LE IMMAGINI

Portare la croce, casa per casa

7 aprile 2020 | diMario Calabresi

La Domenica delle palme delle chiese vuote, dei ramoscelli d’ulivo mai scambiati, delle benedizioni mancate. La Domenica delle palme di un mondo chiuso in casa tra paure, disagio e sofferenza. In mezzo alla strada, tra i caseggiati popolari, c’è solo un uomo in scarpe da tennis che si è messo sulle spalle una croce di legno, ha un ramo d’ulivo in mano e una brocca d’acqua. Sa che nel suo quartiere «la fatica di vivere è triplicata» e vuole mandare un solo messaggio chiaro: «Non siete soli, potete chiedere aiuto». Quell’uomo si chiama don Cristiano Marcucci, ha 48 anni, è da due anni e mezzo il parroco della parrocchia della Visitazione di Maria, nel quartiere Zanni di Pescara. Ottomila abitanti, tutte case popolari, «quartiere complicato ma molto dignitoso, di gente che combatte ogni giorno».

Don Cristiano Marcucci celebra la Domenica delle palme in strada, nel quartiere Zanni di Pescara (foto di Stefano Schirato per Altre/Storie)

Quando ho visto la potenza del gesto, nelle foto che ha scattato Stefano Schirato, ho cercato don Cristiano, per farmi spiegare come è nato: «In questo tempo di Covid-19, in queste settimane che sembrano già un’era per quanto hanno cambiato le cose, ho visto la povertà crescere, la fatica di vivere diventare fatica di sopravvivere. È un quartiere abitato da persone che hanno i banchi nei mercati, da ambulanti, badanti, donne che lavorano nelle pulizie, piccoli artigiani, un mondo di lavori saltuari e sommersi. Ho visto moltiplicarsi le richieste di assistenza. La Caritas parrocchiale aiutava un gran numero di famiglie ma le domande sono raddoppiate solo negli ultimi 15 giorni. Ho immaginato che le persone facessero fatica a venire in parrocchia a chiedere aiuto, non è facile per la dignità, non è facile se non si è già abituali frequentatori della messa, ho immaginato che anche chi stava male e non aveva soldi per fare la spesa pensasse: “Come faccio ad andare dal parroco proprio adesso, non mi sono mai fatto vedere ed entro in chiesa adesso per chiedere il pacco con il cibo?” Allora mi sono collegato a una associazione laica che fa volontariato sul territorio, che solitamente si occupa di attività educative, di giochi per i bambini e di socialità per gli anziani e insieme abbiamo portato un messaggio di aiuto per i bisognosi, tutti i bisognosi».

«Poi è arrivata la Domenica delle palme, con le chiese vuote, con l’impossibilità di scambiarsi un gesto di pace, di fare la processione e di benedire i ramoscelli d’ulivo. Ma cogliendo la fatica ho pensato che fosse importante mandare un segnale forte di amore e di attenzione e tendere la mano alla comunità. Così sono uscito con il crocefisso di legno, il ramoscello d’ulivo e la brocca d’acqua e ho cominciato a camminare nel quartiere. La risposta è stata potentissima, quando mi hanno visto e sentito le persone hanno cominciato a venire alle finestre, a uscire sui balconi, mi sono fermato per un momento di preghiera collettiva e di benedizione di fronte a ogni portone, una processione lentissima che è durata molte ore. Ho visto uomini adulti e anziani che piangevano e facevano il gesto dell’abbraccio, ho sentito la fatica della solitudine, della paura, della sofferenza, della precarietà di vite travolte».

Altre immagini della processione di don Cristiano (foto di Stefano Schirato per Altre/Storie)

Don Cristiano aveva avvisato il suo vescovo e aveva chiesto il permesso al comandante dei vigili urbani, voleva evitare polemiche, ma era cosciente che tutti avrebbero capito la necessità di questa testimonianza. Il suo gesto ha subito fatto il giro della città e Stefano Schirato, fotografo con sensibilità particolare per le storie degli ultimi, è corso a documentare questa processione solitaria e mi ha raccontato l’eccezionalità di questo prete che lui conosce da molti anni: «Un uomo fuori dal comune, che usa ogni strumento per parlare alla sua comunità, dalle tecnologie – con l’uso di YouTube e i file audio su WhatsApp – al megafono in mezzo alla strada. Ha un credo fondamentale ed è quello di non escludere ed emarginare mai nessuno, ma andare a raccogliere chi finisce fuori, per questo fu il primo a creare gruppi per divorziati e risposati nella sua parrocchia e lo fece con Ratzinger come papa».

La sensibilità di don Cristiano verso la fatica del vivere è scritta nella sua biografia, nella dignità dell’esistenza: «Mia madre, che non c’è più da cinque anni, faceva la pasta all’uovo, papà, che oggi ha 82 anni, era sarto. La mia famiglia faceva fatica, so cosa stanno provando in molti oggi e cosa vuole dire non aver da mangiare per i figli. Ricordo quando ero bambino e mia madre cucinava una fettina che poi divideva tra me e mio fratello. Per loro non c’era mai la carne». Ma non è solo una questione di cibo e di bollette che non si riescono a pagare: «È un tempo doloroso, in cui si muore soli, in cui non si celebrano i funerali, in cui non esiste il conforto dei malati, l’estrema unzione, è una situazione di tristezza infinita. Erano riti considerati scontati e perfino superati, ma quando non ci sono più ci si rende conto del loro valore. In queste settimane ho benedetto 15 salme in mezzo alla strada di fronte al cimitero, perché nemmeno i parenti più stretti ci possono entrare, e ho sentito la mancanza infinita dell’ultimo saluto. Un vuoto e una ferita che la nostra società si porterà dietro a lungo».

Don Cristiano da anni lavora per ricucire le ferite e gli strappi della società, che questo funzioni lo racconta il fatto che alle sue messe ci si debba portare la sedia da casa tanto sono affollate. Ma questa volta bisognava davvero andare casa per casa, stare nella strada e da lì mandare una voce. «Ho sentito anche che il messaggio di aiuto è stato recepito e apprezzato, non mi aspettavo una risposta così potente e partecipata. È stata la Domenica delle palme più bella e intensa della mia vita».