IL PERSONAGGIO

Sotto il cielo d’agosto

7 agosto 2020 | diMario Calabresi

Agosto è il mese in cui alziamo gli occhi al cielo: le notti intorno a San Lorenzo, il 10 agosto, sono quelle in cui cerchiamo le stelle cadenti, in cui ci accorgiamo che sopra di noi esiste un universo di stelle e pianeti. Poi torniamo ai nostri problemi quotidiani e abbassiamo lo sguardo. Ci sono però persone che tengono sempre la testa alta, tra questi ci sono gli esploratori spaziali e uno dei più famosi è italiano, si chiama Paolo Ferri e guida le operazioni di tutte le missioni dell’Agenzia Spaziale Europea, che oggi ha 21 satelliti in volo. L’ho cercato per scoprire com’è diventato cacciatore di comete e la risposta racconta di un bambino che non aveva ancora dieci anni quando l’uomo mise piede sulla Luna, che sognava le imprese spaziali e che dopo la laurea in Fisica vide un’inserzione sul “Corriere della Sera” in cui l’Esa cercava astrofisici.

La cometa Neowise fotografata da Flein, in Germania, il 12 luglio 2020. La cometa è stata scoperta a marzo ed è stata visibile a occhio nudo intorno a metà luglio, quando è stata più vicina alla Terra (©Kai Noeske/Esa)

«Ma forse è cominciata ancora prima, avevo pochi anni e mio padre mi disse che sarebbe passata una cometa, io la volevo vedere a tutti i costi ma non ci sono riuscito, così me la sono immaginata. Da allora ho sempre avuto la voglia di guardare il cielo, poi lo spazio è diventato la mia vita e ho avuto la fortuna e il privilegio di dedicare tutta la mia carriera alle esplorazioni spaziali». Nato a Milano nel 1959, laureato in Fisica teorica con una tesi sulla fusione nucleare, grazie a quell’annuncio sul giornale Ferri comincia a lavorare come astrofisico, ma dopo due anni passa alle operazioni spaziali, nella squadra di quelli che fanno funzionare i veicoli spaziali e raccolgono dati per gli scienziati.

Dopo un decennio, nel 1996, comincia a lavorare su una missione unica, pionieristica: raggiungere con una sonda il nucleo di una cometa, una sfida durata vent’anni. «Quando l’avventura è cominciata, noi europei non avevamo esperienza di missioni interplanetarie e non sapevamo come fare. All’inizio parteciparono anche gli americani ma poi si ritirarono perché ritenevano questa operazione troppo rischiosa. Significava volare vicino a un oggetto molto piccolo, la nostra cometa è grande come una montagna alta quattro chilometri, molto lontano e in un’ambiente sporco, pieno di gas polveri e massi». Un’avventura che Ferri ebbe l’onore di guidare e su cui ha appena scritto un libro avvincente e pieno di passione che si intitola “Il cacciatore di comete. Diario di un’avventura nello spazio profondo”. Un’avventura piena di difficoltà, incognite e colpi di scena.

Il lancio della sonda Rosetta doveva essere nel gennaio 2003 ma poche settimane prima, all’inizio di dicembre, un razzo Arianne 5 come quello che avrebbe dovuto trasportarla in orbita esplose sull’Atlantico. La missione fu fermata per capire il motivo del guasto: «Ma cancellando il lancio abbiamo perso la cometa che dovevamo raggiungere, abbiamo perso il treno, cioè la finestra di lancio, che dura al massimo due o tre settimane, e la traiettoria. Seguirono mesi frenetici per trovare un’altra cometa che fosse vicina e non troppo veloce e simile in termini di distanza dal Sole, dalla Terra e grandezza del nucleo a quella su cui avevamo costruito il progetto. Di comete ce ne sono un’infinità, sono miliardi, le vediamo solo quando si avvicinano al Sole. Stilammo una lista di meno di dieci candidate e alla fine trovammo la nostra».

Rosetta partì nel 2004, e il viaggio durò dieci anni: «Non per la distanza, ma per raggiungere la velocità della cometa ed entrare nella sua stessa orbita. Per riuscirci abbiamo dovuto fare quattro giri intorno al Sole e sfruttare la forza di gravità dei pianeti, per accelerare, una volta Marte e tre volte la Terra. Al quinto giro avevamo la velocità giusta per raggiungere la cometa e starci vicino. Da quel momento sono cominciate le vere difficoltà: orbitare intorno a un oggetto così piccolo e totalmente sconosciuto, di cui non si conosceva il nucleo, perché quello che si vedeva da Terra erano solo gas e polveri. Una vera missione verso l’ignoto».

Rosetta è la prima e unica missione spaziale che è atterrata su un corpo celeste senza sapere come fosse fatto: c’è riuscita lanciando sulla superficie della cometa il modulo Philae, grosso come una lavatrice del peso di 100 chilogrammi, ma che per assenza di gravità lì pesava soltanto un grammo. «Per due anni siamo stati in orbita intorno al nucleo con la sonda-madre Rosetta poi, alla fine del 2015, abbiamo fatto una cosa non prevista: farla atterrare sulla cometa. Ci sembrava il modo migliore per chiudere la missione, nelle ultime ore abbiamo fatto misure con tutti gli strumenti e poi si è spenta».

