IL PODCAST

Nembro, la resistenza e la rinascita

26 febbraio 2021 | diMario Calabresi

Siamo persone migliori di quelle che eravamo un anno fa? Durante quelle lunghe settimane silenziose del lockdown di marzo e aprile si era diffusa la convinzione che quell’esperienza ci avrebbe reso più sensibili, più rispettosi degli altri, più attenti. Anche io ne ero convinto, oggi lo sono meno. Però c’è un posto dove questo è accaduto: a Nembro, in Lombardia, alle porte della Val Seriana. In quello che è stato il paese più colpito dal virus, dove in otto settimane sono morte 188 persone, una vittima ogni 61 abitanti.

Esce oggi la quarta puntata della mia serie podcast Altre/Storie, prodotta da Chora Media e intitolata “Nembro: storie di resistenza”. Potete ascoltarla cliccando qui o sulla copertina

Ho scoperto Nembro all’inizio di marzo del 2020, quando vi raccontai la storia di don Matteo, il giovane sacerdote che, dopo aver celebrato quattro funerali in un solo giorno, decise di legare le campane affinché non suonassero più a morto, per risparmiare l’angoscia di quei rintocchi alle famiglie chiuse in casa. Da allora sono tornato molte volte nel paese, ci sono arrivato perfino in bicicletta partendo da Torino. In ognuna delle mie visite ho raccolto voci e racconti che si sono trasformati in questo podcast che narra la capacità di una comunità di rimettersi in piedi e di non perdere la voglia di vivere.

Nembro, giugno 2020. Da sinistra: io, Sabrina Tinelli (che ha curato il podcast per Chora Media), don Matteo Cella e il sindaco Claudio Cancelli

L’ultima persona che ho incontrato in questo viaggio lungo un anno è stata Stefania Bonomi, psicologa di Nembro specializzata in grandi traumi, che ha fatto diverse esperienze con i bambini siriani dei campi profughi di Turchia e Giordania, in gran parte orfani di Aleppo, ma mai avrebbe immaginato di dover curare i traumi dei suoi vicini. «Ho vissuto il lockdown, così come tutti i nembresi, chiusa in casa e riconoscendo alcune sensazioni, alcune emozioni che ho vissuto anni prima in territorio siriano, nei campi profughi, con le bombe che risuonavano a poca distanza. Una sensazione di pericolo, una sensazione di difficoltà e di incertezza totale».

Stefania lavora come volontaria con l’Associazione “Insieme per mano onlus”, con loro aveva portato avanti un progetto di elaborazione del trauma nei campi al confine con la Siria. Si era dedicata a gruppi di bambini che avevano perso i genitori durante la guerra. «Lo abbiamo fatto con il disegno. E, attraverso i disegni, i bambini sono andati a ripulire la loro mente di queste immagini terribili fino a ricordare gli eventi buoni, importanti e gioiosi della loro vita con i loro genitori, in un lavoro di elaborazione del ricordo traumatico».

Dall’alto: Stefania Bonomi, psicologa e volontaria dell’Associazione “Insieme per mano onlus”, con i bambini coinvolti nel progetto di elaborazione del trauma nei campi profughi al confine con la Siria; alcuni dei disegni con cui i piccoli hanno cercato di rielaborare lo shock della guerra

Le chiedo come abbia pensato di fare questo stesso lavoro nella sua comunità. «Ho subito percepito che si trattava di un trauma collettivo, di una catastrofe collettiva, che avrebbe lasciato delle ferite profonde, delle fratture profonde nella psiche dei cittadini di Nembro. Abbiamo avuto famiglie che hanno perso più persone al loro interno. E proprio per come è avvenuto, cioè in maniera così improvvisa. Tutti raccontano la scena in cui il familiare viene portato via e non torna più e non è più possibile dargli un saluto. Questo ha reso ancora più grave e importante lo shock nelle persone. È un trauma che in termini psicologici viene definito Trauma con la T maiuscola. Proprio perché coinvolge l’incolumità, riguarda l’incolumità fisica delle persone o dei familiari».

Così fa disegnare anche i ragazzi, gli adulti e gli anziani di Nembro. «Sì, proprio così: abbiamo dato loro un foglio sul quale scrivere delle parole o rappresentare con un disegno, con un’immagine, un simbolo, ciò che loro hanno vissuto. Da lì è partito, per ciascuno di loro, un racconto interiore». La terapia portata avanti da Stefania lavora su piccoli gruppi di 8-10 persone, per aiutarle a parlare, ad esprimersi e a ricordare in un luogo protetto, sostenuti dai terapeuti e dalle persone amiche.

«Le immagini più crude sono state quelle relative alla partenza del proprio caro, al ritiro degli effetti personali, all’andare in camera mortuaria e trovarlo ormai chiuso in un sacco. In molti casi non essere sicuri che sia il proprio caro. Inoltre, per qualcuno di loro, sto pensando a un’infermiera che ha curato la madre a casa, c’è il senso di colpa per l’idea che magari altrove si sarebbe salvata. Da lì il trauma, proprio, la ferita». Il Comune si è associato al progetto e ha deciso di offrirlo a chiunque abbia avuto un lutto.

Io e la dottoressa Stefania Bonomi durante la registrazione del podcast

Le faccio un’ultima domanda. Come sta Nembro oggi? «Nembro è un paese ancora ferito ma pieno di dignità e di voglia di ripartire. Io credo che ci siano alcuni elementi che caratterizzano questa popolazione. Il primo è il grande senso di solidarietà che c’è, e poi la voglia di ritornare alla vita. Penso che i giovani rappresentino una risorsa straordinaria e credo che è da lì che arriverà la gioia e la spinta più importante. Noi come associazione, come gruppo di psicoterapeuti che si sono messi a disposizione gratuitamente per la cittadinanza, vogliamo mettere un seme, un seme di rinascita. E penso che Nembro possa essere un esempio un po’ per tutta la comunità, anche nazionale e internazionale. Proprio qui, dove si è vissuto un dramma terribile, si può rinascere. E possiamo rinascere anche migliori».