IL RACCONTO

L’unico vantaggio di essere ultimi

24 aprile 2020 | diMario Calabresi

«La gente per strada mi indica con il dito e mi chiama “Corona”. I più simpatici lo fanno in modo scherzoso, altri, soprattutto in città, invece hanno un tono preoccupato o anche minaccioso. Sono europeo, sono italiano e quindi mi apostrofano come “Musungu Corona”: uomo bianco portatore di coronavirus. A Kampala, sul muro della casa dove abito con la famiglia, hanno scritto: “Vai via”». Giovanni Dall’Oglio non ci pensa neanche lontanamente ad andare via, è sempre rimasto, anzi, quando gli altri credono sia venuto il momento di partire o di scappare, lui arriva. Lo ha fatto tante volte, come quando ha aperto l’unico presidio medico del Sud Sudan in guerra. La sua scelta di vita è di stare accanto agli ultimi ed è proprio quando le cose si fanno difficili che bisogna esserci. È un vizio di famiglia. Lo ha sempre pensato anche uno dei suoi otto fratelli, padre Paolo, sacerdote gesuita, sparito in Siria nel 2013 mentre lavorava per liberare un gruppo di ostaggi e coltivava il dialogo interreligioso.

Giovanni Dall’Oglio in Uganda, con mascherina “artigianale” (foto Dall’Oglio/Cuamm)

Giovanni, romano, capelli a spazzola e pizzetto bianco, medico in Africa da una vita, ora lavora all’ospedale di Aber, in Uganda, fondato nel 1953 dalle suore comboniane. L’unico in un’area dove abita mezzo milione di persone. Gestisce un progetto del Cuamm (i Medici con l’Africa) sulla maternità, ha messo in piedi una squadra di 17 persone, dove ci sono due ostetriche, un pediatra e anche gli autisti delle uniche due ambulanze di tutta la zona. La sua missione oggi è informare, spiegare e cercare di mettere in sicurezza l’ospedale e tutti gli ambulatori sul territorio.

Ma prima di tutto bisogna combattere la paura, quella che viaggia sulle catene WhatsApp: «Qui su tutti i telefoni, nei villaggi di capanne come nelle città, sono arrivate le foto dei camion militari che portano via le bare a Bergamo, le immagini degli ospedali pieni e delle strade vuote. E ognuno ha pensato che, se questa nuova malattia ha ridotto così l’Europa, allora per l’Africa non ci sarà scampo. Così sono corsi ai ripari copiando il lockdown. Hanno chiuso tutti gli aeroporti, le strade, le scuole, i trasporti, i bar e i luoghi di incontro, e imposto il coprifuoco. La prima conseguenza del blocco è stata l’aumento immediato della povertà e della criminalità, dei furti per sopravvivenza, e così dall’alba al tramonto ci sono i militari per strada».

Attività di sensibilizzazione sul piano anti-coronavirus per i volontari del Cuamm di Aber (foto Dall’Oglio/Cuamm)

Il punto di vista di Giovanni Dall’Oglio e la sua testimonianza ci servono per capire che cosa sta succedendo in un continente che è scomparso dai nostri radar. Un continente terrorizzato, dove il virus è all’inizio della sua corsa: per ora ha colpito a Nord, in Egitto, Algeria e Marocco, a Ovest, in Camerun e Ghana, e in Sudafrica. Un continente dove nell’ultima settimana i contagi sono aumentati del 45 per cento e le morti del 38, dove il picco è previsto per quest’estate e dove non esiste la terapia intensiva. In Sierra Leone, un Paese di otto milioni di persone, la scorsa settimana hanno attrezzato i primi due posti della loro storia, ma in tutta l’Africa c’è un letto di terapia intensiva ogni milione di abitanti. Per ora si salvano dal contagio i Paesi più disgraziati, quelli dove non arriva nessuno a causa della guerra, come il Sud Sudan.

Al momento, però, il vero pericolo sono i morti per fame: in Africa, come in India e nelle parti più fragili del Sud America, quello che non farà la pandemia rischia di farlo la mancanza di lavoro e di cibo. Il World Food Programme delle Nazioni Unite calcola che da qui alla fine dell’anno almeno 130 milioni di persone si ritroveranno in estrema povertà, raddoppiando il numero di chi non ha niente di cui vivere e nulla da mangiare. Una situazione che già si vede nelle baraccopoli delle capitali africane, dove si vive di espedienti e piccoli lavori, dove il lockdown ha cancellato ogni possibilità.

«Nelle campagne e nei villaggi – mi spiega Giovanni – la situazione è migliore, perché ognuno coltiva il suo piccolo campo e resta in piedi il baratto: una gallina per un sacco di riso. Qui il problema è il ritorno delle morti di parto, malaria e meningite. Le stiamo già contando. Anni di avanzamenti sociali e di sensibilizzazione cancellati dalla paura di andare all’ospedale e dalla mancanza di mezzi di trasporto». In un Paese come l’Uganda il presidente Museveni oltre ad aver imposto il coprifuoco ha proibito tutto il traffico privato: si possono muovere di giorno solo i camion che trasportano merci. Non ci sono più i piccoli trasporti, i “boda boda” (moto o bici-taxi) sono fermi e così le donne che devono partorire non hanno modo di raggiungere l’ospedale o uno degli ambulatori del territorio, e hanno ricominciato a morire insieme ai neonati.

