LA TESTIMONIANZA

Quell’odore che ancora sento

7 agosto 2020 | diMario Calabresi

«I miei genitori erano nella sala d’attesa quel giorno. Sono sopravvissuti, ma le ferite hanno fatto sì che la vita non fosse più la stessa. Mi piacerebbe un giorno raccontare la loro storia, li ho visti in alcuni fotogrammi della trasmissione di Carlo Lucarelli: mio padre che chiama i soccorsi!» Domenica 2 agosto ho scritto un post sulla mia pagina Facebook in cui raccontavo la strage di Bologna vista con gli occhi del bambino che ero, costretto a fingersi malato per poter restare in casa a capire cosa fosse successo. Tra gli oltre 300 commenti quello che mi ha colpito di più è stato questo di Chiara Ghinelli. In molti le hanno chiesto di condividere la storia dei suoi genitori, ha accettato di farlo e questo è il suo racconto.

Rossana ed Enrico Ghinelli, sopravvissuti alla strage di Bologna. La fotografia è stata scattata durante una vacanza in montagna con gli amici Bruno e Giovanna, conosciuta proprio quel 2 agosto del 1980

«In tanti mi avete incoraggiata a raccontare la storia dei miei genitori, feriti alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980. Vedendo una trasmissione rievocativa del quarantennale della strage è apparsa la loro immagine: mio padre che chiama disperato un’autoambulanza e mia madre appoggiata accanto a lui, accartocciata su sé stessa, con il volto irriconoscibile, seduta su un carrello portabagagli; lui intanto le prende un braccio per farle sentire che è lì accanto, il braccio è inerme, mia madre sembra un fantoccio inanimato. Intorno a loro il disastro che un’esplosione può provocare. Avevo già visto queste immagini al telegiornale quarant’anni fa, ma è stato un colpo al cuore e il dolore lo stesso identico di quei giorni.

In quel gesto di mio padre ho rivisto tutto l’amore e la cura che ha dedicato per il resto della sua vita a mia madre e ho provato un senso di tenerezza infinita. Sono sopravvissuti alla bomba, le ferite riportate da mia madre hanno lasciato una grave invalidità, ma abbiamo avuto la fortuna di averli per noi e di occuparci di loro fino alla vecchiaia. Ora non ci sono più e forse per questo ho il bisogno di raccontare la loro storia, una storia semplice di una vita comune, ma per noi, la loro famiglia, una storia importante.

I miei genitori, Enrico e Rossana, si stavano recando a Verona dai miei zii per vedere l’opera all’Arena. Solitamente viaggiavano in macchina, ma mio padre decise per il treno visto il traffico e i frequenti incidenti dei giorni precedenti. Durante il tragitto Rimini-Bologna conobbero due ragazze altoatesine che avrebbero fatto il loro stesso percorso e si diedero appuntamento al binario dove avrebbero dovuto attendere la coincidenza. I miei genitori decisero di passare l’attesa seduti nella sala d’aspetto di seconda classe, mentre le ragazze andarono direttamente al binario previsto. Però dopo alcuni minuti l’altoparlante annunciò che il treno per Bolzano avrebbe cambiato binario. Mio padre si preoccupò immediatamente che le ragazze da poco conosciute non avessero sentito la comunicazione e, visto che parlavano poco l’italiano, decise di raggiungerle per avvisarle. Si alzò quindi dalla sedia e al suo posto si sedette un ragazzo giapponese, come ci raccontò poi mia madre.

Mio padre uscì dalla sala e aveva fatto solo pochi metri quando ci fu l’esplosione. Si girò e vide la stazione crollare e dove c’era la sala d’aspetto solo fumo e macerie. Preso dalla disperazione iniziò a cercare mia madre scavando e scansando ogni genere di detrito. Vide delle persone che scavavano vicino a un lembo del suo vestito. Era sepolta sotto una grossa trave, ma per fortuna riuscirono a tirarla fuori. Uscirono sul piazzale della stazione e vennero lasciati lì in attesa di aiuto. Per fortuna furono fra i primi a essere soccorsi, le ambulanze non arrivavano ma c’erano gli autobus e vi furono caricati insieme ai primi cadaveri. Quel viaggio fino all’Ospedale Maggiore restò per mio padre l’incubo della sua vita.

Io avrei compiuto 18 anni il 13 agosto e quella mattina sentii suonare il telefono e mia nonna che urlava il nome di mio padre disperata. Le presi la cornetta e sentii la sua voce agitata: “Chiara, stiamo bene, siamo vivi, ma è successo un disastro, è scoppiata una caldaia alla stazione di Bologna, siamo all’Ospedale Maggiore, siamo vivi ma la mamma è gravemente ferita, venite subito”. Avvisai i miei fratelli e accesi la tv. Salimmo subito in auto, nessuno parlò più fino all’arrivo in ospedale dove ci rendemmo conto della gravità dell’accaduto.

