L'INTERVISTA

Questione di generazioni

5 giugno 2020 | diAnna Dichiarante

È un 2 giugno diverso dal solito. L’Italia riemerge dalla quarantena. La professoressa Alessandra Albertini è nella sua casa di Milano, per lei è la prima festa della Repubblica trascorsa da commendatore dell’Ordine al Merito: «Questa mattina, dopo essermi svegliata, ho voluto appuntare alla camicia che indossavo la spilla con l’insegna; mi è parso un gesto simbolico». Ordinario di Genetica presso l’Università di Pavia fino al gennaio 2019, si è guadagnata quella medaglia con un altro gesto, concreto e potente: quando è andata in pensione, ha lasciato la sua liquidazione all’ateneo. Duecentocinquantamila euro per i giovani precari della ricerca. In questa giornata speciale, tiene a ricordare la forza con cui – 74 anni fa – il Paese si risollevò dalle miserie del secondo conflitto mondiale, facendo nascere una Repubblica democratica e antifascista. Perché Albertini, classe 1951, se ne sente figlia: «Faccio parte dei baby boomers, cioè di quanti hanno vissuto l’infanzia e la gioventù nel periodo del Dopoguerra. Un periodo di crescita demografica ed economica, resa possibile da sacrifici e investimenti. Le persone, allora, misero in gioco tutto». Lo stesso dovrebbe accadere oggi, in base a quello che lei chiama il principio di solidarietà.

La professoressa Alessandra Albertini (ritratto di Marta Signori)

«La mia generazione – continua la professoressa – ha avuto fortuna: ha potuto istruirsi, affermarsi dal punto di vista professionale e godere delle garanzie previdenziali. Quindi, ha il dovere di restituire, di dedicare parte delle proprie risorse agli altri, soprattutto alle generazioni successive». Il principio di solidarietà, appunto, che lei dice di aver introiettato grazie all’educazione ricevuta in famiglia e che ha applicato nella sua carriera. E nei giorni scorsi ha replicato, aderendo alla campagna “Nessuno si salva da solo”, una raccolta di fondi promossa dalla Caritas di Pavia e da varie realtà del volontariato per aiutare chi si trovi in difficoltà a causa dell’emergenza in corso. Il titolo dell’iniziativa, organizzata in molte città, richiama le parole pronunciate da papa Francesco a marzo, nella preghiera per la fine dell’epidemia. «Per un anno – spiega Albertini – destinerò una quota della pensione a questo progetto. La gente ha bisogno di supporto fisso, certo e di durata definita per ripartire. Lo spirito di unione che si è respirato negli ultimi mesi rischia di scemare, travolto dall’incombenza di assicurarsi il minimo per vivere».

Con i fratelli e la madre, inoltre, la professoressa sta donando fondi per la ricerca sul Covid-19 all’Ospedale “Luigi Sacco”, all’Università e al Policlinico di Milano, oltre che al Policlinico di Pavia. E il discorso torna su ciò che le sta più a cuore. Dal 2012 al 2018, Albertini ha diretto il dipartimento di Biologia e Biotecnologie “Lazzaro Spallanzani” dell’ateneo pavese, dove ha studiato, insegnato e lavorato per una vita intera. «L’eccezionale situazione che stiamo affrontando ha portato ai limiti o sotto la soglia della povertà categorie che finora erano riuscite a barcamenarsi. In primis, la fascia della popolazione di età compresa tra i 30 e i 40 anni. I precari. Coloro che se la cavavano con impieghi saltuari o temporanei e che hanno visto sfumare troppe opportunità. Servono finanziamenti e piani per mettere insieme le loro competenze, farli associare, guidarli ed evitare che commettano errori. Altrimenti li perderemo e avremo perso tutti». E ai “suoi” giovani precari, Albertini ci aveva già pensato.

