L'INTERVISTA

Quel profumo di legno e pece

17 aprile 2020 | diMario Calabresi

«Essere il cigno nero immaginato da Nureyev è il mio più grande sogno fin da ragazza. Quel sogno si stava per avverare: sarei salita sul palcoscenico della Scala e avrei ballato tutto “Il lago dei Cigni”. Il mio momento era arrivato. Ma poco prima è arrivato il virus». Il teatro ha chiuso, le sale per le prove sono diventate inaccessibili e Martina Arduino, 23 anni, prima ballerina alla Scala, si è improvvisamente trovata, come tutti noi, chiusa in casa: «La mia vita si è sbriciolata, mi sono sentita persa, la prima settimana è stata psicologicamente difficilissima: mi mancava l’aria».

Martina Arduino in “Sylvia”, spettacolo di apertura della stagione del balletto 2020 (foto di Marco Brescia e Rudy Amisano)

Per una ballerina lo spazio è un elemento vitale, come l’acqua per un pesce, se le impedisci di correre, saltare, salire sul palcoscenico la stai spegnendo. «Ho una stanza in casa che avevo attrezzato con un pezzo di sbarra per fare un po’ di ginnastica e degli esercizi, ho capito subito che quello sarebbe diventato il mio mondo. Ho tolto un mobile e ho cercato di fare spazio, ma non riuscivo a darmi pace, mi guardavo intorno e mi ripetevo: “Ma come faccio a chiudermi qui dentro?”. La struttura della mia vita è scandita dalle prove in teatro: tutti i giorni dalle 10 alle 17:30, un solo riposo alla settimana. Prima ci metto la ginnastica o il pilates, dopo mi fermo quasi sempre per fare ancora tanti esercizi per essere più elastica e morbida. All’annuncio della chiusura ho provato una grande paura: si fermava tutto e nessuno riesce ad immaginare quando ripartiremo».

Il Teatro alla Scala ha già cancellato 59 tra opere, concerti e balletti, al 2 giugno saranno cento. L’ultima rappresentazione è stata la prima dell’opera di Rossini “Il Turco in Italia”. Era il 22 febbraio, il coronavirus era arrivato a Codogno il giorno prima, c’era stato un primo morto a Vo’ Euganeo e quindici casi accertati in provincia di Lodi. Quel sabato quando, dopo 3 ore e 13 minuti, si è chiuso il sipario nessuno avrebbe immaginato che non si sarebbe riaperto per le altre sette repliche ma, soprattutto, che la scena sarebbe rimasta deserta e lo sarà per un tempo che nessuno conosce.

Formalmente tutto è sospeso fino al 16 luglio, quando gli spettacoli non andati in scena saranno 141, poi ci sono le tournée estive, quella del balletto a Los Angeles, già data per perduta, e quella del teatro in Giappone dall’11 al 27 settembre. A Tokyo, con la direzione di Zubin Mehta e Riccardo Chailly, la Scala ha in programma la “Tosca”, “La Traviata” e tre concerti. Formalmente è tutto ancora in piedi, ma il punto interrogativo si fa più grande ogni giorno.

Piazza della Scala vuota in questi giorni di quarantena

Nella tempesta globale, in una cancellazione di appuntamenti che non ha precedenti e che un giorno andranno riprogrammati – immaginate che il teatro milanese stava lavorando per progettare la stagione 2024 – ci sono poi le storie personali, come quella di Martina. «Non riuscivo a farmene una ragione. Continuavo a pensare a tutti gli spettacoli che stavano saltando, alla tournée a Los Angeles di metà luglio, che sarebbe stata la mia prima esperienza americana da prima ballerina: è molto sfidante ballare in altri teatri e con un pubblico completamente diverso. Poi piano piano ho cambiato punto di vista, ho guardato a questo tempo congelato come a un tempo prezioso e ho capito che lo potevo trasformare in un lavoro per il futuro». Prima però ha dovuto fare un passaggio fondamentale: non lasciarsi andare, non sedersi, ma tenere vivo l’orario di lavoro di ogni giorno: «Anche se non ho più date e scadenze mi sono imposta di lavorare sei giorni alla settimana. Un’unica concessione: mezz’ora in più di sonno, il tempo che impiego ogni mattina per andare a teatro in tram».

