LA STORIA

Nella testa di un cacciatore di delfini

13 gennaio 2023 | diMario Calabresi

Nel prato dietro la spiaggia dodici oche starnazzano nel vento, non ci sono esseri umani, solo due cavalli con un lungo ciuffo sugli occhi. L’acqua dell’Oceano è calma e trasparente. Sono venuto a Skálabotnur, in fondo a uno dei fiordi più lunghi e profondi delle Isole Faroe, perché avevo nella memoria le immagini di quel mare colorato di rosso dal sangue di un branco di delfini che giacevano sulla spiaggia. Immagini che hanno scandalizzato il mondo: una strage senza precedenti storici – più di 1400 mammiferi uccisi in un giorno – fatta in nome di una tradizione antichissima che risale ai vichinghi e si chiama Grindadrap.

I cavalli in cui mi sono imbattuto appena arrivato a Skálabotnur, un villaggio delle Isole Faroe

La “caccia alle balene”, questo il significato della parola Grindadrap, si tiene ogni estate da cinque secoli. La prima traccia scritta di una di queste catture di gruppo è del 1582, ma esiste un documento che regola la cattura che è addirittura di trecento anni prima. Vengono cacciate le balene pilota, che appartengono alla stessa famiglia delle orche e dei delfini, ma sono più grandi di questi ultimi, possono arrivare a sei metri di lunghezza e tre tonnellate di peso. Non esiste una data fissa in cui si svolge questa caccia, è casuale, inizia quando qualcuno avvista un branco e avvisa gli altri pescatori. Allora tutte le barche, piccole o grandi, escono in mare e formando un semicerchio cominciano a spingere le balene pilota verso il fiordo più vicino e poi sempre più in fondo fino alla spiaggia. Quando le hanno intrappolate nelle acque basse inizia la mattanza

Negli ultimi vent’anni sono state uccise una media di 600 balene pilota ogni anno, alcune volte mille, altre nessuna, ma mai si era arrivati a catturarne più di 1400 come il 12 settembre del 2021. Il record storico precedente era del 1940 quando ne vennero prese 1200. Allora però non c’erano i video, i social e un’opinione pubblica mondiale attenta e sensibile, così questa volta lo scandalo ha fatto il giro del pianeta.

La strage delle balene e dei delfini del 12 settembre 2021

Alle Isole Faroe, che si trovano a nord della Scozia e a metà strada tra la Norvegia e l’Islanda, vivono 54.000 abitanti e 70.000 pecore. Metà della loro economia dipende dall’allevamento del pesce, soprattutto il salmone, e il turismo pesa solo per il cinque per cento. In mezzo a queste isole verdissime e perennemente spazzate dal vento cercavo qualcuno che avesse il coraggio di rispondere alla più semplice delle domande: “Che senso ha oggi fare strage di mammiferi marini?”. Pensavo non ci fosse nessuno disposto a metterci la faccia, invece ho trovato un professore di matematica delle scuole superiori che quel 12 settembre era immerso fino alla vita nell’acqua piena di sangue e che con un coltello in mano tagliava la spina dorsale dei delfini. Gli ho scritto dall’Italia e lui mi ha risposto dicendo che era pronto a spiegare. Così la scorsa estate ho passato una giornata in barca a vela con lui, a discutere di qualcosa che ai miei occhi è inaccettabile e incomprensibile.  Appena ho aperto il taccuino, prima ancora che potessi fargli la prima domanda, ha esordito così: «Eccomi qua, sono uno dei killer, sono uno dei cattivi ragazzi. Ero nell’acqua bassa e uccidevo le balene pilota con una piccola lancia, lunga 60 centimetri, che serve per farle morire nel minor tempo possibile. Non so quante ne ho uccise, certamente alcune decine, forse una cinquantina».

Jens Mortan Rasmussen partecipa alla caccia alle balene da quando aveva 12 anni

Jens Mortan Rasmussen, 46 anni e tre figli, mi guarda fisso negli occhi da dietro gli occhiali, restiamo un po’ in silenzio mentre la barca avanza tranquilla sull’oceano, poi gli chiedo se non senta nemmeno un po’ di imbarazzo per quel massacro e per quello che mi sta dicendo. «No, perché non vedo differenze tra un animale e l’altro. Io rispetto i vegetariani, tutti coloro che non mangiano carne di nessun tipo, ma se tu mangi carne uccisa da altri allora non puoi sentirti migliore». Mi chiede se io mangi le bistecche di manzo e di vitello, il prosciutto, il pollo, l’agnello… Quando annuisco con la testa, parte all’attacco: «Io capisco lo shock di uccidere un animale, sono d’accordo che sia un problema, ma non capisco la differenza tra una specie e un’altra. La verità è che non tolleriamo che si uccidano animali che sono considerati carini e simpatici come i delfini, mentre nessuno si preoccupa della strage quotidiana di mucche, maiali, agnelli e polli».

