L'INCONTRO

Liliana Segre: Ho fatto il mio dovere, ma adesso voglio vivere

6 marzo 2020 | diMario Calabresi

«Faccio troppa fatica. E non lo posso più sopportare. Per questo sento che è arrivato il tempo di tacere». Liliana Segre appoggia la testa sulla spalliera della poltrona e chiude gli occhi. Ma non immagina che il tempo di tacere sia un tempo da vivere fuori dal mondo, isolata e in silenzio, al contrario vuole che sia un tempo da riempire di interessi, amicizie e affetti. Sono venuto a trovarla per parlare del dovere della memoria, della fatica di ricordare e del diritto di vivere fino in fondo la propria vita.

Le ho telefonato dopo aver ascoltato il meraviglioso discorso che ha fatto al Parlamento europeo, dove ha raccontato ancora una volta quella ragazza di 13 anni che sopravvisse al campo di sterminio di Auschwitz e a una marcia della morte durata mesi. È stato lì, davanti ai rappresentanti di tutte le nazioni del continente, che dopo aver ricordato la sofferenza del passato ha rivelato quella del presente: «Da tre anni almeno sento che i ricordi di quella ragazzina che sono stata non mi danno pace. Quella ragazzina lì che ha fatto la marcia della morte, che ha brucato nei letamai, quella che non piangeva più, ecco, quella è un’altra da me».

Liliana Segre, ritratto di Marta Signori

Mi ha accolto in casa sua con una cortesia che è diventata merce rara, si è perfino preoccupata di chiedermi al telefono se alle quattro del pomeriggio preferissi un caffè o un tè. La sua testa ha una velocità e una dose di curiosità sorprendenti: in due ore, oltre che della memoria della Shoah e del suo fastidio per i discorsi retorici, mi parla del suo amore per Milano, mi racconta dei suoi figli e dei suoi nipoti, dei libri che ha letto e che vuole leggere, dei film che hanno vinto gli Oscar, del presidente Sergio Mattarella e mi fa mille domande, sui giornali, sul senso di una newsletter e anche sui podcast.

Ma cominciamo dal motivo per cui sono venuto a trovarla, da quella stanchezza ormai insopportabile. «Andrò ancora una volta in giugno ad Arezzo, a un grande incontro con i ragazzi che si terrà allo stadio, ma poi basta. Ho raccontato in tutti i modi e non lo posso più fare. È diventato un onere che mi fa male, mi pesa. Mi pesa tornare ogni volta quella ragazza sola, scheletrica, piena di disperazione. Sento di aver fatto la mia parte».

La sua parte l’ha fatta per trent’anni, ma, da quando è stata nominata senatrice a vita, quella parte è diventata il tutto. «Io non sono solo una testimone della Shoah, sono stata tante altre cose oltre a quella ragazzina: una moglie, una mamma, una nonna, una piccola imprenditrice. Ho lavorato nella ditta di tessuti di famiglia, andando in ufficio ogni giorno fino a 83 anni, e ho un sacco di interessi, non sono monocorde».

Scuote la testa e cerca di convincermi – e forse di convincersi – che la sua scelta è sensata, che è giusto così: «Nel tempo che mi resta da vivere voglio godermi le gioie della mia famiglia e ho tanti interessi che tengo vivi, che non posso permettermi di rimandare. Cerco di reggere fino in fondo: sono abbonata alla Scala, coltivo amicizie con grande fedeltà, amo andare al cinema e oggi ho un’agenda che fa paura, non ho mai una giornata libera. Invece mi piace avere la libertà di guardare l’elenco dei film in corsa per gli Oscar, scoprire che me ne manca uno e correre a vederlo. Così ho fatto con “Parasite”, che poi avrebbe vinto. Film tremendo ma bellissimo, che vale la pena vedere, c’è un odio di classe che non avevo mai visto espresso con questa chiarezza».

Liliana Segre in silenzio c’era stata per 45 anni. «Sono tornata a Milano il 31 agosto 1945, avrei compiuto 15 anni dieci giorni dopo. Fino ai miei sessanta non ho mai parlato. Me lo ero proibito. Se mi facevano domande, rispondevo: “Per favore, no”. Poi di colpo, dopo un periodo di grande difficoltà, una depressione profonda, ho cominciato a sentire che non potevo più tenermi dentro queste cose. Era da tempo che pensavo di andare nelle scuole, ma non sapevo come fare a tirare fuori le parole. Non sapevo se sarei stata capace di testimoniare».

