IL CASO

Nello spirito del Maestro

17 aprile 2020 | diMario Calabresi

Mille metri separano l’inferno dal paradiso. Una linea retta che si percorre in dodici minuti a piedi. Da un lato ci sono i 143 morti del Pio Albergo Trivulzio, dall’altro i salvati della Casa di riposo per musicisti Giuseppe Verdi. Inferno e paradiso abitano nella stessa città, Milano, a poca distanza. A decidere il destino dei loro ospiti e a fare la differenza sono stati la burocrazia, le sottovalutazioni, le lentezze e tragici errori. I morti oggi sono l’unica certezza, sugli errori sta indagando la magistratura.

L’ingresso del Pio Albergo Trivulzio (foto di Pietro Masturzo per Altre/Storie)

Ma se ci vorrà tempo per capire cosa non si doveva fare, è certo che passeremo anni a discuterne, già ora è chiaro che cosa si poteva fare. Alla fine di febbraio, mentre al Trivulzio si discuteva sull’opportunità o meno di indossare le protezioni, la Casa di riposo per musicisti comprava sul mercato cinquemila mascherine e le distribuiva a tutto il personale e ai suoi settantuno ospiti.

La Casa di riposo per musicisti “Giuseppe Verdi” (foto di Pietro Masturzo per Altre/Storie)

Ma la vera svolta per la Giuseppe Verdi arrivava domenica 8 marzo, al termine della consueta messa che si tiene nella cappella dell’antico palazzo di piazza Buonarroti. Un’ospite, di 94 anni, che era ricoverata in ospedale, si era ammalata di Covid ed era morta, il marito, che poi sarebbe guarito, era stato contagiato andando a trovarla. Non si potevano correre rischi, ci volevano scelte drastiche.

La celebrazione della messa, tenuta da un frate francescano, era stata particolarmente veloce, meno di mezz’ora, il presidente Roberto Ruozi aveva fretta di annunciare le novità: dalla mattina dopo nessuno sarebbe più potuto entrare ma nemmeno uscire. Vietate le visite, gli incontri e ogni attività comune. Tutti gli ospiti dovevano restare tassativamente chiusi nelle loro camere, dove avrebbero ricevuto la colazione, il pranzo, la cena e la visita del medico ogni giorno. Da allora nessuno si è potuto muovere. Da allora, caso unico ed eccezionale, nessuno si è ammalato.

Da sei settimane nella casa voluta personalmente da Giuseppe Verdi regna il silenzio. Non c’era mai stato un solo giorno, nei 118 anni della sua storia, in cui i suoi abitanti non avessero suonato. Questo luogo, animato da violini, violoncelli, pianoforti, organi e voci di ogni età, è magico e unico al mondo. Ma ora il silenzio è il prezzo della salvezza.

Giuseppe Verdi comprò il terreno, tremila metri quadrati, nel 1889. L’anno dopo incaricò l’architetto Camillo Boito – fratello del compositore Arrigo, autore dei libretti dell’Otello e del Falstaff – di costruire un edificio in stile neogotico che diventasse «la casa per accogliere vecchi artisti di canto non favoriti dalla fortuna o che non possedettero da giovani la virtù del risparmio». I lavori, che Verdi seguì personalmente visitando ogni settimana il cantiere, terminarono alla fine del 1899, quando il maestro aveva 86 anni. Aveva voluto stanze separate, al massimo doppie per ospitare le coppie, aveva lasciato scritto nel testamento che tutti i diritti delle sue opere dovevano servire a sostenere la gestione della casa, aveva chiesto di essere sepolto lì, previsto che la casa venisse inaugurata solo dopo la sua morte e che i cento anziani venissero chiamati «ospiti e non ricoverati». «Saranno i miei ospiti», chiosò.

La sala “araba” con mobili e tappeto donati a Verdi da Isma’il Pascià dopo la prima rappresentazione di “Aida” al Cairo. Il pianoforte è quello che Verdi suonava nella sua casa di Genova

Nel 1962 i diritti d’autore di Verdi sono scaduti, ma gli amministratori erano riusciti per tempo a mettere da parte un patrimonio sufficiente a garantire la sopravvivenza della Casa di riposo. Avevano investito soprattutto nell’acquisto di appartamenti nella zona, arrivando a possederne centodieci, i cui affitti ancora oggi mantengono gli ospiti.

