LA STORIA

Ötzi, trent’anni dopo: un cold case irrisolto

10 settembre 2021 | diCesare Martinetti*

“È così umano, così naturale, non era preparato alla fine, è stato strappato con violenza alla vita, non aveva nemmeno digerito il suo ultimo pasto a base di carne di cervo e stambecco, è stato colpito alla schiena ed è morto dissanguato. Non era al sicuro, poche ore prima aveva avuto una lite violenta che sulla mano destra gli aveva lasciato una ferita profonda.” 
L’archeologo Andreas Putzer parla di Ötzi come di un vecchio amico che non ha ancora raccontato per intero la sua storia perché tuttora non si sa cosa sia successo quel giorno dell’inizio dell’estate di 5.300 anni fa, al passaggio del Giogo di Tisa, sotto la Punta di Finale, Val Senales, a 3210 metri di altitudine, a 190 metri dal confine tra Tirolo e Sud Tirolo, tra Italia e Austria. Un agguato, l’epilogo di uno scontro tribale o un omicidio su commissione…

Le analisi su Ötzi, la mummia del Similaun © Museo Archeologico dell’Alto Adige/EURAC/Samadelli/Staschitz

Il killer se n’è andato di fretta, lasciando il suo bersaglio agonizzante sul terreno insieme alle sue cose – anche di valore – sparse tutte intorno, dove la nebbia, la neve, il ghiaccio, l’hanno sigillato per cinquantatré secoli nella crime scene più antica e irrisolta della storia. 
Fino al 19 settembre 1991, quando Erika e Helmut Simon, una coppia di appassionati escursionisti di Norimberga, hanno visto la nuca e le spalle di un corpo affiorare dalla neve. Si pensò a un alpinista solitario disperso o alla vittima di un delitto dimenticato. Polizia austriaca e carabinieri arrivarono sul posto, un medico legale fece i primi accertamenti, il corpo venne portato a Innsbruck in un sacco nero, poi deposto una cassa di legno grezzo, proprio come si sarebbe fatto con le spoglie di un assassinato senza nome. 
La cronaca di quei giorni racconta poi che “per caso”, poco prima che il corpo venisse liberato dal ghiaccio, si trovò a passare Reinhold Messner insieme all’amico Hans Kammerlander. I due più noti alpinisti altoatesini furono tra i primi a capire che si trattava di una delle più sensazionali scoperte sulla storia dell’uomo: “Viene dal passato e ci porta nel futuro”, disse Messner con brillante sintesi. Non tutti compresero che il primo messaggio di quel 19 settembre era l’annuncio di un fenomeno che stava cambiando il profilo delle montagne e della nostra vita. 
I ghiacci si scioglievano liberando fantasmi e disegnando fondali mai visti prima. A distanza di appena tre decenni, il luogo del ritrovamento appare oggi immerso in un grigio scenario lunare, sassi su sassi, aridi e spettrali, la piccola piramide di pietra messa a ricordo e sormontata da un giroscopio metallico assomiglia a un reperto di altri mondi precipitato a rivelare un angolo del pianeta fuori dal tempo.

Andreas Putzer, archeologo, conservatore e curatore di Ötzi © Museo Archeologico dell’Alto Adige

Trent’anni dopo la scoperta, cosa sappiamo di quell’uomo? Ce lo racconta Andreas Putzer, 51 anni, che ne è il conservatore e curatore. Dal 1998 vive, studia e lavora accanto a Ötzi, com’è poi stato ufficialmente battezzato quel corpo, in omaggio alla Ötztal, la valle dove fu trovato. È l’archeologo dello staff del piccolo Museo di Bolzano (tutti i dettagli e visita virtuale in www.iceman.it) dove giusto nell’anno prima del Covid era stato registrato il record di trecentomila visitatori. “Ötzi è con Messner il sudtirolese più famoso nel mondo”, mi dice Putzer sorridendo. Andreas, ha studiato l’uomo e in particolare le sue cose che hanno parlato per lui, un ricco repertorio di oggetti che insieme alle analisi biologiche e genetiche su un corpo praticamente intatto, hanno permesso di ricostruire i movimenti, le abitudini, lo stile di vita. 

Ötzi aveva 45 anni, era dunque un vecchietto se si considera che all’epoca – l’età del rame – gli esseri umani vivevano mediamente 36 anni. Era alto circa un metro e 60, pesava 50 kilogrammi, portava i segni dell’età (artrosi a gambe e schiena) e di un certo stress; ma il fisico era asciutto, allenato, i muscoli delle gambe evoluti, un camminatore. Aveva occhi marroni e capelli scuri di media lunghezza che portava sciolti. Gruppo sanguigno 0.  
Era nato e cresciuto nella vicina valle dell’Isarco, come certificano le analisi sui denti che portano inconfondibili le impronte dell’acqua che si beve nell’infanzia. 
Era in buona salute. Sulla pelle aveva 61 tatuaggi che negli anni hanno costituito un suggestivo rompicapo, si è pensato a decorazioni rituali, gli è stata attribuita un’identità da sciamano o stregone itinerante e solitario. La spiegazione che se ne dà oggi è meno fantasiosa ma ugualmente interessante. I segni sono stati realizzati strofinando polvere di carbone di legna su incisioni cutanee in punti del corpo che corrispondono alle linee sulle quali viene praticata l’agopuntura. Potrebbero dunque essere le tracce di una terapia antidolore. 