Cominciò a parlare negli anni Novanta, quando lei, come molti altri sopravvissuti, sentì che lo poteva fare, che avrebbe trovato attenzione, dopo decenni di disinteresse e rimozione. «La prima volta ero con un’altra sopravvissuta, una persona che mi è carissima, Goti Bauer, che oggi ha quasi 96 anni e vive in una casa di riposo ebraica. Ci incontrammo e lei mi disse: “Ma tu, Liliana, perché non fai il tuo dovere?”. “Non posso”, le risposi. Era invitata a casa di amici, a un gruppo di lettura, io ho sempre detestato partecipare a questi salotti del libro, ma andai con lei. C’era un piccolo gruppo di signore che hanno cominciato a fare domande anche a me, così ho provato a lasciarmi andare. Come fossero stati i primi passi di un bambino, la Goti mi ha portato per mano e da lì qualcosa si è mosso».

«Avevo delle amiche che insegnavano e ho cominciato ad andare nelle loro classi, è stato un percorso lento, che è cresciuto piano piano. In realtà, è stato come un vomito: sentivo di non aver digerito per quarant’anni, poi di colpo tutto è riemerso. È stato dolorosissimo, ma anche una liberazione. Sentivo l’esigenza di spiegare e raccontare perché capivo che l’ignoranza su questo tema era enorme. Non parlo dell’ignoranza dei ragazzi, ma di quella dei genitori e dei professori. Poi c’è stato un passaparola tra le scuole e così ho iniziato ad andarci sempre più spesso. L’ho fatto per trent’anni, tutte le settimane, avrò incontrato due o trecentomila ragazzi. Adesso mi capita spessissimo, entrando in posta o in un negozio, che una persona mi fermi e mi dica: “La ricordo bene, lei è venuta nella mia scuola quando andavo alle medie”. Ho un archivio di migliaia di lettere di alunni, di classi, di scuole intere o di parrocchie. Ho seminato tanto».

Poi è arrivata la decisione del presidente della Repubblica: «Mattarella lo avevo visto solo in televisione; Giorgio Napolitano era venuto a visitare il binario 21 alla Stazione Centrale di Milano, quello da cui partirono i treni diretti ai campi di concentramento, ed era stato molto cordiale e simpatico. Quando ricevetti la telefonata del Quirinale ero in un negozio, stavo cambiando la pila dello Swatch che porto sempre. Pensai fosse uno scherzo. Poi il presidente Mattarella mi disse: “Signora, io l’aspetto a Roma perché l’ho fatta senatrice a vita”. Allora, incredula, ho chiamato mio figlio Luciano: “Senti, non so se sia una cosa vera o finta, ma mi ha chiamato il presidente della Repubblica per dirmi che mi ha nominato senatrice a vita”. Mio figlio è rimasto muto, poi si è messo a piangere. Gli ho detto: “Hai 62 anni, non fare così!”. Lui mi ha detto: “Mamma, sono commosso e felice per te, è una cosa bellissima”».

Da quel momento la vita di Liliana Segre è cambiata radicalmente: «Tutto quello che è venuto dopo non me lo sarei mai aspettato, un’attenzione che in certi momenti somiglia alla pazzia. Dopo mezz’ora avevo la casa piena di giornalisti, fiori e telegrammi. Si facevano vive persone che non sentivo da decenni e che erano diventate improvvisamente migliori amiche. Quando ho chiesto a Mattarella chi gli avesse fatto il mio nome, lui mi ha risposto secco: “Chiunque le dicesse di aver fatto il suo nome farebbe millantato credito, sono io che l’ho scelta”. Una cosa mi aveva colpito di lui, il fatto che appena eletto, come prima uscita, fosse andato alle fosse Ardeatine».

Così Liliana Segre ha cominciato ad andare regolarmente a Roma, città che le era sempre stata estranea, e ha proposto «una commissione che si batta contro ogni forma d’odio e che dovrebbe essere di tutti i partiti. Questa commissione è una cosa bella da lasciare come segno del mio passaggio in Senato. Sono una persona non ideologica, non mi sono mai occupata di politica, però sento fortissimo il discorso contro l’odio. Quando ho proposto questa commissione, credevo sarebbe stata votata all’unanimità. Non contro una parte, ma contro la propaganda d’odio di ogni tipo. Eppure un buon numero di parlamentari non ha votato. Sono rimasti seduti. Non ho davvero capito». Le chiedo se pensa di presiederla, mi risponde asciutta: «Farò la presidente se mi voteranno».