Mio padre ci venne incontro in un corridoio, non aveva una ferita, neanche un graffio; le prime parole furono: “C’era odore di guerra, non è stata una caldaia, era una bomba”. Una bomba? Entrai nella stanza di mia madre che era nel reparto Grandi Ustionati, ripristinato in poco tempo da medici e infermieri che saputo dell’accaduto si erano presentati spontaneamente in ospedale. L’odore di pelle bruciata di quella stanza lo posso sentire tuttora. Era irriconoscibile: il viso e gli arti ustionati, tante ferite alla testa, frattura delle costole e conseguente perforamento dei polmoni, dovute al peso di quella trave che le aveva salvato la vita. Inoltre non sentiva più nulla per l’esplosione dei timpani.

Chi poteva avere voluto tutto ciò? Chi? Era la domanda che mi martellava in testa, più passavano le ore e più mi guardavo intorno. Ricordo di un signore seduto su una sedia a rotelle, anche lui ustionato, che non poteva sdraiarsi perché aveva il busto pieno di schegge di vetro. Comunque erano vivi ed è questo che si pensa in quei momenti.

Mio padre restò accanto a mia madre per una settimana accudito dalle infermiere, non volle tornare a casa fino a quando non fu sicuro che era in buone mani. Il personale dell’ospedale e i bolognesi sono stati veramente fantastici. Quando rientrò gli aprii la porta e mi crollò fra le braccia. Ora finalmente poteva mollare, lo sdraiai sul letto e cominciò a vivere tutti i suoi incubi: lo scoppio, il terrore di averla persa, quello scavare affannoso, l’autobus carico di moribondi. Non aveva riportato danni fisici, ma i suoi giorni e le sue notti non furono più gli stessi. Mia madre rimase ancora un mese in ospedale per gli interventi ai timpani, le ustioni e le fratture. La ripresa fu molto lunga e le lasciò una invalidità permanente. Lei al contrario di mio padre non ricordava nulla se non un senso di soffocamento e il silenzio.

Quando leggemmo il nome del giovane giapponese nella lista dei deceduti, mio padre realizzò che era seduto al suo posto e che se non si fosse alzato dalla sedia per uscire ad avvisare le ragazze sarebbe toccato a lui. Era stato salvato dal suo altruismo e non ebbe pace finché non rintracciò le giovani conosciute in treno. Mise annunci sui giornali locali di Bolzano e una di loro rispose. Fu così che conoscemmo Giovanna che poi sposò Bruno e nacque una intensa amicizia. Mio padre, che adorava la montagna, non vedeva l’ora arrivasse l’estate per poterli andare a trovare e loro di venire al mare. Abbiamo visto nascere figli e nipoti. Ancora oggi, che i miei non ci sono più, siamo sempre in contatto.

I miei genitori reagirono con grande dignità e coraggio a questo evento, come del resto hanno fatto nel corso della loro lunga vita, che gli ha presentato un conto molto salato per la perdita di un figlio e di un nipote ancora giovani, ma il loro coraggio, la loro fede e la loro dignità sono la forza della nostra famiglia. E la nostra forza è tutta lì in quei pochi fotogrammi pieni di amore e disperazione. Forse avevate ragione che questa semplice storia andava raccontata, perché ci stiamo troppo abituando, parola orribile, a vedere tragedie senza andare a scoprire in fondo a ognuna cosa si nasconde. Mia madre non avrebbe più voluto vedere bombe esplodere e innocenti morire, ma ha dovuto sopportare anche questo. Io non dimentico, non fatelo neanche voi».

Ho chiamato Chiara, volevo sapere qualcosa di più dei suoi genitori, mi ha risposto con queste poche righe: «Mio padre era impiegato all’Enel, aveva 54 anni il giorno della strage, è morto a 80. Mia madre era di due anni più giovane, faceva la casalinga e ha vissuto fino a 90 anni, ci ha lasciati nel 2018, sempre con la gioia di vivere nonostante i suoi guai».

Il turista giapponese che si sedette al posto di Enrico si chiamava Iwao Sekiguchi, aveva vent’anni e studiava Letteratura giapponese nella più prestigiosa università del suo Paese. Viveva a Tokyo con i genitori, una sorella e un fratello. Era venuto in Italia grazie a una borsa di studio del Centro culturale italiano in Giappone per studiare l’arte. Aveva già visitato Roma e Firenze, arrivato a Bologna cambiò i suoi programmi e decise di proseguire per Venezia, come racconta il suo diario di viaggio che stava scrivendo quando ci fu l’esplosione: «2 agosto, sono alla stazione di Bologna. Telefono a Teresa ma non c’è. Decido quindi di andare a Venezia. Prendo il treno che parte alle 11:11. Ho preso un cestino da viaggio che ho pagato cinquemila lire. Dentro ci sono carne, uova, patate, pane e vino. Mentre scrivo sto mangiando». Fu l’ultimo gesto della sua vita e di un’avventura felice.