La piramide commemorativa sul luogo del ritrovamento di Ötzi © Museo Archeologico dell’Alto Adige/Dario Frasson

Ma cosa ci faceva lassù Ötzi? «Questo non lo sappiamo – ci dice Putzer – possiamo ipotizzare che fosse a caccia o in transito. Là non c’erano insediamenti, ce n’erano a fondo valle, in val Venosta dove stiamo lavorando per portare alla luce i villaggi. Comunque Ötzi era attrezzato per stare in altitudine, aveva indumenti, pantaloni, mantella, scarpe». Tutto confezionato in pelle, pelliccia, erbe intrecciate e cucito con tendini animali, fili d’erba, rafia. Non aveva tessuti, ma un cappellino a forma di calotta in pelliccia di orso. 
«Tra le armi e gli strumenti – racconta Putzer – l’oggetto di maggior valore è un’ascia in rame proveniente da una miniera toscana. È lavorata finemente, è perfettamente conservata ed è la più antica che si conosca al mondo». Utensile e insieme arma, quell’ascia così preziosa è un elemento importante del giallo: perché l’assassino non l’ha presa con sé? 
Cos’è accaduto lassù? Putzer pensa che Ötzi sia stato colpito da lontano: «Aveva partecipato a un combattimento, si era difeso, come dimostra la ferita alla mano vecchia di due giorni. Il punto in cui è stato trovato è uno spazio appartato, aveva mangiato da poco quando è stato colpito». 

È morto dissanguato, la punta in selce di una freccia era conficcata all’altezza dell’arteria succlavia, nella spalla sinistra. Non s’è trovata l’asta della freccia, forse se l’era strappata lui stesso o lo avevano fatto i suoi assassini. È un altro elemento del giallo. Ma sappiamo esattamente com’era fatta perché accanto a Ötzi è stata trovata una faretra in pelle di capriolo con quattordici frecce in legno di viburno e corniolo, due con la punta innestata e le piumette stabilizzatrici attaccate in coda, dunque pronte all’uso. Ötzi stesso aveva con sé un arco decorato e sagomato, ma non ancora finito, in legno di tasso lungo 182 centimetri. Nella faretra c’era anche un cordino di due metri in fibra di tiglio. Gli studiosi di Bolzano hanno ricostruito un arco con gli stessi materiali e dimostrato che si potevano scagliare frecce in grado di uccidere uomini e animali anche a 50 metri.

La ricostruzione dell’Uomo venuto dal ghiaccio © Museo Archeologico dell’Alto Adige

Altre mummie antiche quanto Ötzi sono state scoperte in Siberia e in Perù ma si tratta di corpi che erano stati preparati e trattati per il rito funebre. L’unicità dell’uomo del Similaun è quella di essere arrivato ai nostri giorni ibernato com’era al momento della morte, trapassato direttamente dalla vita alla posterità. Una “mummia umida”, la definisce tecnicamente Putzer. Intorno alla quale si sono poi costruite infinite narrazioni e una leggenda nera, nata nel 2004 dalla drammatica fine di Helmut Simon l’uomo che l’aveva scoperto, disperso e ritrovato otto giorni dopo, cadavere, in un canalone sulle montagne austriache dov’è precipitato nel corso di una gita solitaria.  
Ma cosa ci può ancora dire quel corpicino rattrappito che oggi pesa appena 13 kg? «A questa domanda risponderanno nuove tecniche di analisi – ci dice Putzer -. Per Ötzi si sta preparando un museo più grande. Noi adesso stiamo lavorando sul mondo a valle. Scaviamo, scaviamo, ma avremmo bisogno di più fondi…». La ricostruzione della vita quotidiana di Ötzi vale la spesa per capire meglio chi siamo. Anche se – ovviamente – non c’è nessuna speranza di trovare il suo assassino. Un cold case destinato a rimanere tale. 

*Cesare Martinetti (Torino, 1954), giornalista dal 1976: “Gazzetta del Popolo”, Ansa, “la Repubblica”. A “La Stampa” dal 1986. Inviato, corrispondente da Mosca, Bruxelles e Parigi, vicedirettore. Due libri, “Il padrino di Mosca” (1995) e “L’autunno francese” (2007), entrambi editi da Feltrinelli.