LA STORIA

L’ultimo mecenate

10 giugno 2022 | diMario Calabresi

L’uomo di 92 anni che ho davanti, camicia rossa e bretelle rosse, ha negli occhi e nella voce la stessa curiosità di quando da ragazzino entrò per la prima volta nella bottega di un pittore, dove il padre commerciante lo aveva spedito a fare una consegna, e rapito dalla vista di un paesaggio appena dipinto chiese di poterlo acquistare con i suoi primi risparmi. Era il 1945: «Avevo 15 anni, la guerra era appena finita e io sentivo che eravamo a un bivio: davanti a noi c’era il futuro. Scoprii che gli artisti erano quelli che interpretavano meglio lo spirito del tempo: molti presentavano delle cose astruse, astratte, insomma era un mondo nuovo di cui mi innamorai». Una passione che non lo avrebbe mai lasciato, tanto che quest’uomo, il suo nome è Giuliano Gori, oggi vive in una fattoria con 40 ettari di parco, sulle colline pistoiesi, dove abitano le opere di 74 artisti tra i più prestigiosi del mondo.

Giuliano Gori

Non conoscevo Giuliano e non avevo mai sentito parlare della sua incredibile collezione di “arte ambientata” fino alla telefonata di un amico poche settimane fa, a dire il vero non riuscivo bene a capire e credere a quello che mi diceva: «Un grande museo all’aperto, unico nel suo genere, dove le opere d’arte sono integrate nel paesaggio, ci sono Richard Serra e Sol LeWitt, Burri, Oppenheim, Melotti, Penone…». Mi ha spiegato che si trovava in Toscana, in una fattoria poco fuori Pistoia, e che il suo fondatore era una persona speciale. Poi, per rompere il mio scetticismo, ha solo aggiunto: «Chiama Sandro Veronesi e chiedi a lui chi è Giuliano Gori». Allora ho telefonato a Sandro, lo scrittore di “Caos Calmo” e de “Il colibrì”. «Giuliano Gori – mi ha risposto senza indugi – è quello che tutti gli italiani che hanno fatto fortuna nel secondo dopoguerra avrebbero dovuto cercare di diventare. Giuliano ha seguito l’esempio di tanti come lui, in Italia e in Toscana, nei secoli passati: mecenati che hanno fatto circolare la propria ricchezza per produrre opere d’arte, chiamando artisti da tutto il mondo. Ciò che ha fatto a Celle è unico».

Così sono andato alla Fattoria di Celle a scoprire qualcosa che non immaginavo, un’idea dell’arte che non pensa che lo spazio e l’ambiente siano soltanto dei contenitori di opere d’arte ma, invece, parti integranti dell’opera. Un parco in cui ben 53 opere dialogano con la natura e con il paesaggio, in cui puoi camminare per ore tra alberi e prati in quello che forse è il più grande museo all’aperto del mondo. Prima di partire ho curiosato negli archivi, per scoprire che già nel 1999 il New York Times dedicava a questa folle visione una pagina intera e ho deciso che per prima cosa volevo perdere l’orientamento nel labirinto in pietra a fasce bianche e verdi (come le chiese romaniche toscane), che percorrendolo si immagina sia un quadrilatero ma solo vedendolo dall’alto si scopre che è un triangolo.

L’articolo del New York Times del 1999 dedicato a Giuliano Gori
Il “Labirinto” di Robert Morris

Giuliano Gori mi aspettava al computer, dietro la scrivania a cui si siede ancora ogni giorno, ha cominciato subito a raccontarmi della sua casa di Prato che a partire dalla metà degli Anni Cinquanta trasformò in un rifugio per artisti, scrittori, poeti, scienziati: da Salvatore Quasimodo ad Alberto Burri fino a Rita Levi Montalcini. 
Lui era un imprenditore tessile, che ha fatto fortuna con le stoffe e gli arredi per il cinema, ma il suo amore erano gli artisti: «Arrivavano da Milano o da Napoli, da Torino e da Roma, essendo noi proprio al centro si fermavano tutti, venivano a trovarci. Una sera a mezzanotte Renato Guttuso suona il campanello. Rispondo spaventato: “Chi c’è alla porta?”. “Sono Renato”. “Renato, che ci fai qui, cosa è successo?”. “È successo che stavo andando a Milano e mi sono fermato qui”. “Ma io sto dormendo”. “No, tu dormivi”. “Dai, ti apro, sali”. Anche mia moglie Pina si alzò e preparò una spaghettata. Sono ricordi indimenticabili di una vita impagabile».

