IL PODCAST

Quarant’anni di passione

17 giugno 2022 | diMarco Damilano*

Il primo ricordo è una pioggia di simboli, come nella canzone di Rino Gaetano: Picci-psi-pli-pri-dc-dc… Mi colpivano l’edera, la bandiera tricolore, la falce e il martello, la rosa nel pugno, il garofano ancora non c’era, arrivò qualche anno dopo e fu il primo indizio che tutto sarebbe cambiato. La scoperta dei partiti procedeva per me di pari passo con quella delle squadre di calcio di serie A con le figurine Panini. Le elezioni come il campionato, un torneo colorato, con i campanili, i campioni (mai un solo capitano, la politica come il calcio era un gioco di gruppo), i derby (a sinistra PCI-PSI e le neo-promosse PDUP e DP, i laici PRI-PLI), gli outsider (il Partito Radicale), la squadra da battere (la DC come la Juventus, le signore d’Italia, inaffondabili per i seguaci, truffaldine per gli avversari). E i giornalisti tifosi.

Il tesserino del 15enne Marco Damilano e di suo padre Andrea al 16° Congresso Nazionale della Democrazia Cristiana

Il primo incontro con il campionato elettorale avvenne a metà degli anni Settanta, in quelle storiche elezioni del 21 giugno 1976 in cui il PCI di Enrico Berlinguer doveva superare la DC. A casa il voto era un rito familiare. Era una domenica d’estate, si votava con il caldo e le scuole chiuse, anche per questo era un giorno di festa. Si andava tutti insieme, papà, mamma e noi tre bambini che non entravamo nel seggio. Votavano tutti, gli zii, i nonni, i vicini di casa, gli amici. Le telefonate della mattina: hai già votato? A che ora voti? Per chi voti non si chiedeva mai, si sapeva già, le appartenenze erano quelle di sempre. La sera papà andava a lavorare, riemergeva un paio di giorni dopo. 

Mio papà Andrea faceva un mestiere particolare, era giornalista, anzi, giornalista Rai come diceva lui, nella redazione del giornale radio, sede in via del Babuino, alle pendici del Pincio, affaccio su Piazza del Popolo, il posto più bello di Roma, oggi il palazzo è il lussuoso Hotel de Russie dove si danno appuntamento dive, calciatori, politici e lobbisti. Papà portava a casa tutti i giornali, a pacchi, a pile. La domenica elettorale i quotidiani di partito – il Popolo, l’Unità, l’Avanti, la Voce Repubblicana – strillavano l’ultimo appello al voto, con il simbolo grande in prima pagina.

Seguivano, il lunedì pomeriggio, gli speciali dei due canali Rai, il Tg1 democristiano e il Tg2 laico-socialista. Programmazione normale azzerata, via i cartoni e i telefilm, solo politica. Le proiezioni elettorali che arrivavano con una lentezza esasperante dalla Doxa di Milano. La lettura dei risultati di tutte le circoscrizioni elettorali per la Camera: Benevento-Avellino-Salerno, Milano-Pavia, Perugia-Terni-Rieti, meglio di un corso di geografia. Nel 1983 si votò il 26 giugno, per la prima volta la DC di Ciriaco De Mita affondò, nello studio del Tg1 c’era un’aria da tragedia, conduceva Bruno Vespa, a leggere le agenzie Enrico Mentana, l’unico felice era il comico in studio, Beppe Grillo.

Ex Voto”, il nuovo podcast di Marco Damilano, prodotto da Chora Media, che ci accompagnerà fino alle elezioni politiche del 2023

Qualche mese dopo, seguii per la prima volta in una sala stampa un grande evento politico, il congresso della DC dove De Mita doveva difendere la sua leadership dopo la sconfitta. Avevo 15 anni. Conservo ancora il prezioso accredito stampa con quello di mio papà. Per ritirarlo bisognava andare con due settimane di anticipo in Piazza del Gesù, la sede del partito, al pian terreno si faceva la foto da mettere sul cartellino di riconoscimento. Per motivi di sicurezza, c’era ancora il terrorismo, ma anche perché la DC era il partito-Stato e il congresso che redistribuiva pesi e poteri di governo e di sottogoverno equivaleva alle elezioni. In fila per fare la foto, dietro di me c’era il corrispondente di Le Monde Philippe Pons, reduce da una dura polemica con il Presidente del Consiglio Bettino Craxi che lo aveva invitato a tornarsene al suo Paese. 

Di quelle giornate ricordo la corsa dopo scuola verso l’Eur, mi veniva a prendere papà in macchina, le luci del Palasport, i discorsi interminabili (De Mita parlò cinque ore con una interruzione di dieci minuti), l’eccitazione in sala stampa per le notizie che arrivavano dal retropalco, la notte finale con la sospensione dei lavori in attesa dell’accordo che non arrivava mai, la rissa tra i delegati, tra i demitiani e quelli della CISL che difendevano Franco Marini. E Giampaolo Pansa con il binocolo e il quaderno con i fogli a buchi, io che sognavo un giorno di fare il suo stesso mestiere, il giornalista politico.

Un giorno quei simboli sono spariti. Le domande sono cambiate: non più quando voti, ma per chi voti, e poi, soprattutto, se vai ancora a votare. I cartellini dei congressi sono diventati fragili e biodegradabili, come gli eventi che andiamo a raccontare. In tv dell’antico rito collettivo resta la Maratona Mentana, a registrare nascite e cadute di leader e di partiti come meteore. La domenica non è più un giorno di festa e di sole, a volte si è votato di inverno. E se in estate, si corre al mare, senza fermate intermedie, alle urne.

*Marco Damilano è nato a Roma. Giornalista, inviato di politica, dal 2017 al 2022 è stato direttore dell’Espresso. È commentatore e opinionista televisivo, fa parte fin dall’inizio della squadra di Gazebo (Rai3) e Propaganda Live (La7). Ha scritto numerosi libri, tra questi Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia (Feltrinelli, 2018). Nel 2022 ha realizzato “Romanzo Quirinale“, il suo primo podcast per Chora Media, che racconta le stagioni più misteriose della storia d’Italia prendendo spunto dalle elezioni dei suoi Presidenti della Repubblica.