LA STORIA

Sono stato sulle tue spalle

13 maggio 2022 | diMario Calabresi

L’ultima cosa che avrei potuto immaginare nella vita era di trovare l’immagine del mio primo ricordo d’infanzia, di scovarla, quasi per caso, in mezzo a cinque milioni di fotografie. Di tenerla tra le mani, guardarla, e avere conferma, cinquant’anni dopo, di quel frammento prezioso di memoria che avevo silenziosamente custodito per molti anni.

La foto del trombone della sfilata degli alpini del 14 maggio 1972 (© Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo)

Quale fosse l’ho raccontato nel libro “Spingendo la notte più in là”, con queste parole: «L’unico ricordo che ho di mio padre è quello dell’ultima domenica mattina passata insieme. La data l’ho ricostruita grazie all’agenda di mia madre: “14 maggio: Gigi porta Mario a vedere la sfilata degli alpini. Rientra con paste, gelato e rose”. Mia madre conserva ancora una rosa di quel mazzo. È secca, ma si intuisce il colore rosa screziato di rosso. La tiene in un cassettone, insieme alle migliaia di lettere ricevute negli anni. 
Di quella mattina ne avevamo parlato la prima volta quando ero al ginnasio. Dopo essermelo tenuto per me per anni, un pomeriggio, in cucina, le dissi: “Io ho un ricordo di papà Gigi, è fortissimo, è una bellissima sensazione, ma non so cosa sia, se te lo racconto mi puoi aiutare a capirlo?”. E le raccontai di una folla, di una piazza, di una banda musicale. Io ero sulle sue spalle, ero un po’ spaventato dalla calca e dal rumore, ma ero incredibilmente attratto dalla grande apertura dorata di un trombone. Lui mi chiese se volevo toccarlo, ero timido, e poi nessuno si avvicinava, la gente stava tutta lungo il bordo della strada, ad assistere alla sfilata. Nessuno superava la linea immaginaria. Lui invece scavalcò qualcosa, forse superò delle transenne, io mi attaccavo ai suoi capelli, lui mi stringeva le gambe, io avevo timore, sentivo che stavamo facendo qualcosa fuori dalle regole, ma lui mi dava fiducia. Ci avvicinammo alla banda, lui parlò con qualcuno, chiese qualcosa, si piegò sul trombone e me lo fece toccare, solo per un attimo. Tornando indietro io ero felice, mi sentivo grande, forte, orgoglioso di stare sulle sue spalle, mi sembrava avessimo fatto una cosa coraggiosissima. Non avevo più paura della folla, mi sembrava tutto solare e caldo. Era una sensazione fortissima, che sento ancora oggi, viva, netta, pulita. Una sensazione di pienezza.
È l’eredità che mi ha lasciato. Mi ha regalato la tranquillità in mezzo al disordine, una specie di pace che mi prende quando tutto intorno accelera, più accelera e più dentro di me le cose si fermano, si chiarificano, sembrano semplici. Era solo una banda degli alpini, ma me la porto dentro da quando avevo due anni.
Quando finii di raccontare, mamma sorrise, scuotendo la testa: “Non è possibile che ti ricordi… ma perché non me l’hai mai detto? Per giorni non avevi fatto altro che raccontare del trombone e bisognava sempre ascoltarti da capo. È incredibile che ti sia rimasto il ricordo”».

La copertina del mio primo libro “Spingendo la notte più in là”

A ottobre del 2019 entrai per la prima volta in un luogo meraviglioso, una miniera di storia e di memoria nel caveau blindato di una banca alla periferia di Milano: l’Archivio Publifoto, un’immensa collezione di immagini che raccontano l’Italia dagli Anni Trenta alla fine del secolo scorso. L’archivio, che dopo la chiusura dell’agenzia fotografica rischiava di andare disperso, venne acquistato da Intesa Sanpaolo e oggi è in viaggio verso la sua nuova casa: le Gallerie d’Italia di Torino
Avevo preso appuntamento per pura curiosità ma da quel primo incontro, seguito da molti altri, sarebbe poi nata una mostra (di cui vi ho parlato qui) sulla Milano bombardata del 1943.
Venni accolto dalle archiviste, mi fecero fare un giro e mi mostrarono alcune vetrinette con all’interno una serie di quaderni, erano agende scritte a penna che contenevano l’elenco dei servizi fotografici che erano stati scattati ogni giorno. Aprirono una vetrinetta e il caso volle che fosse quella del 1972

