LA MOSTRA

Quei 40 anni che cambiarono il mondo

1 aprile 2022 | diMario Calabresi

Nell’esatto momento in cui l’Ottocento diventava Novecento, in quel passaggio di secolo, la Kodak mise sul mercato la prima macchina fotografica economica, era una semplice scatola in cartoncino con una lente e si chiamava “Brownie n.1”. Iniziava così il secolo della fotografia, che è ben descritto dalle frasi che una coppia di artisti e di pionieri pronunciò negli Anni Venti. «Le fotografie sono dentro le nostre vite, come le nostre vite sono nelle fotografie», disse lei, Lucia Schulz Moholy, nata nel 1894 a Praga, mentre lui, Làszlò Moholy-Nagy, nato in Ungheria un anno dopo, fu ancora più definitivo: «Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia sarà l’analfabeta del futuro».

L’allestimento della mostra “Capolavori della fotografia moderna 1900-1940”, CAMERA – Centro per la Fotografia di Torino, visitabile fino al 26 giugno. © Andrea Guermani

Entrambi lavorarono in Europa e poi negli Stati Uniti e furono tra i protagonisti di quei due decenni straordinari per l’arte e la fotografia che furono gli Anni Venti e Trenta. Tra le due guerre mondiali ci furono un fermento incredibile e una sperimentazione continua, cominciata da questa parte dell’Oceano e poi proseguita oltre Atlantico, in quella New York che accolse i giovani intellettuali che fuggivano dai fascismi.
Nel 1977, all’età di 27 anni, un collezionista tedesco di nome Thomas Walther cominciò a raccogliere tutte le immagini che trovava di quell’epoca, mettendo insieme un’incredibile collezione che pochi anni fa ha ceduto al Museum of Modern Art di New York. Duecentotrenta di quegli scatti sono arrivati a Torino – che è anche la città dove si tenne la prima mostra di arte fotografica italiana nel 1902 – e hanno dato vita ad una mostra che si tiene a Camera, Centro Italiano per la Fotografia.

Umbo (Otto Umbehr)-Mystery of the Street 1928 © Otto Umbehr, by SIAE 2021 © 2021 Umbo / Gallery Kicken Berlin / Phyllis Umbehr / VG Bild-Kunst, Bonn Digital Image © 2021 The Museum of Modern Art, New York
Kate Steinitz-Backstroke 1930. © The Steinitz-Berg Family Art Collection, 1930 Digital Image © 2021 The Museum of Modern Art, New York

La mostra è un affascinante viaggio nel tempo, nelle trasformazioni, nei giochi fatti con le ombre, nelle sperimentazioni surrealiste e futuriste. Si sente l’energia della novità e la ricerca di una strada che porterà la fotografia a quella centralità che ha conquistato nel corso del Novecento. 
Ci sono le foto più famose di autori e autrici come Alfred Stieglitz, Berenice Abbott, André Kertész, Tina Modotti, August Sander e Henri Cartier-Bresson, ma anche le testimonianze delle principali avanguardie artistiche della prima metà del Novecento negli scatti di oltre un centinaio di artisti del tempo. È un percorso che si intreccia con i libri e i film del tempo e che non può staccarsi dagli avvenimenti storici che segnarono quella generazione.

André Kertész-Fork 1928. © Estate of André Kertész Digital Image © 2021 The Museum of Modern Art, New York
John Gutmann-Class 1935. Digital Image © 2022 The Museum of Modern Art, New York/Scala, Firenze

Però la storia non era solo fatta dal sorgere dei nazionalismi, dai nuovi venti di guerra, dalle persecuzioni razziali, ma anche dalle innovazioni che avrebbero ridotto gli spazi e cambiato le relazioni tra le persone. Pensate all’arrivo delle automobili, degli aerei, ai treni che accorciavano le distanze, ai transatlantici, alla radio, al telegrafo e appunto al cinema e alla fotografia (nel 1925 arriva sul mercato la prima Leica portatile) che prendevano piede. Arrivarono le riviste illustrate, accelerò la circolazione delle idee e delle immagini e cambiò il panorama culturale internazionale, adeguandosi al ritmo della vita urbana moderna.
Una mostra che colpisce per la sua energia, anche per un certo ottimismo che riempiva il lavoro di quei primi fotografi, forse ignari che quei due decenni si sarebbero conclusi con la più terribile delle guerre. Ma di quello sguardo curioso, quasi naif, vale la pena portarsene a casa un pezzo.