storica cronista della “Stampa”, Silvana Mossano, non riuscì a essere in aula a Torino. La sorte era stata atroce con lei: suo marito Marco, uno dei primi a battersi per fare informazione e tenere la luce accesa sulla strage silenziosa, stava morendo di mesotelioma. Io, che dirigevo “La Stampa”, andai a sostituirla come cronista, volevo che si sapesse che il giornale stava con la città e con la sua battaglia per avere giustizia.

Prima di quella sera nebbiosa sapevo che questa storia non era mai finita ma avevo perso di vista la dimensione del dramma, così come non lo conoscono i nostri politici e la gran parte degli italiani.

Federica Grosso: «La scorsa settimana abbiamo diagnosticato tre nuovi casi».

Quello di Alessandria è l’unico ospedale in Italia con una struttura di cura e ricerca dedicata al mesotelioma pleurico. La dirige Federica, oncologa, si è sempre dedicata ai tumori rari. Cresciuta a Milano, all’Istituto di Umberto Veronesi, è arrivata qui dieci anni fa ai tempi del primo processo. Alla grandissima esperienza nell’assistenza che esiste tra i medici di Casale e Alessandria lei ha aggiunto la ricerca. Passa tutto il suo tempo in ospedale, insieme alla sua squadra. Sono tutte donne: quattro oncologhe e due biologhe. «Ho sacrificato tantissimo, quasi tutto, per questo centro, ma è una di quelle missioni che danno un senso alla vita».

Si sono date due obiettivi: «Il primo è cercare di farli vivere bene, che il tempo che resta abbia una buona qualità. Per questo lavoriamo tanto sul controllo del dolore, facciamo fisioterapia respiratoria e un’assistenza continua. Il secondo è la ricerca, non è scritto da nessuna parte che questa malattia non possa essere curata e sconfitta». Federica ha una capacità di sorridere che non ti aspetteresti da chi vive su un fronte dove i caduti aumentano ogni anno. È il sorriso di chi coltiva caparbiamente la speranza: «Quando sono nata, dalle leucemie infantili non si salvava nessuno, oggi il tasso di bambini che guariscono è altissimo. Anche qui io dico: si può fare».

Oggi la diagnosi è quasi senza speranza: «Tra i nostri pazienti la sopravvivenza media è di venti mesi, meno del quindici per cento supera i tre anni».

A Casale lo chiamano “il dolore alla schiena”. È il timore più grande. Se poi arriva la tosse, allora parte l’ansia e il martedì ci si mette in coda all’ambulatorio. La maggior parte dei pazienti a cui viene diagnosticato il mesotelioma già se lo aspetta. Tutti conoscono la malattia.  «Lavoro sempre in coppia con una psicologa – mi spiega Federica – per accogliere gli sfoghi, i pianti, la disperazione e dare sostegno. In questo momento la paziente più giovane ha 45 anni, il più anziano oltre 80». Oggi si ammalano quelli che hanno respirato l’amianto negli anni Sessanta e Settanta, quando Casale era coperta di polvere bianca e gli alberi non avevano mai le foglie verdi, nemmeno d’estate.

Ma che malattia è questa? Federica prende un foglio e una penna e mi fa lezione: «La fibra di amianto è 1.300 volte più sottile di un capello, la respiri dal naso, percorre tutto l’alveo bronchiale, arriva a conficcarsi nella pleura, la membrana che avvolge i polmoni. Resta lì per decenni e provoca una reazione infiammatoria che causa il tumore. La malattia si manifesta dopo un’incubazione che può durare anche quaranta o cinquant’anni. È un tumore difficilissimo da operare ed è molto resistente alla chemio».

Esiste un’unica strada: la ricerca. Ma pochi sono gli investimenti delle case farmaceutiche perché il mesotelioma fa parte della famiglia dei tumori rari, quelli con meno di sei casi ogni centomila abitanti. Ma qui la percentuale di chi si ammala è almeno sedici volte superiore e a Broni, in provincia di Pavia, dove c’era la fabbrica della Fibronit, si ammalano addirittura 90 abitanti ogni 100mila. Ma Broni ha meno di diecimila cittadini, non ha mai avuto una mobilitazione collettiva e così fa ancora meno notizia.

Per costruire la ricerca Federica ha voluto più di tutto due biologhe, che facessero le data manager: il loro compito è di raccogliere in un grande archivio tutte le evidenze, le statistiche, gli studi clinici sui malati e di alimentare una banca dei tessuti. Ma il problema è sempre lo stesso, fondi e finanziamenti. Ora si spera in una sigla che è una scommessa: Irccs. Si lavora affinché il ministero della Sanità riconosca l’ospedale di Alessandria come Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico per il mesotelioma e le patologie ambientali. Sarebbe fondamentale cambiare la missione e allora la ricerca potrebbe decollare davvero.

Casale Monferrato - (Alessandria) - seconda immagine Ex Stabilimento Eternit
Casale Monferrato, dicembre 2009 – Fotografie nell’atrio della palazzina degli uffici della ex Eternit – © Roberto Caccuri/ Contrasto

Assunta Prato: «Vogliamo giustizia non su una cosa del passato, ma su un fatto del presente».