In barca mentre intervisto Jens

Jens è un fiume in piena: «La gente dice che i delfini sono intelligenti e per questo non possono essere mangiati e si indigna se noi li cacciamo, ma nessuno sa che l’animale con il quoziente di intelligenza più alto dopo lo scimpanzè è il maiale. Eppure, non ci preoccupiamo di fargli fare una vita terribile e nessuno prova imbarazzo a mangiare il prosciutto o una braciola di maiale. Anni fa ero in vacanza a Roma e ho visto un muso di maiale nella vetrina di un negozio, servivano orgogliosi una specialità locale (la porchetta), poi in un mercato ho visto sul banco la testa di un pesce spada e tutti facevano la spesa senza indignarsi. Pensa se ci fosse stata la testa di un delfino! Ma che differenza c’è?».

Arriviamo all’imboccatura del fiordo, il cielo è pieno di nuvole ed è tutto grigio, ma non piove e il mare è calmo. Jens è di buon umore: «Siamo stati molto fortunati ad avere una giornata così bella in un arcipelago dove ci sono trecento giorni all’anno di pioggia». Mi racconta che alla Grindadrap partecipa tutta la comunità, chi ha compiuto 14 anni può prendere parte alla mattanza e avere una quota del pescato, che in una caccia normale sono circa 30 chili a testa. «Non tutti sono capaci di uccidere le balene pilota, mentre tutti sono poi capaci di tagliare e sezionare gli animali sulla spiaggia. Io lo faccio fin da quando ero ragazzino, ho iniziato a 12 anni. C’è sempre una persona della comunità che prende nota di tutti quelli che partecipano, del ruolo svolto da ognuno e di quanta carne gli spetti. Queste cronache, da centinaia di anni, finiscono negli archivi del Comune. Un tempo c’erano solo gli uomini, la prima donna io l’ho vista alla fine degli anni Novanta, era una delle gemelle del mio villaggio, ma da allora ogni anno ce n’è qualcuna di più».

Le barche tradizionali nel porto della capitale Tórshavn

I fautori della caccia alla balena come Jens ripetono sempre che non si tratta di una specie in pericolo di estinzione: «Ce ne sono circa mezzo milione nell’Atlantico e noi ne catturiamo tra 500 e 800 all’anno e certi anni nessuna. Parliamo di poco più dell’uno per cento della popolazione di questi mammiferi marini ogni anno».

Gli chiedo però perché siano arrivati a superare quota 1400, quasi il doppio degli altri anni. «Viene sempre catturato un branco intero, non c’è altra possibilità perché stanno tutte insieme. Si chiamano balene pilota perché si muovono in branco e seguono una balena leader, chiamata pilota. Chi resta fuori o indietro, si affanna a raggiungere il branco e se qualcuna resta sola poi è destinata a spiaggiarsi poco distante. Potrà sembrare una giustificazione incomprensibile ma nei vecchi tempi usavamo una lunga lancia con la lama che era un modo barbaro di ucciderle, dal 1986 invece usiamo un tipo di lungo coltello che diminuisce la sofferenza e porta alla morte in circa 5 secondi».

Lo scorcio di una scogliera di Mykines

Nella necessità di spiegarmi che il metodo non sarebbe crudele, vedo la prima crepa nel racconto del professore, capisco che l’ondata di polemiche, guidata da un gruppo ambientalista americano che si chiama Sea Shepherd, sta facendo breccia anche nella sua comunità, tanto da aver spinto il governo a mettere un limite di 500 esemplari catturati ogni anno. Allora gli chiedo se davvero pensa che si andrà avanti così ancora a lungo e lui scuote la testa: «Finirà. Questo è certo. Non so quando, ma finirà. Non per le opposizioni internazionali o perché vengono gli americani a dirci cosa dobbiamo fare, ma perché ai più giovani non piace mangiare questa carne, anzi direi che in genere ai ragazzi non piace mangiare la carne, che sia di balena, di pecora o di agnello. La Grindadrap finirà per un tema culturale».

Negli ultimi anni però, le critiche e le battaglia ambientaliste sembrano avere avuto l’effetto opposto: «Paradossalmente gli attacchi che abbiamo subito hanno creato un senso di orgoglio nella comunità: nel 2010 io ero il più giovane che partecipava a questo tipo di caccia e avevo 33 anni. Dopo che il fondatore di Sea Shepherd, Paul Watson, ha detto che avrebbe fermato questa tradizione hanno cominciato a partecipare alla caccia anche gruppi di giovani. I miei tre figli, che hanno 25, 21 e 11 anni, hanno cominciato a venire anche loro, anche se fanno parte di una generazione che non aveva mai mostrato interesse».