Mi racconta un mondo che non esiste più, delle trattorie intorno a Brera a Milano: «In via dei Fiori Oscuri c’era un ristorante dove andava sempre Lucio Fontana, era un artista straordinario perché non aveva mai soldi ma voleva sempre pagare lui. Ricordo che io insistevo per offrire e il proprietario, visto che Lucio aveva dei conti abbastanza lunghi, lo pregava: “Senta li faccia pagare una volta, almeno una volta”. E lui secco rispondeva: “Non ti preoccupare, stai zitto e segna”». Giuliano è stato uno dei primi ad acquistare un “taglio” di Fontana, i famosi quadri che fecero clamore perché erano delle tele tagliate o bucherellate: «Ero a Venezia, in una galleria sotto il ponte dell’Accademia, quando il gallerista tira fuori un’opera e mi dice: “Ero a mangiare con Fontana e guarda cosa mi ha presentato alla fine del pranzo” e tirò fuori un quadretto con taglio verticale, giallo e fondo nero. Lui era stupito ma io ero rapito e gli chiesi subito di comprarlo. A Prato mi presero tutti in giro, dicevano che ero pazzo, ma io ero entusiasta perché quello era un gesto coraggioso, un gesto che dimostrava che tutto può essere arte».

“Katarsis”, l’opera di Magdalena Abakanowicz
Trenta figure in bronzo, prive di testa e braccia, allineate su quattro file

La casa era sempre più piena di opere ma, alla fine del 1961 dopo un viaggio in Spagna, Giuliano decide che l’arte non deve stare più al chiuso ma deve stare fuori, stare nell’ambiente. «Avevo visto un museo di arte catalana a Barcellona e avevo avuto una folgorazione: portare le opere nell’ambiente. Ricordo che telefonai a mia moglie e le raccontai: “Pina, preparati a ritornare con me a Barcellona perché mi stanno circolando un sacco di nuove idee nella testa. Bisogna cambiare il modo di collezionare!”. Lei mi disse: “Che bello, quanto ti sento felice, ma anch’io ho una bella notizia per te: stiamo aspettando il terzo figlio”. E così, sessant’anni fa, insieme all’idea dell’arte ambientale nacque il nostro Paolo».
Per quasi dieci anni andò in giro per la Toscana a cercare lo spazio giusto dove far crescere la sua collezione, alla fine trovò questo immenso spazio sulle colline sopra Pistoia e cominciò a invitare gli artisti, ma mai avrebbe immaginato che un giorno l’avrebbe aperta al pubblico, cosa che è accaduta invece esattamente quarant’anni fa, l’11 giugno del 1982. «Un giorno chiamai i miei quattro figli e dissi: questa cosa deve essere per tutti, altrimenti non ha senso andare avanti, ma dobbiamo essere tutti d’accordo. Fummo tutti d’accordo e aprimmo il cancello alle visite».
Da allora la fattoria è aperta alle visite guidate, che sono gratuite e si svolgono due volte al giorno (bisogna prenotarsi sul sito).

“Spazio Teatro Celle”, l’opera di Beverly Pepper (1992). Due forme piramidali in ghisa fanno da palcoscenico e le gradinate sono blocchi di tufo in mezzo all’erba che possono ospitare 300 persone

Gli chiedo chi sia l’artista che gli è rimasto di più nel cuore, ma non vuole rispondere: «Ma che domanda è? Come se mi domandassi se c’è un figliolo a cui voglio più bene, come si fa?». Insisto e allora un nome lo pronuncia, quello del grande scultore Fausto Melotti, scomparso nel 1986. «Avevamo una grande amicizia e quando io e mia moglie abbiamo fatto le nozze d’argento ci ha regalato una sua opera incredibile: un letto d’argento. Quando lo vidi gli dissi che era matto, che non potevo accettare e allora lui mi scrisse questo biglietto: “Tu lo devi accettare perché non ho trovato nulla di più prezioso per te”».

L’ultima opera realizzata è figlia della creatività di Sandro Veronesi, lo scrittore che ho chiamato per sapere chi era Giuliano: «Tu non lo sai – mi ha raccontato Gori – ma Sandro prima che scrittore è architetto, perché così volle il padre ingegnere, così un giorno lo chiamai e gli dissi: “Senti Sandro, tu sei architetto ma non hai fatto una architettura. Qui a Celle c’è una voliera, unica opera realizzata da Bartolomeo Sestini, famoso poeta della fine del Settecento, che era anche lui architetto per volere del padre. Perché non fai un’opera anche tu?”. Lui ci ha lavorato 16 mesi e ha realizzato la “Serra dei poeti” introdotta da trenta cipressi».

La “Serra dei poeti” di Sandro Veronesi del 2018

Mi parla ininterrottamente da due ore e mi chiedo dove trovi tutta questa vitalità, quale sia il suo segreto: «Ogni mattina quando mi alzo sono sicuro che non ce la farò a fare tutto quello che vorrei. La mia scrivania è sempre piena e guardo avanti, anche il passato ci insegna a vivere il futuro. Bisogna usare bene ogni ora della nostra vita, non sprecare mai il tempo, dare valore a ogni giornata». Fuori dalla sua finestra il sole tramonta, si vede un panorama di colline che arrivano fino a Vinci, e di fronte alla casa una scultura di Robert Morris, che mi accorgo tiene anche sul tavolo: una venere in bronzo del 2012 che ricorda l’inizio dell’arte, le pitture rupestri degli uomini primitivi.

“Venere”, la scultura in bronzo alta tre metri di Robert Morris
Una riproduzione in scala dell’opera di Morris sulla scrivania di Giuliano Gori