La politica europea il suo voto di gradimento e di riconoscenza lo ha già dato, con la lunga standing ovation al termine del suo discorso. Un discorso, mi racconta, fatto a braccio: «Mi ero fatta aiutare a prepararlo da uno dei miei figli, che fa l’avvocato civilista, mi consiglia e mi dà spunti che io in verità non seguo, ma di cui tengo sempre conto. Mi aveva costruito una falsariga che io avevo arricchito, era tutto un discorso sull’Europa. Pochi minuti prima di entrare in questa bella aula, mi sono fermata a parlare con Ursula von der Leyen: è stata molto brava perché ha fatto in modo che la mia diffidenza verso i tedeschi venisse un po’ meno (nel bellissimo libro “La memoria rende liberi”, scritto con Enrico Mentana nel 2015, Segre ammette: «Con la Germania non sono riuscita a riappacificarmi e nutro sentimenti orribili verso i tedeschi, nonostante abbiano fatto un lavoro sulla memoria molto sentito»).

Avevo in mano questi fogli e mi pesava dire queste cose preparate. Ho pensato: io non sono qui a parlare di com’è oggi il Parlamento europeo; ho attraversato l’Europa in fiamme, paesi bombardati, macerie. Mi è venuto spontaneo non leggere quello che avevo scritto e sono andata come mi diceva la mia testa. Poi mi sono un po’ pentita di aver completamente abbandonato la forma, mentre parlavo ho detto “mutande” e mentre lo dicevo me ne sono resa conto e ho pensato: “Sei pazza a dirlo qui”, ma mi era venuto spontaneo e ormai l’avevo detto. Quella era la storia».

È il passaggio più forte del discorso, quello che ci porta nell’abisso: «Noi non volevamo morire, noi eravamo pazzamente attaccati alla vita, qualunque fosse; per cui, una gamba davanti all’altra, continuavamo a buttarci sui letamai, a mangiare qualunque schifezza, qualunque cosa, a mangiare la neve quando non era sporcata dal sangue e a non domandarci più nient’altro che andare avanti, camminare, camminare, camminare. Era il male altrui; le finestre erano chiuse. Traversammo all’inizio la Polonia, l’Alta Slesia, poi fu Germania. E mesi dopo, dopo aver passato altri lager, altri orrori, altri mali, arrivammo a Ravensbrück, un “Jugendlager” che si chiamava così perché in effetti eravamo giovani donne. Ma noi eravamo vecchie, senza sesso, senza età, senza seno, senza mestruazioni, senza mutande: non si deve aver paura delle parole, perché è così che si toglie la dignità a una donna, è così».

Il contrario della retorica, dei discorsi ufficiali: «Non mi è mai appartenuta la retorica, mi ha sempre dato fastidio. Quando scelgo uno spettacolo teatrale, un libro, un film, cerco sempre cose asciutte, odio il birignao. È questo il motivo per cui, più di tutto, ho amato Primo Levi, la sua scrittura, per questo lo cito sempre. Parlava di cose che io conosco perfettamente, anche se lui dice che Auschwitz è indicibile. È il concetto perfetto. Ho scoperto attraverso di lui delle cose che non sapevo come esprimere. Per me è un maestro».

Le chiedo se si siano mai visti di persona: «No, non ci siamo mai incontrati. Solo scritti. Ho sempre avuto un gran pudore. Quando ci si trova tra sopravvissuti – accade sempre meno, anche perché siamo sempre meno – io faccio fatica, perché è doloroso rivangare il passato, confrontare le nostre storie, i nostri punti di vista. Per questo, se possibile e senza essere maleducata, io evito».

Prima di salutarmi ci tiene ad aggiungere una cosa: «La retorica è quella degli anniversari, delle date vuote, dei discorsi di chi non ha studiato. È quella dei paroloni che cozzano contro la realtà della storia. Torno ancora a Primo Levi, alla sua frase “lo stupore per il male altrui”. Anche io sono arrivata ad Auschwitz e ho pensato che non avevo fatto niente di male e ho continuato a chiedermi: perché? Come si fa a usare la retorica, se non c’è la risposta? E se la trovi è ancora più spaventosa. Non ti dai pace per tutta la vita dopo aver visto quelle cose. Io dico sempre ai ragazzi: pensate che io ero come voi, avevo la vostra età. Gli parlo della ragazza che ero. Ma adesso io, a tornare continuamente quella ragazza, non ce la faccio più. È tempo di un po’ di silenzio».