IL PODCAST

Pronto? Sono l’Europa

10 dicembre 2021 | diMario Calabresi

Antonio era in vacanza a Ischia quando arrivò la telefonata, lo invitavano al Parlamento europeo per ascoltare la sua opinione sul futuro dell’Europa. Lui era un po’ stupito, ma la reazione della moglie e della figlia fu invece senza dubbi: «Proprio a te? Ma se nemmeno il condominio ti chiama per chiedere un parere… figurati se l’Europa adesso vuole ascoltare le persone, sta’ sicuro che prima o dopo ti chiederanno di acquistare qualche cosa». Due mesi dopo Antonio Sellerino, 70 anni, napoletano del Vomero, ingegnere in pensione, cominciava il suo viaggio dentro le istituzioni europee arrivando a Strasburgo. Ora andrà a Dublino, da settimane discute di immigrazione e di integrazione, e nessuno gli ha chiesto di comprare un set di pentole, un televisore e nemmeno di mettere in gioco qualcosa di diverso dalle sue idee.

“Laura alla scoperta dell’Europa” è la prima puntata del podcast “Storie d’Europa” online da oggi

Antonio è uno degli ottocento cittadini europei chiamati a partecipare alla Conferenza sul futuro dell’Europa, divisi in quattro panel dovranno mettere a punto proposte innovative da discutere nella sessione plenaria di primavera insieme ai rappresentanti del Parlamento europeo, del Consiglio, della Commissione e dei parlamenti nazionali. Questi ottocento cittadini, un terzo dei quali sono giovani di età compresa tra i 16 e i 25 anni per dare più voce agli europei di domani, sono stati scelti in modo casuale ma rappresentativo del peso demografico di ognuno di 27 Paesi membri, della provenienza geografica, del genere, del contesto socioeconomico e del livello di istruzione, per prendere parte a questo esperimento di democrazia diretta senza precedenti. 
Gli italiani sono ottanta e alla storia di otto di loro è dedicato il podcastStorie d’Europa”, scritto con Francesca Abruzzese, che esce da oggi a venerdì prossimo. Laura Cinquini ha 22 anni e non era mai stata fuori dai confini dell’Italia da sola, quando è suonato il telefono di casa ha risposto lei, ma la chiamata era per suo padre che era appena uscito. Quando è tornato a casa l’ha vista talmente curiosa che le ha ceduto il posto. La prima sera al ristorante dell’hotel di Strasburgo ha fatto amicizia con un ragazzo bulgaro, una ragazza tedesca, un’ungherese e un belga e insieme sono andati a vedere la città di notte, poi si sono fermati in un bar a parlare dei loro Paesi e dei loro sogni. Il giorno dopo hanno preso la parola nell’Aula del Parlamento.

Strasburgo di notte con una veduta della Cattedrale di Notre Dame (© Francesca Abruzzese)

Paolo Mauro ha solo 17 anni, studia in un liceo scientifico di Cosenza, pensava di essere il più giovane poi ha conosciuto una ragazza greca di 15 anni e subito dopo uno scozzese di 80. Non ha creduto al viaggio a Strasburgo finché non sono arrivati i biglietti aerei per lui e per la madre che lo ha accompagnato perché minorenne. Racconta che i suoi compagni di classe ancora non ci credono. È il più entusiasta ed emozionato, oggi è uno studente ma da grande vuole fare il professore di fisica e sente che la sua missione è quella di mettere al centro la scuola e l’istruzione.   
Lucia Balirano è fiorentina, lavora come contabile in un’azienda che si occupa di energie rinnovabili, ma nel suo viaggio europeo, cominciato a Strasburgo e che si concluderà con un panel a Dublino, si sente in particolar modo una mamma che vuole lasciare ai suoi figli, di 13 e 17 anni, un’Europa migliore: «Loro si sentono europei, per me è la prima volta che accade davvero».
Andrea Cavina è bolognese e ha 30 anni, appartiene alla generazione Erasmus, ha studiato a Barcellona e Berlino, ed è uno di quei giovani che sentono l’Europa come la loro casa. Dopo due anni di pandemia che hanno fermato viaggi e scambi è stato felice di tornare a respirare un’aria di incontri internazionali e racconta: «C’è una parola tedesca che è bellissima, si dice “ferve” ed è la nostalgia di un posto in cui non sei mai stato o di un posto lontano. Per me è la sensazione di sentirsi a casa quando si è lontani da casa e questo è l’effetto che mi fa l’Europa».

Laura Cinquini durante la plenaria di apertura del quarto panel della Conferenza sul futuro dell’Europa, sede di Strasburgo del Parlamento Europeo (© Francesca Abruzzese)

Francesco Dibitetto ha 69 anni è pugliese, da quarant’anni a Milano, ha cominciato lavorando negli alberghi poi ha fatto carriera nella gestione turistica, parla inglese, francese e tedesco e la sua fissazione è – parafrasando Massimo D’Azeglio – che fatta l’Europa bisogna fare gli europei, cioè creare coesione e sentimenti comuni.
Marco Sponticcia ha 20 anni, studia economia ad Ancona e si definisce un grande appassionato di politica, ha le idee chiare sull’Europa che va vista «non come un’istituzione astratta bensì come un qualcosa di concreto che ci aiuti nella vita di tutti i giorni e che ci permetta di affrontare grandi sfide come il cambiamento climatico».
Poi c’è Graziella Alma, nata in Germania da genitori emigrati e poi tornata a Caltagirone in Sicilia dove vive. A Strasburgo, dove ha discusso di discriminazione e parità di genere, dice di aver riscoperto l’orgoglio di essere una cittadina europea e il desiderio di sentire la politica più vicina alle cose di tutti i giorni.

I partecipanti alla Conferenza sul futuro dell’Europa all’interno della sede di Strasburgo del Parlamento Europeo (© European Union 2021)

Infine, torniamo da Antonio, che ha sempre viaggiato tantissimo per l’Europa con il camper – «Partivamo da Napoli e ci dirigevamo verso nord senza una meta precisa, arrivando fino a Londra» – ma che da tempo sentiva perplessità e scetticismo verso il progetto comunitario. «Al di là della lingua io riesco a comprendere le difficoltà delle persone a sentirsi pienamente cittadini europei. Se facessimo una fotografia oggi dell’Unione europea e la mostrassimo a qualcuno che non ha visto né il passato né si pone il problema del futuro, allora direbbe che è un fallimento. Ma se noi invece guardiamo da dove siamo partiti a dove speriamo di andare, allora possiamo dire che siamo a un passaggio fondamentale. La pandemia poi è stato un elemento determinante perché ha tolto i vecchi schemi economici dell’Europa e i numeri di Maastricht, a partire da quel tre per cento che non si poteva superare. Proprio la lotta alla pandemia ha fatto in modo che l’Unione Europea dimostrasse il meglio di sé: abbiamo dato un esempio nel mondo sulla lotta alla pandemia e sulle vaccinazioni. Si è finalmente capito che se ne esce solo tutti insieme».
Antonio alla fine rivela anche la sua grande passione: il presepe. «Da buon napoletano però io non lo faccio comprando i pezzi e mettendoli in fila. Il presepe lo faccio io dalla A alla Z, tipo Eduardo De Filippo, parto dal legno e lo costruisco ogni anno da zero, un grande presepe di tre metri per due. Poi puntualmente a gennaio lo distruggo, perché non so dove metterlo. Ma l’importante è che la tradizione si rinnovi sempre».