Ma per garantire le sale di musica, le attività e i continui restauri quei fondi non bastano e per questo servono i miracoli, come la decisione di Wanda Toscanini, figlia del grande direttore d’orchestra Arturo e vedova del pianista Vladimir Horowitz, di lasciare dieci milioni di dollari, metà della sua eredità, alla casa di riposo, a patto che la maggioranza del consiglio d’amministrazione fosse di nomina privata. Il Comune accettò e vent’anni fa cambiò lo statuto, così oggi i rappresentanti del Comune sono solo due, affiancati da membri nominati dalla Bocconi, dalla Scala, dalla Società del quartetto, dal Conservatorio e dall’associazione amici di Casa Verdi. Nessun contributo statale, ma una velocità di decisioni che in casi di crisi può essere molto utile.

In questo momento gli ospiti sono 55 (37 donne e 18 uomini), ma ci sarebbe posto per settanta persone. Una parte della casa è una Rsa, in cui stanno i 25 ospiti anziani che non sono autosufficienti. L’età media è molto elevata, il decano è il tenore Angelo Lo Forese, arrivato nella casa solo quattro anni fa, che il 27 marzo ha compiuto cent’anni.

Come mi racconta con grande passione il professor Roberto Ruozi, già rettore dell’Università Bocconi e dal 2015 presidente della Fondazione, «ci sono solo due regole per essere accettati: avere almeno 65 anni e aver esercitato l’arte musicale. Sulle domande decide il consiglio d’amministrazione. La condizione economica non c’entra nulla, ma a seconda del proprio reddito è richiesto un contributo. Una volta entrati si è davvero ospiti di Giuseppe Verdi, oltre al vitto, all’alloggio, alla musica e a tutte le attività ricreative ci sono il medico, l’assistente sociale, il fisioterapista, il parrucchiere, la tintoria. Quelli che chiedono di entrare lo fanno per tre motivi: perché sono soli e non più autosufficienti, perché non vogliono pesare sui figli o semplicemente per stare con altri musicisti e condividere i ricordi di una vita».

Questo ne fa un luogo davvero speciale e spiega perché è sempre in cima alla classifica delle case di riposo. «Gli ospiti – aggiunge il professor Ruozi, che di anni ne ha quasi ottantuno – sono trattati con grande riguardo, come si dovrebbe fare con tutti gli anziani. Certo, anche qui ci sono i reclami, gli ultimi che mi ricordo sono stati perché si era abbassata la qualità del sugo al pomodoro, perché ci sono troppi concerti ma anche troppo pochi, e questo ci dice chiaramente che possiamo essere soddisfatti».

Nella Casa ci sono anche diciotto giovani studenti, italiani e stranieri, del Conservatorio o della Civica scuola di musica, a cui vengono dati vitto e alloggio a patto che consumino almeno un pasto al giorno insieme agli ospiti anziani: «Questi giovani sono un’iniezione di vita, c’è uno scambio continuo e i vecchi musicisti dispensano consigli e fanno ancora lezioni». Nelle cinque sale di musica si esercitano i giovani e i vecchi, c’è almeno un concerto a settimana e tutti i mercoledì pomeriggio nella sala comune ci si ritrova per mangiare il ciambellone di un vecchio baritono e a turno uno suona per allietare la merenda. Lo scorso anno, quasi per scherzo, è stato messo in piedi un piccolo coro di tredici voci, a cui se ne sono subito aggiunte cinque degli studenti, il 27 gennaio, nell’anniversario della morte di Verdi hanno cantato il “Va Pensiero” e prima della quarantena si stavano esercitando con il coro del “Trovatore”.

Gli ospiti di Casa Verdi pronti per cantare “Va pensiero” lo scorso 27 gennaio, nell’anniversario della morte del Maestro

Da poche settimane, al termine del restauro dell’ala dove sono ospitati i ragazzi, è stato ricavato uno spazio museale per esporre finalmente tutti i pezzi storici su Giuseppe Verdi, dai ritratti di Giovanni Boldini, ai busti, alla pianola che suonava da ragazzino, fino ai pianoforti, le lettere, gli spartiti, le medaglie e infine la maschera mortuaria. Insieme troverà spazio anche una serie di grammofoni funzionanti di fine Ottocento, con una collezione di seimila dischi regalati dal collezionista Luciano Pituello, che ogni Natale organizza l’ascolto di alcuni brani di musica sacra cantati da Enrico Caruso.

La cripta nel giardino di Casa Verdi, dove il Maestro è sepolto accanto alla moglie

Tutto oggi è immobile, nessuno può visitare la cripta che si trova in giardino, dove Verdi è sepolto insieme a Giuseppina Strepponi, la moglie scomparsa tre anni prima di lui. Ma qui tutti hanno la sensazione che lo spirito del Maestro li protegga e aspettano in silenzio e con pazienza di poter tornare a suonare e cantare.