Erano vent’anni che la sua vita accelerava, ora tutto si è fermato. Quando Martina aveva tre anni e mezzo sua madre portò la sorella alla scuola di danza di Torino per iscriverla a un corso, ma lei si rifiutò. Martina, che era andata con loro, rimase così affascinata da quel luogo che cominciò a dare il tormento alla mamma perché iscrivesse lei. Era naturalmente attratta da quella leggerezza, dal fluttuare nell’aria, chissà se tutto questo non c’entri con la sua nascita, con quel parto in acqua che spinse la mamma fino all’ospedale di Moncalieri, l’unico dove si praticava quel metodo. «Comunque alla fine convinsi mia madre a mandarmi alla scuola di ballo e quel fascino continua ad avere un potere su di me. Il profumo misto tra legno e pece ancora oggi mi fa battere il cuore e lo associo ogni volta all’emozione degli spettacoli».

Un primo piano di Martina Arduino (foto di Marco Brescia e Rudy Amisano)

Fino a otto anni fu un gioco, poi cominciò ad andare tutti i giorni e a studiare sul serio. Il suo maestro, che aveva visto il talento ma soprattutto era colpito dalla passione e dalla costanza di quella bambina, alla fine delle elementari parlò ai genitori dell’audizione per entrare alla scuola della Scala. La presero, si trasferì a Milano con la mamma e la sorella e da lì non sarebbe più uscita dal sistema scaligero: appena diplomata, alla fine dell’accademia, entrò nell’organico del corpo di ballo. Poi due anni fa, quando ne aveva solo ventuno, bandirono un concorso da prima ballerina. Alla Scala le prime ballerine sono quattro, ma due avevano lasciato. L’audizione prevede una lezione completa, con virtuosismi e una variazione a scelta. Lei portò proprio il cigno nero di Nureyev e si aggiudicò il posto, bruciando le tappe: in meno di tre anni da aggiunta al corpo di ballo a prima ballerina.

Una crescita straordinaria, fino a questa sosta forzata: «Per dare un senso a questo tempo congelato ho cominciato a fare tutti quei lavori che non posso mai fare: correzione degli errori e di posture sbagliate. Sto focalizzata sul mio corpo, sulla qualità e la pulizia dei gesti. Visto che non posso correre, saltare, allora mi concentro sui dettagli. E poi mi sono messa a migliorare il mio inglese, ad approfondirlo, vedo video di danza, film e sta cambiando il mio rapporto con il tempo, l’intensità. Anche leggere un libro oggi ha un gusto diverso, non lo faccio per distrarmi ma per aggiungere qualcosa che mi mancava. Insomma metto fieno in cascina».

Certo, resta il sogno congelato, quei cigni che continueranno a segnare la rotta: «Il primo “lago” l’ho ballato a 19 anni, era il mio debutto e la versione era quella del coreografo Alexei Ratmansky. Poi l’ho fatto a Parigi, Zurigo, in Russia e nella Repubblica Ceca, in tre coreografie diverse. Ma “Il lago dei cigni” di Nureyev è una grande sfida per le difficoltà tecniche della coreografia, la più difficile e completa, ballarlo è un’emozione grandissima e farlo alla Scala il massimo». Quest’estate sono esattamente trent’anni da quando nel 1990 Nureyev portò per la prima volta i suoi cigni a Milano.

Martina con il fidanzato Marco nella loro casa (foto di Marco Brescia e Rudy Amisano)

Ma ora la domanda che sveglia Martina ogni mattina non è sul giorno in cui si misurerà con il suo sogno ma sui passi per arrivarci: «Quando torneremo? In che modo? Solo a gruppi? Per poche ore? Con una mascherina?». Le stesse domande che tormentano i quattro miliardi di abitanti del pianeta che oggi sono in quarantena e aspettano di ritrovare le loro vite.

Martina ha la fortuna di condividerle con il fidanzato, Marco Agostino, con cui vive da due anni. Anche lui è nel corpo di ballo della Scala, di cui è solista, insieme si sono inventati delle lezioni aperte su Instagram, delle dirette per chi vuole allenarsi tra le mura di casa. Fenomenale è l’idea di usare un asse da stiro al posto della sbarra, un modo molto naturale e semplice di dire che dobbiamo guardare il mondo con occhi diversi. Anche loro si sono messi a cucinare, pur tenendo fede alla dieta ferrea dei ballerini – nella pausa pranzo ci sono sempre verdure crude, noci e frutta secca – ma questo è il tempo di sperimentare: «Il giorno di Pasqua ho pulito la casa e ho provato a fare una cheesecake, devo essere onesta: mi è venuta proprio male».