Un “boda boda” ugandese che trasporta mamme e bambini (foto ©Nicola Berti)

La prima volta che ho incontrato Giovanni Dall’Oglio, il 2 settembre 2014, eravamo in una zona ancora più remota dell’Uganda, la Karamoja, lui mi ha spiegato i progetti del Cuamm per mettere fine alla strage di mamme e bambini causata dai parti senza assistenza nelle capanne di fango. Si erano inventati un sistema di voucher con cui le partorienti, alle prime doglie, potevano essere trasportate gratuitamente in ospedale da un “boda boda”. Ero incredulo: «Vuoi far viaggiare una madre in travaglio su una moto per chilometri di sterrato?» Replicò pacato: «Preferisci farla camminare sotto il sole per chilometri di sterrato? Ogni cosa è relativa». «La questione è così urgente – mi spiega oggi – che finalmente il presidente ha annunciato questa settimana che le mamme che devono partorire possono prendere i moto-taxi. Noi compriamo spazi pubblicitari in radio per informarle di questa possibilità e cerchiamo di rassicurare tutti sulla sicurezza degli ospedali».

Proteggere il personale medico, garantire i dispositivi è una sfida che non siamo riusciti a vincere in tempo a Bergamo né a Milano, Alessandria, Londra o a New York, figuriamoci come può essere difficile ad Aber. Un posto che se chiedi dove si trova ti rispondono: vicino al famoso ponte di Karuma sul Nilo Bianco. Famoso perché negli anni Settanta il dittatore Idi Amin Dada gettava da lì gli oppositori politici e i suoi nemici tra le rapide, dandoli in pasto ai coccodrilli.

Al lavoro, negli spazi del Cuamm di Aber, per produrre mascherine con gli assorbenti (foto Dall’Oglio/Cuamm)

Anche qui la speculazione sulle protezioni ha fatto salire i prezzi alle stelle: «All’inizio non avevamo proprio nulla, ma avevo appena ricevuto un carico di assorbenti e pannolini e così ho pensato di usarli per fare delle mascherine. Con l’aiuto di quattro sartine siamo riusciti a produrne quattromila che abbiamo distribuito a tutto il personale dell’ospedale e degli ambulatori sul territorio. Ora sono riuscito a comprare guanti, occhiali, camici e disinfettanti per essere pronti all’emergenza, ho organizzato delle aree sterili e dei percorsi per l’isolamento. Poi abbiamo fatto tradurre nei dialetti locali i manifesti informativi e li abbiamo distribuiti nei villaggi spiegando le regole base dell’igiene e della distanza; certo, è difficile dire di lavarsi continuamente le mani dove l’acqua non c’è».

Volantino per spiegare come fare per lavarsi le mani dove non c’è l’acqua

In Uganda la malattia arriva e si diffonde con i camionisti, gli unici ancora autorizzati a muoversi, e il primo caso ad Aber è proprio di un autista proveniente dal Kenya. «Alla frontiera fanno i tamponi a tutti quelli che entrano, sono tra due e trecento al giorno, poi li lasciano proseguire dopo aver tracciato il loro percorso. I risultati del test arrivano dopo 36 ore e a quel punto chiamano chi è positivo e gli impongono il ricovero. La settimana scorsa questo camionista, risultato contagiato, è stato fermato al posto di blocco di Aber e trasportato in ambulanza nella capitale Kampala, che dista quattro ore. Il suo camion è ancora qui sul bordo della strada. Purtroppo, prima di essere avvisato, si era fermato a mangiare e a trovare degli amici. La polizia ha rintracciato tutti i suoi contatti e li ha messi in un luogo di quarantena».

La foto con il volto del camionista, ritratto mentre sale sull’ambulanza, è stata pubblicata sui siti internet e ha spopolato su WhatsApp: «Il problema è lo stigma che colpisce chiunque sia sospetto; domenica due kenioti sono scappati appena in tempo per non essere linciati, non avevano niente, ma venivano considerati degli untori. Bisogna gestire la paura, spiegare che è una malattia e non una maledizione, ma in questa situazione stanno recuperando terreno gli stregoni locali».

L’imperativo morale di Giovanni è quello di tenere in piedi il sistema, di non arretrare per non perdere quelle conquiste sanitarie frutto di anni di lavoro con il Cuamm. Appena l’epidemia di Covid-19 ha cominciato a diffondersi nel mondo, molte Ong hanno richiamato gli staff internazionali e sono stati chiusi i progetti di salute. Un ultimo aereo, un volo speciale, ha lasciato l’Uganda alla vigilia di Pasqua. L’ambasciatore italiano ha chiamato Giovanni Dall’Oglio spiegandogli che c’erano tre posti, lui ha ringraziato e ha scelto di restare. Ma non è solo. Accanto a lui, che ha 63 anni, c’è un giovane medico di Bologna, si chiama Mattia Quargnolo e ha 28 anni, con loro anche Matteo Pasquini, 31 anni, che amministra l’ospedale.

«Nessuno di noi sa cosa accadrà – conclude Giovanni – in Africa il 70 per cento della popolazione ha meno di trent’anni e questo è l’aspetto positivo perché potrebbe aiutare a contenere la diffusione della malattia; però ci sono malnutrizione, Aids, diabete, problemi igienici e una carenza sanitaria strutturale. Possiamo solo provare a guadagnare tempo, per una volta essere ultimi è una buona notizia».