Perciò, prima del cosiddetto collocamento a riposo, aveva deciso di devolvere al dipartimento il suo trattamento di fine rapporto per cofinanziare progetti affidati a ricercatori a tempo determinato junior o ad assegnisti di ricerca. I soldi dovranno essere utilizzati entro il 2023, mentre le proposte passano al vaglio di una commissione scientifica. Due sono già state attuate, compresa la copertura di un posto da manager della ricerca: una figura che si occupa di reperire nuovi finanziatori e nuove idee. «Nel mio percorso accademico ho toccato con mano le grandi difficoltà dei giovani – racconta la professoressa – tanti validi ricercatori non sono mai riusciti a ottenere una posizione stabile o sono invecchiati nella totale incertezza. Ma, così, le persone si scoraggiano, lavorano meno bene, rinunciano o, nei casi più fortunati, si trasferiscono all’estero. Io stessa non ho potuto trattenere due generazioni di colleghi che avevo formato».

Un peccato, per numerose ragioni. «Innanzitutto – assicura Albertini – perché tra i 28 e i 40 anni si è più produttivi nella ricerca, anche per una questione di coinvolgimento fisico nell’attività che poi va diminuendo». Non solo. «Intorno ai 35 anni scocca l’ora di salire in cattedra; nel mio campo, i docenti più anziani sono carichi di esperienza, ma talvolta meno efficaci e meno aggiornati, perché le metodologie di ricerca e i risultati evolvono in modo frenetico e a una certa età non si riesce a gestire quel patrimonio di conoscenze con il giusto ritmo. La mancanza di docenti o il fatto che siano mal preparati perché gravati da troppi insegnamenti fanno sì che essi non riescano a formarne altri e, a lungo andare, la formazione decade. Infine, non dimentichiamo che il momento in cui solitamente si costruisce una famiglia è proprio quello tra i 30 e i 40 anni. La precarietà è un ostacolo e finisce per avere ripercussioni sociali. I giovani, insomma, vanno lasciati liberi di “scatenarsi”, di mettersi alla prova. Senza il loro apporto, il sistema implode».

Quirinale, febbraio 2020. Alessandra Albertini riceve dal presidente Sergio Mattarella le insegne di commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana (foto ©Francesco Ammendola – Ufficio Stampa e Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Del resto, secondo la professoressa, si è registrata una degenerazione progressiva (con un picco nel decennio 2000-2010) per quanto riguarda gli investimenti dello Stato su università e ricerca. Adesso si paga il prezzo di scelte politiche sbagliate e tagli, che hanno minato l’eccellenza e la tradizione italiane nel settore. Il quale, invece, è di «strategico valore per il futuro del nostro Paese»: come recita la motivazione con cui, nel dicembre 2019, il presidente Sergio Mattarella ha insignito Albertini dell’onorificenza di commendatore della Repubblica. Lei che la ricerca «l’ha sostenuta in prima persona» con «esemplare generosità». Lei che ancora si emoziona al ricordo della telefonata ricevuta dagli uffici del Quirinale. «Nei fui felice – ammette – perché sentivo di rappresentare sia il mondo della ricerca sia quello femminile. Entrambi avevano urgenza di lanciare una richiesta di sostegno e di attenzione». La professoressa si reputa fortunata pure sotto questo aspetto: la sua è stata tre le prime generazioni di donne a poter accedere in massa all’istruzione, alla docenza e alla ricerca.

Ed è la necessità di mandare un messaggio che ha indotto Albertini a rendere note le sue donazioni. Nella speranza di suscitare dibattito, magari emulazione. «Volevo rivolgermi ai miei coetanei che ricoprono ruoli di vertice, volevo incentivarli a puntare sui giovani meritevoli. A offrire loro la possibilità di crescita che non hanno e che noi abbiamo avuto. La Costituzione stabilisce che i cittadini devono concorrere al progresso del Paese, ma vanno messi in condizioni di farlo. Non si può pensare solo ai propri figli o nipoti, al proprio particolare. Un buon maestro è colui che sa dare un futuro al suo lavoro». Sarà per questo che lei, seppur da esterna, segue sempre i suoi ragazzi in dipartimento ed è pronta a stimolarli. Nelle scorse settimane i laboratori sono rimasti chiusi per la quarantena: «È stata una sofferenza. La didattica teorica si può fare a distanza, ma la pratica, la ricerca, no. Chi forma dev’essere al fianco di chi viene formato per molte ore al giorno. Le regole di sicurezza dovranno consentire al più presto di riaprire i laboratori a pieno regime».