L'INTERVISTA

Quel che abbiamo imparato dal Medioevo

18 marzo 2020 | diMario Calabresi

Questa epidemia di coronavirus quanto spazio occuperà sui futuri libri di storia: una riga, un paragrafo o un capitolo? Sono andato a chiederlo ad Alessandro Barbero, storico ed esperto di Medioevo che insegna all’Università del Piemonte orientale.

«Dipenderà da quanto cambierà il mondo. I fatti storici, anche se catastrofici, non si misurano solo in termini di vite umane perdute. La Spagnola, l’influenza che nel 1918 ha fatto decine di milioni di morti, occupa meno di un capitolo nei libri di storia. Perché non ha cambiato il mondo: si diffuse alla fine della prima guerra mondiale – c’erano morti dappertutto da anni – e aggiunse solo altra rovina e sofferenza. Oggi non sappiamo se questa epidemia sarà un grande fatto storico o un avvenimento destinato a essere dimenticato dalle future generazioni».

Alessandro Barbero, ritratto di Marta Signori

Ma che cos’è, allora, un fatto storico?
«È quello che stabilisce un prima e un dopo. Se, invece, dopo tre mesi le cose tornano esattamente uguali, allora tutto si ridimensiona e restano solo le vittime e il ricordo di un momento eccezionale. I grandi fatti storici sono quelli che cambiano il mondo. Questa pandemia lo diventerebbe se cambiasse in qualche modo l’evoluzione dei modelli economici e la società».

Famoso per le sue lezioni pubbliche, Barbero è diventato una star dei social, ma non per scelta e indipendentemente dalla sua volontà: le sue conferenze sono tra i podcast più ascoltati, grazie a comuni cittadini che le registrano e le mettono gratuitamente su tutti i canali. «Io non c’entro nulla, ho addirittura chiuso il mio account Facebook perché mi portava via troppo tempo; eppure, un’infinità di gente mi scrive e oggi, grazie alla Rete, ho una popolarità bizzarra e inaspettata soprattutto tra i giovani, che mi fermano per fare i selfie. Pensare che a me piace ancora scrivere sulla carta e tenere un archivio tradizionale».

Vediamo quali potrebbero essere i punti di rottura e di cambiamento capaci di dare a questa pandemia il valore di svolta storica.
«Facciamo degli esempi: se riproponesse, con più forza, il tema del controllo statale nella società; se mettesse in discussione la democrazia liberale o il federalismo e il rapporto tra lo Stato e le Regioni; se cambiasse l’Europa e le sue strutture; insomma, se le conseguenze fossero tali da trasformare le nostre società. Penso all’idea del primato dell’economia: in questi ultimi anni chiudere un ospedale per risparmiare è stato considerato buono e giusto; oggi invece, di colpo, le regole dei conti e dell’economia sono state messe in secondo piano. Si stanno facendo cose che danneggiano i bilanci, ma che sono fondamentali per salvare vite umane. Non sappiamo, però, se questo lascerà un segno o se presto torneremo a ragionare come prima».

Quali sono stati i fatti storici del Novecento che hanno segnato uno spartiacque?
«Sicuramente le due guerre mondiali, la caduta del muro di Berlino con la fine del comunismo e la decolonizzazione, una cosa totalmente dimenticata ma che ha cambiato il mondo nel profondo. Un libro di storia si può fermare al 1914, al 1945 o al 1989. Questo vuol dire che tu puoi fare la storia del mondo fino al 1914, perché poi le cose cambiano completamente e, quindi, puoi dire: il mio libro finisce qui, perché dopo è cambiato tutto e c’è bisogno di un altro libro».

E quali sono le pandemie che nella storia hanno fatto la differenza?
«Di sicuro la peste antonina, l’epidemia che investì l’impero romano ai tempi di Marco Aurelio, nel Terzo Secolo, e che lasciò l’impero stesso svuotato di gente, esponendolo a quei flussi migratori che poi diventeranno le invasioni barbariche. Un’altra epidemia che ha cambiato il corso della storia, nonostante se ne parli poco, è stata quella causata dalle malattie portate in Sudamerica dai conquistadores spagnoli. Con gli europei arrivarono il vaiolo e il morbillo: così, furono cancellate in massa le civiltà precolombiane».