Assunta è una donna speciale ed eccezionale, che chiama ogni cosa per nome, che non fa sconti. Suo marito Paolo Ferraris, assessore e vicesindaco, è stato il motore della prima grande bonifica, quella dei magazzini Eternit. Lavorava giorno e notte per ottenere i fondi; quando finalmente arrivarono, Assunta lo spedì dal medico: «È ora che tu vada a far controllare questa tosse che non passa». Non gli è mai più passata, ha vissuto ancora due anni e otto mesi. «La diagnosi arrivò il martedì dopo Pasqua, il medico voleva farci passare le feste in serenità ma non sapeva che quel giorno era il nostro anniversario di matrimonio». Assunta rimase vedova nel 1996, a 45 anni, con tre figli adolescenti, il più piccolo aveva appena finito le medie.

Mi fa sedere nel suo salotto, accanto al pianoforte, e mi parla della sua battaglia, per la giustizia e per riprendersi la vita. «Prima che Paolo si ammalasse, noi avevamo la sensazione che finalmente sarebbe arrivato il nostro tempo, che ci fosse una nuova fioritura come coppia. Invece si è interrotto tutto. Ma ho deciso subito che non volevo piangermi addosso per il resto della vita. L’ho fatto prima di tutto per i ragazzi. Anch’io avevo perso il papà, quando avevo 14 anni, e mia madre andò in crisi completa, la mia adolescenza fu tristissima. Non volevo che i miei figli vivessero la stessa esperienza. Mi sono sforzata di continuare a vivere, mi sono rimessa a suonare il pianoforte che avevo abbandonato da ragazza, lo facevo per quattro ore al giorno, e ho imparato a sciare. La musica, la neve, la luce e la sensazione di scivolare nella bellezza mi hanno ricordato che esiste la gioia di vivere».

La sua forza di reagire l’ha messa nel privato, ma anche nella mobilitazione pubblica: per lei Casale deve continuare a battersi per avere giustizia ma deve guardare avanti e vivere e diventare un esempio di comunità.

Me lo spiega mentre mi offre un caffè con i Krumiri, i meravigliosi biscotti di Casale. «“Ma ancora vivete lì?”, mi chiedono spesso. Certo che viviamo qui, oggi questa città è il posto più bonificato del mondo, qui non c’è un solo edificio pubblico che contenga amianto, siamo un esempio, lo smaltimento è gratuito e così le analisi per individuarlo. Lo si dovrebbe fare in tutta Italia, intervenire su tutti quei tetti di amianto che si deteriorano e si sfibrano».

Silvana Mossano: «Dobbiamo far ripartire la mobilitazione, riattivare solidarietà e senso di coesione, altrimenti ognuno resta solo con le sue paure e la malattia diventa un fatto privato».

La giornalista che più si è occupata di Eternit, memoria vivente di questa storia, ha scritto per la prima volta la parola mesotelioma 36 anni fa, nel 1984, quando nessuno ne capiva il significato. Il primario dell’ospedale di Casale aveva presentato uno studio all’Accademia filarmonica, il luogo dove di solito si fanno i concerti o si ospitano gli autori dei libri, in cui si dimostrava che in città i casi di questo tumore raro erano superiori alla media nazionale. La fabbrica era ancora in attività, continuavano perfino a fare le giornate di visita per le famiglie dei dipendenti, ma quella ricerca portò una nuova consapevolezza. A morire non erano più solo gli operai, ma le mogli che lavavano le loro tute, i figli che avevano giocato sul campo di calcio dell’oratorio, con le righe tracciate con il polverino di amianto. Non era più una malattia del lavoro ma un disastro collettivo.

«Questo disastro ha un inizio ma non una fine. Quando la Cassazione nel novembre del 2014 annullò per prescrizione dei reati il processo Eternit, lo fece calcolando il tempo dalla data di chiusura della fabbrica: il 1986. L’unico imputato era lo svizzero Stephan Schmidheiny, condannato in appello a 18 anni di reclusione. Era stato l’ultimo proprietario della fabbrica che per quasi tutto il secolo scorso aveva prodotto questa composizione indistruttibile di cemento e amianto. La lasciò abbandonata, piena di amianto e senza vetri. Fabbrica e magazzini continuarono a essere fonte di inquinamento. La bonifica, fatta con i soldi pubblici, iniziò solo dieci anni dopo».

Ora si apre a Novara il processo Eternit bis per omicidio doloso aggravato di 392 persone, 62 sono ex lavoratori, tutti gli altri cittadini comuni. Nell’elenco ci sono anche Paolo, il marito di Assunta, e Marco, il marito di Sivana. Marco Giorcelli, giornalista anche lui, impegnato nella battaglia per avere giustizia, direttore per 19 anni del giornale bisettimanale “Il Monferrato”.

Silvana, che ha scritto un libro bello e fondamentale “Mala polvere”, ogni volta che ha mal di schiena va a trovare la Federica, lei la prende in giro, ma non ce la fa a non farsi controllare, ha visto troppi amici morire.

«Arriviamo a questo nuovo processo sfiniti. C’è la stanchezza delle lunghe battaglie, la delusione per la sentenza della Cassazione, la delusione per i mancati risarcimenti, la rimozione. Questa è l’ultima possibilità di vedere riconosciuta una responsabilità, perché la prescrizione del dolore e dei morti non c’è stata».

Assunta e Silvana non si fanno una ragione del comportamento del miliardario svizzero, avrebbe potuto caricarsi le spese della bonifica, sostenere la ricerca e aiutare le famiglie in difficoltà economica. La sua colpa è di avere negato e nascosto il pericolo allora e di aver abbandonato la fabbrica dopo.

Silvana non si è costituita parte civile al processo per poter scrivere liberamente, senza interesse personale. Ha cominciato a farlo quando aveva 27 anni, ha continuato tutta la vita e non ha nessuna intenzione di smettere.