Io istintivamente afferrai un piccolo volume che aveva scritto “maggio” sul dorso, spiegai che volevo vedere che servizi erano stati fatti il giorno della morte di mio padre e poi ai funerali. Sfogliammo le pagine a partire dal 17 maggio, ma dopo un istante sentii un’urgenza di tornare indietro, di andare alla domenica prima, il 14 maggio. Ci arrivammo e io trattenni il fiato, c’era scritto: “Sfilata degli alpini” e a seguire una serie di numeri. Domandai a cosa corrispondessero. “Provini e negativi” mi risposero le archiviste. Chiesi se potessi vederli, cercai di dissimulare l’ansia, mi spiegarono che ci sarebbe voluto solo qualche minuto. Mentre aspettavo mi mostrarono una serie di immagini che avevano preparato, tra cui il bombardamento della basilica di Santa Maria delle Grazie con la palizzata di sacchi di sabbia che salvò l’Ultima Cena dipinta da Leonardo e, conoscendo la mia passione per la politica americana, alcune foto di presidenti USA in visita in Italia.
Io guardavo, annuivo, commentavo, ma la mia testa era altrove, sentivo un’urgenza fortissima di aprire le scatole di cartone dei negativi, sentivo che stava per succedere qualcosa di importante.

Le scatole di fotografie negli archivi Publifoto

E qualcosa è successo. Sono partito da una busta piena di provini, mi avevano chiesto di indossare dei guanti bianchi di tessuto per non rovinare quei piccoli pezzi di memoria, e con grande delicatezza avevo tirato fuori un primo mazzo di scatti. Non ho avuto nemmeno bisogno di cercare, quasi subito mi sono trovato tra le mani la fotografia che avevo nella testa fin da bambino: quella del trombone. Non ci potevo credere, avevo sotto gli occhi proprio una meravigliosa campana dorata, quella parte dello strumento che mi era rimasta impressa e che avevo voluto toccare. Sullo sfondo le guglie del Duomo di Milano. 
Il mio ricordo aveva un’immagine fisica, era uscito dal tempo ed era davanti ai miei occhi, lo stavo guardando, lo avevo tra le dita. Ho tirato fuori il telefono e ho scattato subito una foto a quel pezzo di carta seccato e imbarcato dal tempo. Volevo portarmi via quel documento, non rischiare di non trovarlo più.

Il provino fotografico del trombone

A quel punto ho cominciato a sperare di trovare qualcos’altro, non sapevo nemmeno cosa, almeno razionalmente, ma avevo sempre più fretta. Il contenuto della busta era finito, così sono passato alla prima scatola: i negativi con le immagini della folla. Li ho sparsi sul tavolo, ho preso il lentino che mi avevano fornito e, con una specie di febbre addosso, ho cominciato a passarli in rassegna tutti, stavo cercando qualcosa che era sepolto nella memoria da decenni. Quando ho visto lo scorcio di Largo Cairoli che guarda verso Via Dante ho sentito in modo forte e chiaro che ero al posto giusto. Allora ho spostato da una parte del tavolo tutti i negativi che non c’entravano con quella scena e mi sono concentrato su quello spicchio di piazza.

La folla radunata a Largo Cairoli (© Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo)

Dopo un attimo ho capito cosa stessi cercando: un bambino sulle spalle del padre
Il primo che ho trovato aveva un cappottino bianco e un cappellino, ma non mi diceva nulla. Il secondo era sulle spalle di un papà con un impermeabile beige, ma lui era biondo e il padre aveva chiaramente un aspetto diverso. La terza era una bambina con la fascetta nei capelli.
Poi ne ho trovato uno con una testa e delle orecchie simili alle mie, aveva una maglia chiara e del padre si intuivano solo le spalle e una giacca grigia. Dietro c’era un vecchio alpino che con un gesto di premura teneva la mano sollevata verso il bambino, come se volesse assicurarsi che non cadesse.

Questa è la foto in cui ho ritrovato il mio ricordo di bambino (© Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo)

Ho smesso di cercare. Sono rimasto in silenzio. Mi sono improvvisamente calmato. Tutto era andato a posto. Mi sentivo anche io a posto, e in pace
Ho chiesto se fosse possibile stampare la foto in un formato grande, mi hanno risposto che ci sarebbe voluto un po’ di tempo. Ho sorriso pensando che erano passati 47 anni e mezzo, che qualche settimana in più non avrebbe fatto nessuna differenza. Quando mi è arrivata a casa la busta, l’ho aperta con grande cautela, poi sono andato a trovare mia madre, ho messo la foto sul tavolo, ho indicato il bambino e le ho chiesto: «Ho mai avuto una maglia così? Papà aveva una giacca del genere?». «Direi di sì», fu la risposta. 
«Pensi che possa essere io?». «Ti somiglia, ma come possiamo saperlo davvero?».
Siamo stati un po’ a guardare e a fare supposizioni e poi mi ha chiesto: «È importante sapere se eri proprio quello?». No, va bene così.