E la peste nera, che occupa il nostro immaginario da quasi sette secoli?
«Anche se ha decimato la popolazione europea, è un fenomeno che non ha avuto ripercussioni dal punto di vista del cambiamento sociale. L’Europa, nel Trecento e nel Quattrocento, ha continuato a crescere sul piano culturale e tecnologico; il Rinascimento è nato da una generazione venuta al mondo con la peste: penso a Donatello, a Masaccio o a Lorenzo Ghiberti. Certo, la peste portò un rimescolamento sociale, una nuova mobilità, nuovi consumi e una crescita del tenore di vita delle popolazioni più povere. Non possiamo tacere che le catastrofi, che lasciano molti vuoti, creano nuove possibilità e trasformazioni».

Alle pandemie abbiamo sempre reagito nello stesso modo?
«Nell’antichità, l’atteggiamento prevalente era il fatalismo. Penso alla peste di Atene dell’epoca di Pericle, raccontata anche da Omero nell’“Iliade”, quando raggiunge il campo degli Achei. Non sapevano spiegarsela, se non come frutto dell’ira degli dei. In confronto, il Medioevo fu molto più concreto. Dopo le invasioni barbariche, la peste sparì per parecchio tempo: la grande crescita medievale che trasforma il mondo dei barbari nel mondo di Dante avviene attraverso secoli, nei quali non ci sono state epidemie. Poi la peste ritornò nel 1348, dall’Asia: nessuno se l’immaginava, nessuno sapeva cosa fare, ma da quel momento in poi divenne una presenza abituale. Gli europei di allora vennero colti di sorpresa come noi adesso. La peste lasciò al Rinascimento una nuova consapevolezza della morte e della fragilità umana, un nuovo rapporto con la fine».

In cosa siamo diversi noi oggi dai nostri avi?
«Oggi è cambiata la velocità di contagio delle epidemie. La peste nera arrivò in Sicilia nel 1347, l’anno dopo arrivò in tutta Italia e nel 1349 in Inghilterra e in Germania; oggi, invece, è questione di settimane. Ma una cosa ci ha riportato indietro nel tempo e ci ha ricordato cos’è la natura: in un’era tecnologica e immateriale siamo tornati a ragionare sugli spostamenti degli esseri umani, sul potere del contagio. Anche se siamo chiusi in casa e comunichiamo con il mondo in modo digitale, la fisicità e il contatto tra i corpi sono al centro dei nostri discorsi e delle nostre preoccupazioni. Sembra di essere tornati alle pagine del Manzoni, con il Griso che sta ben attento a non toccare Don Rodrigo, ma poi per avidità si mette a frugare nelle sue cose in cerca di soldi e viene contagiato».

Come si organizzarono nel Medioevo di fronte all’evento inaspettato?
«Le comunità medievali non avevano cure e allora si organizzarono per provare a reagire e a difendersi. Avevano capito subito che la malattia era contagiosa e cominciarono ad adottare quei comportamenti che noi stiamo ripetendo oggi: far sapere subito cosa stesse accadendo; isolare i malati; chiudere le aree del contagio; non fare i funerali. La quarantena venne inventata dopo la prima grande peste del 1348. Tutti questi protocolli sono arrivati identici fino a noi, come fossero depositati nella nostra memoria e nelle nostre coscienze».

Quante cose accadono oggi che la storia aveva già raccontato?
«Guardo a ciò che sta accadendo in questi giorni e penso, certo, al Manzoni, ma mi viene anche in mente Boccaccio: la peste del 1348 è la cornice del “Decamerone”, in cui si narra di sette donne e tre uomini che fuggono da una Firenze divorata dalla peste, si rifugiano in una casa di campagna e lì si raccontano le storie che compongono il libro. Un po’ come quelli che sono scappati nelle case di vacanza in Liguria o in Sardegna. La storia si ripete, ma non credo che qualcuno oggi produrrà un tale capolavoro…».