Il 7 ottobre 2014, la sonda Rosetta ha scattato questa fotografia alla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko da una distanza di 16 chilometri dalla superficie del suo nucleo: una sorta di selfie, in cui si vedono il fianco e un pannello solare della navicella spaziale con la cometa sullo sfondo (©Esa/Rosetta/Philae/Civa)

Che cosa abbiamo scoperto grazie a Rosetta? «Sappiamo una montagna di cose in più, prima la nostra conoscenza era quasi zero. I dati che abbiamo raccolto hanno smantellato le teorie esistenti sulle comete: si pensava che l’acqua sulla Terra fosse stata portata da un bombardamento di comete invece l’acqua analizzata non c’entra niente. Adesso si lavora su nuove teorie».

Ma cos’è una cometa? «È una montagna di ghiaccio che sta lontanissima dal Sole per tutta la vita, ma ad un certo punto per motivi casuali si avvicina, si scalda e crea la famosa coda, che è composta di gas e polvere. Volgarmente si potrebbe dire che è una palla di neve sporca. Le comete sono i resti della formazione del sistema solare. Quattro miliardi e mezzo di anni fa c’era una nube di polveri che si è condensata al centro, formando prima il Sole, poi i pianeti. I resti, le briciole, sono le comete, che sono state spazzate ai confini del sistema solare. Sono oggetti antichissimi, esistevano prima dei pianeti e del Sole, studiandole si fa archeologia del sistema solare».

Perché affascinano l’uomo? «Perché sono assolutamente imprevedibili: appaiono dal nulla e spariscono dopo qualche settimana o mese. Erano incomprensibili per gli astronomi antichi, che pure conoscevano i moti dei pianeti. Secondo Aristotele erano fenomeni meteorologici, dei fuochi nell’atmosfera. Abbiamo dovuto aspettare il Settecento perché uno scienziato come Edmond Halley formulasse l’ipotesi che la cometa che ha preso il suo nome fosse periodica. Capì che tornava in un periodo di tempo fisso: ogni 76 anni. Non ha vissuto fino a rivederla. L’ultima volta che è apparsa è stato nel 1986».

Questa fotografia è stata scattata dalla sonda Rosetta il 28 marzo 2015 e mostra la superficie della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, in particolare della regione di Imhotep, vista da una distanza di 19,9 chilometri dal nucleo (©Esa/Rosetta/NavCam – CC BY-SA IGO 3.0)

Poche settimane fa, a metà luglio, ne è passata una, battezzata Neowise e scoperta solo a marzo, che si poteva vedere a occhio nudo. «Io ne ho viste tre in vita mia, la più straordinaria nel 1997, Hale-Bopp, la cometa perfetta, come la dipinge Giotto». Nel libro Ferri racconta come cercò di coinvolgere i suoi bambini, Marco e Bianca, che avevano 7 e 4 anni, a cui l’anno prima aveva mostrato la deludente Hyakutake.

«Quando arrivai a casa con questa notizia per me entusiasmante la prima reazione dei miei figli fu: “Un’altra cometa? Ma ne abbiamo già vista una l’anno scorso!” Così quella sera mi avviai da solo a guardare dalle finestre del tetto la nuova cometa. La vista mi tolse il fiato. Questa era una vera cometa, come si vede nei libri di testo e come la si rappresenta nei disegni: splendida, con una lunga coda luminosa. Hale-Bopp rimase lì per settimane, dopo il tramonto, sopra alla casa del mio vicino, quasi fosse la capanna di Betlemme. Anche i miei bambini riconobbero che questa era una cometa straordinaria, spettacolare, niente a che vedere con quella pallida macchia dell’anno precedente. Prendemmo l’abitudine di andare insieme a osservarla prima di andare a letto. Diventò la nostra compagna della sera, oggetto di tante discussioni a tavola e persino delle storie della buona notte».


L’astro-fotografo amatoriale Javier Manteca ha immortalato Neowise nel cielo di Madrid, all’alba dell’11 luglio. In questo timelapse fotografico, composto da 17 immagini in sequenza che tracciano lo skyline della città, si vedono sia la cometa sia il transito della Stazione spaziale internazionale (©Javier Manteca)

Gli chiedo quando sarà la prossima, mi risponde che dobbiamo sperare in quelle impreviste, che appaiono un po’ dal nulla. Per ora ci dobbiamo accontentare delle stelle cadenti dei prossimi giorni, che però non c’entrano molto con le comete e nemmeno con le stelle: «Sono particelle di polvere che sono rimaste nell’universo, spazzate via da una cometa, che a contatto con l’atmosfera bruciano e cadono sulla Terra. Le cerchiamo ad agosto perché è il momento in cui la Terra passa dove c’è molta di questa polvere, parte della coda di due comete».

Quando uno lavora con queste dimensioni assurde, distanze enormi e spazio immenso, quando si confronta con l’universo, allora si rende conto di quanto siamo insignificanti, che siamo un granellino di polvere nello spazio: «Tutto diventa relativo e i problemi personali prendono un’altra dimensione. Anche per questo è importante alzare gli occhi al cielo».