IL RACCONTO

Senza più lacrime

31 marzo 2020 | diMario Calabresi

«Per giorni mi sono fermato a pensare alla grandezza del problema, a cercare un modo per raccontare quello che stava succedendo; ho visto molte immagini di città vuote, di spazi senza esseri umani, le acque limpide di Venezia con i pesci, tutto così netto e pulito che questo dramma sembrava diventare una fotografia di architettura. Dovevo trovare un modo di entrare, qualcosa che appartenesse al mio linguaggio visivo, che documentasse la sofferenza, il contagio, il lavoro di infermieri, medici, becchini. Così ho preso la macchina e sono andato al centro dell’epidemia, ho trovato un posto dove dormire ad Alzano Lombardo e ho cominciato il mio lavoro».

Il fotografo Fabio Bucciarelli davanti all’Ospedale di Bergamo, vestito con le protezioni anti-contagio, prima di partire per il turno con la Croce Rossa

Era l’alba di domenica 15 marzo, i morti totali quel giorno avrebbero raggiunto quota 1.809. Era stata una settimana tragica a Bergamo e nelle sue valli, ma nessuno avrebbe immaginato che in meno di altre due settimane il numero totale dei decessi sarebbe arrivato a diecimila. Fabio Bucciarelli, una laurea in Ingegneria, fotografo che si è formato nelle guerre (prima in Libia e poi in Siria, durante la battaglia di Aleppo), era partito da Torino alle tre del mattino. Aveva appuntamento alla Croce Rossa di Alzano Lombardo alle 7:30, ma non voleva correre rischi: «Invece l’autostrada era deserta, non ho incontrato nessuno, nemmeno un controllo e alle sei ero già in paese».

Nella settimana precedente aveva preso contatti e costruito un rapporto con Nadia Vallati, volontaria della Cri di Alzano, 41 anni, un impiego all’Ufficio delle imposte. Bucciarelli aveva spiegato il lavoro che avrebbe voluto fare, ottenuto la loro fiducia e una lettera di invito. Si era procurato tutto il materiale protettivo e solo quel giorno, quando ha cominciato a scattare, ha chiamato il “New York Times”. «Ho raccontato che ero nell’epicentro dell’epidemia e così mi hanno commissionato un lavoro di reportage che abbracciasse tutti gli aspetti della tragedia. Hanno avuto la pazienza di aspettare 12 giorni, di accettare che ci fossero giornate in cui non portavo a casa nulla, di controllare ogni scatto e ogni dato per avere, alla fine, una storia completa».

La prima pagina del “New York Times” di sabato 28 marzo, con il reportage di Bucciarelli in apertura

Il primo giorno di lavoro Bucciarelli ha incontrato Claudio Travelli, 61 anni, e la sua famiglia. La foto di Claudio a letto, sotto un quadro della Madonna e con la borsa del ghiaccio sulla testa, sarebbe poi diventata l’immagine di prima pagina del “New York Times” di sabato 28 marzo. Fino al 7 marzo il signor Travelli aveva guidato il camioncino con cui faceva consegne di generi alimentari, il giorno dopo aveva cominciato ad avere la febbre e il medico gli aveva prescritto la Tachipirina e di stare a riposo. Venerdì 13, le sue figlie avevano chiamato un’ambulanza perché aveva dolori terribili al petto, vomito e febbre altissima. Vista la situazione degli ospedali (glieli avevano descritti – riporta il lungo reportage del giornale americano – come “trincee di guerra”) gli avevano consigliato di restare a casa, ma dopo un’altra notte di sofferenza non ce l’aveva più fatta: la febbre era salita oltre 39 e i livelli di ossigeno nel sangue erano crollati. E quella domenica mattina Fabio Bucciarelli era arrivato in casa Travelli con i soccorritori.

«La cosa più importante era costruire un rapporto di fiducia, empatia e rispetto, entrare in quelle famiglie ed essere accettato. I soccorritori, arrivando, avvisavano che c’era anche un fotografo; poi io, prima di toccare la macchina fotografica, spiegavo il lavoro di documentazione che stavo facendo e la mia volontà di riuscire a far comprendere cosa stessero vivendo molte famiglie come loro e cosa stesse succedendo negli ospedali». Non tutti hanno accettato: «La metà delle volte mi hanno chiesto di non scattare e ho fatto un passo indietro, ma anche quando mi hanno detto di sì sono stato molto rispettoso. Di ogni situazione ho pochi scatti, fatti in modo discreto, in ogni casa ho passato molto tempo a parlare». La chiave di tutto sono stati i volontari della Croce Rossa: «Ho trascorso moltissime ore con loro, ad aspettare; oltre a quello di Nadia, ho trovato il sostegno di quasi tutti i soccorritori, mi avevano accettato come parte integrante del loro sforzo».