C’è un dato a cui però Jens si sottrae, il fatto che nella strage del 12 settembre fossero coinvolti in gran parte dei tradizionali delfini, che sono più piccoli delle balene pilota, cosa che ha disturbato molti anche a casa sua.

La pulcinella di mare fotografata a Mykines

Nell’isola più estrema e remota delle Faroe, a Mykines, famosa per le colonie di pulcinelle di mare, vive una donna che ha sposato da molto tempo la battaglia ambientalista, laureandosi con una tesi sul turismo sostenibile quando ancora non ne parlava nessuno. Si chiama Oda Andreasen, è una guida turistica e ha il Bed & Breakfast più bello di quest’isola dalle cui scogliere si vede solo l’immensità dell’Atlantico. Lei è molto netta e chiara: «È stata una cosa vergognosa, perché hanno cacciato anche i delfini, è stato orribile. Normalmente si cacciano le balene pilota perché hanno più carne, ma i delfini sono più magri e quindi si mangia ben poco».

Oda Andreasen, guida turistica, ha un Bed & Breakfast a Mykines

Oda mi spiega che la carne della balena pilota viene messa nel sale oppure fermentata, con un processo che dura tra le tre e le cinque settimane, e poi viene cucinata nelle grandi occasioni, durante le feste, nei matrimoni o per le lauree. «Ma piano piano si sta smettendo, primo perché ha un gusto che non piace ai giovani e poi perché la carne delle balene pilota è la più inquinata, perché siamo alla fine della catena elementare. La puoi mangiare una volta alla settimana e si consiglia di non darle alle donne incinta». Lei è convinta che questa tradizione non durerà a lungo, che verrà proibita, così come è successo con la caccia degli uccelli: «Prima mangiavamo anche le pulcinelle di mare, oggi sarebbe impensabile, eppure sembrava normale. Quest’isola ora è un santuario degli uccelli e lo diventerà anche il nostro mare per delfini e balene».

George, ingegnere elettronico, è il manutentore di tutti i fari delle Isole Faroe

All’imbarco del piccolo traghetto che mi deve riportare sull’isola principale incontro George, il manutentore dei fari di tutte le isole. È un ingegnere elettronico, ha 56 anni, quattro figli e due nipoti. Ogni anno raggiunge in barca tutti e 26 i fari dell’arcipelago, li ridipinge, controlla che le luci funzionino e, se necessario, li ripara: «Sono tutti alimentati a batterie solari, anche se alcuni fari sono di fine Ottocento: servono a navigare a orientarsi tra le rocce meglio che il radar». Anche lui è convinto che la tradizione finirà ma non tollera che siano gli americani a dare lezioni. «Noi qui viviamo in modo sostenibile, eppure il nostro mare è inquinato dal mercurio e dalla plastica e tutto questo ce lo portano le correnti che arrivano dalle coste degli Stati Uniti. Loro hanno distrutto l’ambiente, loro si cibano di qualunque tipo di animale e giudicano noi che storicamente mangiamo solo quello che la natura offre a queste latitudini: le pecore, gli agnelli, gli uccelli e le balene pilota. Non possiamo essere accusati per questo da chi invece ha fatto allevamenti intensivi e ha inquinato tutto».

Il faro di Nólsoy
Una lapide ricorda i nomi delle morti tragiche sull’isola. Sono monumenti comuni nell’arcipelago

«Queste isole hanno un orgoglio fortissimo e non è certo in questo modo che finirà la caccia, però sono convinto anch’io che si smetterà perché ai giovani non interessa più». Arriva il traghetto e George mi deve lasciare, allora salgo in cima alla scogliera, dove c’è uno dei tanti monumenti che ricordano i caduti. Non sono i morti in guerra, ma si tratta dei pescatori andati per mare e mai più tornati. Scomparsi durante le tempeste nella parte più estrema dell’oceano Atlantico, tra queste isole e l’Islanda e la Groenlandia. Oppure dei pastori che sono precipitati dalle scogliere per recuperare le loro pecore o, ancora, delle ragazze e dei ragazzi che andavano a cacciare gli uccelli con le reti. Queste isole sono uno dei luoghi più affascinanti del pianeta per l’energia e la forza della natura, sono verdissime, c’è sempre vento e il mare cambia forma in un attimo. Vivere qui è una sfida difficile, guardo l’Atlantico dall’alto e capisco fino in fondo il loro orgoglio, la gelosia per tradizioni che sono ormai incomprensibili e la testardaggine. Ma anche a questa latitudine il mondo cambia e sono sicuro che i figli di Jens useranno la barca soltanto per navigare a vela.