IL PERSONAGGIO

L’ultima vetrina di un pittore sui navigli

26 giugno 2020 | diMario Calabresi

Il venerdì tutti i pittori dell’Alzaia andavano a pranzo assieme, i loro studi avevano la vetrina sul Naviglio Grande e c’era una gerarchia rispettata: il vecchio Giuseppe Bernardoni aveva sempre l’ultima parola, lui che arrivato dalla Toscana si era innamorato della vita popolare milanese tanto da convincere tutti a esporre in mezzo alla strada, sotto gli occhi della gente comune. Si spense poco prima del passaggio del millennio, il testimone lo prese il Pellizzoni, che ha 83 anni, ma al posto delle sue tele oggi c’è una gelateria. Poco tempo fa è andato via da lì anche Matteo Laganà che animava il gruppo dei pittori del Naviglio Grande. L’ultimo rimasto è Loredano, il “maestro”, baffi e pizzetto bianco, 46 anni di passioni e di racconti. Ma anche la sua avventura è finita, è stato sfrattato, e con la sua uscita di scena un ciclo si sarà concluso: i Navigli saranno definitivamente il regno dell’aperitivo.

Una veduta del Naviglio Grande di Milano oggi e, sotto, uno dei barconi che solcavano le sue acque negli anni Settanta

«Sono arrivato nel 1974, quando qui davanti passavano ancora i barconi, avevo lasciato un lavoro da litografo e usai tutta la liquidazione per poter entrare in un magazzino con due vetrine, dove per decenni avevano prodotto bottoni in bachelite. Come vicini avevo un vasaio e un rigattiere, per me arrivare qui significava entrare nel regno dei pittori e aprirmi al mondo, una grande felicità». Loredano Rizzotti aveva esordito dipingendo una Milano viola e rosa, poi si era concentrato, con un certo successo, sui balconi delle case di ringhiera: negli anni Ottanta le riproduzioni dei suoi quadri si incontravano nelle cucine di mezza città. Ma presero a copiarlo in molti così il suo soggetto preferito diventarono i portoni, prima con lo sguardo rivolto ai cortili, poi all’esterno. Dopo i cortili vennero le valigie, forse sentiva che il tempo della partenza di un mondo era arrivato, infine i libri. Oggi dipinge libri antichi, ma senza titolo e nome dell’autore sul dorso, a segnalare un vuoto e un impoverimento.

La riproduzione di uno dei dipinti di Loredano Rizzotti con una casa di ringhiera come soggetto

Sono venuto a trovare Loredano quando ho saputo che anche la sua minuscola bottega di 15 metri quadrati verrà spazzata via dall’avanzata di bar, alberghi e ristoranti. Lo scorso anno era toccato al “Forno dei Navigli” e all’antiquario che metteva in vetrina vecchi giocattoli, prima al fruttivendolo e al negozio di ceste e vimini. Resistono l’argentiere e sulla Ripa l’ottico Degani, che ha aperto esattamente alla fine della Seconda Guerra Mondiale ed è circondato da una linea infinita di bar.

«Sono rimasto per più di trent’anni nella mia bottega, poi nel 2008 mi sono dovuto spostare perché il mio studio sarebbe diventato la reception dell’Hotel Maison Borella. La proprietà mi ha offerto questo piccolo spazio, che all’inizio degli anni Settanta era ancora luogo di lavoro clandestino di due prostitute, madre e figlia. Ho accettato ben contento, perché mi spostavo di soli 22 passi. Oggi l’albergo ha bisogno anche di questi pochi metri e me ne devo andare. Ma non so dove, mi sveglio la notte e mi sento perduto. Da quando mi è arrivato lo sfratto non riesco più a dipingere. La verità che devo accettare è che il Naviglio è diventato il luogo dello Spritz, ha vinto un modello culturale che mette sopra a tutto l’aperitivo».

Il pittore Loredano Rizzotti con alcuni suoi quadri sullo sfondo

Loredano apre una valigetta piena di vecchie foto, scattate negli anni Settanta, ma non lo fa rivendicando i bei tempi andati: «L’evoluzione dei luoghi è naturale e corretta, il mio non è tanto uno sguardo nostalgico piuttosto la consapevolezza che la movida ha banalizzato un luogo ricco di storie e di vita, interessante per le sue diversità». Il recupero della Darsena è stato un fatto positivo, che ha messo fine ad anni di degrado, ma è coinciso con il trionfo degli speculatori, con le case trasformate in Airbnb e l’espulsione di ogni negozio e bottega.

La foto del cuore di Loredano è quella che scattò a Maria, l’ultima lavandaia del Naviglio, me la appoggia sulla tavolozza tra i colori ormai seccati; poi nel suo album dei ricordi ci sono il soprannominato “Jean Gabin”, il lucidatore di mobili che abitava nel vicolo degli acciugai, il “senza naso” che faceva i soldatini di piombo, la cartomante sposata con il carrozziere che cambiava le targhe alle auto rubate, la coppia del postino e del netturbino e i “fratelli Karamazov” che facevano i fabbri prima del ponte di ferro, lì dove ha il ristorante Maida Mercuri, ultima musa protettrice degli artisti e degli artigiani a cui fa pagare il pranzo dieci euro. Rifugio di Loredano.

Alcune foto dall’album di Loredano Rizzotti risalenti agli anni Settanta. Dall’alto: Maria, ultima lavandaia del Naviglio Grande; il lucidatore di mobili soprannominato “Jean Gabin”; il postino e il netturbino

Guardiamo le foto e per ogni scena c’è solo una parola, si scusa per i suoi silenzi: «Sono capace a dipingere non a parlare e forse ho preso da mio padre, friulano, che faceva il mosaicista. Insieme a suo fratello fece tutta la pavimentazione della Galleria Vittorio Emanuele. Non so molto di lui, morì che non ero ancora maggiorenne e questo mondo sull’acqua è stato la mia vera famiglia. Ricordo quando organizzavamo i balli, l’orchestra, i primi restauri. Pensavo che una memoria popolare si sarebbe salvata, mi sbagliavo, hanno vinto gli immobiliaristi».

Hanno vinto ma sbagliano. Guardo la facciata dell’albergo in cui è incastrata la piccola vetrina del pittore e penso che se non ci fosse dovrebbero inventarla. Nell’era del marketing qualche creativo si sforzerebbe di immaginare un negozio capace di parlare di tradizione, di radici, di un passato popolare e proporrebbe di crearlo da zero. Qui esiste già, ultimo testimone di un tempo completamente superato, ma non si è capito cosa significa.

Loredano Rizzotti sulla porta del suo negozio lungo il Naviglio Grande. Sotto, un’immagine dello stesso posto negli anni Settanta