Bucciarelli è poi tornato da tutte le famiglie di cui ha raccontato la storia: «Per sapere come stavano i malati e come vivevano loro l’attesa, il distacco. Michela, la figlia di Claudio Travelli, mi ha detto che il padre è vivo ed è ricoverato in terapia sub-intensiva a Bergamo; mi ha spiegato che al primo test era risultato negativo al Covid-19 e che solo al secondo lo hanno trovato positivo, che la situazione è critica, ma in miglioramento. Sono rimasto a parlare con lei e i familiari per più di mezz’ora, sono stati gentilissimi e perfino affettuosi».

La foto-simbolo di Bucciarelli per il “New York Times”: i figli di Antonio Amato salutano il padre mentre viene portato via dai soccorritori a Dalmine, nel Bergamasco

«Questa è la malattia della solitudine dei parenti e dei malati», commenta Fabio. Secondo lui, l’immagine-simbolo che ha scattato è quella dei bambini di Antonio Amato, 40 anni: «Lo hanno accompagnato fino in strada per salutarlo e lui dalla barella, mentre entrava nell’ambulanza, ha ricambiato con la mano».

Forse, per capire davvero cos’è successo nel silenzio di queste settimane, bisogna leggere quello che ha raccontato Nadia Vallati al “New York Times”: un sabato si è trovata nella stanza di un uomo di novant’anni, ha chiesto alle sue nipoti se il nonno avesse avuto contatti con qualcuno positivo al coronavirus e le hanno risposto di sì, che li aveva avuti con suo figlio, loro padre, che era morto il mercoledì. La loro nonna – hanno aggiunto – era stata portata via il venerdì ed era in condizioni critiche. Non piangevano – dice Nadia – perché «non avevano più lacrime».

«Certi momenti – riprende il racconto Bucciarelli – sono stati così intensi e commoventi che non sono riuscito a scattare, che sono rimasto immobile di fronte agli addii, a questi parenti che non sapevano dove sarebbe stato portato il loro caro né se lo avrebbero mai più rivisto».

Un’immagine del reportage di Bucciarelli per il “New York Times”, scattata nei corridoi affollati di malati dell’Ospedale di Bergamo

Poi, gli ospedali. Anche qui, sia al Papa Giovanni XXIII di Bergamo sia al Policlinico di Ponte San Pietro, il lavoro per ottenere le autorizzazioni per entrare è stato lungo. «Come nelle case, pure in ospedale è stato fondamentale ottenere la fiducia di tutto il personale medico ed essere cauti, rispettosi, attenti. Devo molto al dottor Ivano Riva, anestesista del Papa Giovanni XXIII: grazie a lui ho potuto fare un viaggio completo su tutti i fronti, riuscendo a documentare lo straordinario e drammatico lavoro che stanno facendo».

Per la sua sicurezza, Fabio si era procurato una tuta integrale, doppi guanti, occhiali di plexiglass e una maschera per respirare, eredità del lavoro fatto in Cile in autunno, quando aveva raccontato le proteste in quel Paese e aveva bisogno di proteggersi dai lacrimogeni della polizia e dell’esercito. Alla fine del reportage, ha anche sanificato completamente la sua automobile presso una pompa di benzina, dove si sono organizzati per disinfettare le ambulanze. Accanto a Fabio ha lavorato la sua compagna, Francesca Tosarelli, che ha realizzato dei video andati poi in onda su “Channel 4”, sul canale inglese di “Al Jazeera” e sulla televisione tedesca.

Questa immagine di Bucciarelli racconta le proteste in Cile dell’autunno scorso ed è finalista al World Press Photo 2020
Questa foto, invece, è stata scattata da Bucciarelli ad Aleppo, in Siria, nel 2012 ed è stata premiata ai World Press Photo del 2013

Bucciarelli ha fotografato le guerre in Libia, Siria, Ucraina, Sud Sudan, Mali; ora si è trovato su questo fronte: «Ma non mi piace usare la parola guerra, non è giusto, l’unica cosa che c’è in comune è il dolore per i morti. Nelle guerre le persone perdono la casa, non hanno da mangiare, mancano acqua e luce e ci sono i bombardamenti. Qui ci sono la sofferenza, la solitudine e la paura del contagio. Forse sarebbe più appropriato parlare di conflitto, perché ho visto tanta gente che combatte senza sosta, giorno e notte. Questo è ciò che non dobbiamo dimenticare».