LA STORIA

Libertà è cadere con la faccia nella neve

28 febbraio 2020 | diMario Calabresi

«Fin da bambina voleva essere la più veloce, arrivare sempre per prima. All’inizio delle elementari ci disse che non voleva più le scarpe con i lacci, ma quelle con le chiusure in velcro perché faceva più in fretta, per arrivare prima in classe». Per capire chi è Federica Brignone, la prima italiana nella storia a essere salita sulla vetta della Coppa del Mondo, sono venuto nella casa dov’è cresciuta, uno chalet di montagna a La Salle, dalle cui finestre si vede il Monte Bianco, da un lato, e la Grivola, dall’altro.

La prima gara di Federica Brignone a 7 anni: arriva prima, battendo anche i maschi

Sono venuto a incontrare suo papà Daniele, maestro di sci, l’uomo che le ha insegnato a sciare. Volevo scoprire come si costruisce un campione, in questo caso la campionessa più completa che l’Italia abbia mai avuto. La risposta va contro tutte le convinzioni di questo nostro tempo che ama tecnica, specializzazione e professionalità esasperate fin da bambini. La risposta è semplice: libertà e divertimento.

Divertimento significa mettere gli sci a una bambina di 18 mesi, portarla in un vialetto dietro casa, una scalinata coperta di neve al Verrand, e lasciarla scivolare dritta. «È caduta quasi subito di faccia nella neve soffice, sussultava, per un attimo ho pensato piangesse, invece rideva. Era diventato subito un gioco che facevamo per un’oretta la domenica, mai un obbligo, ma sempre un piacere. Ha fatto il primo corso per bambini a quattro anni e a sette è entrata allo sci club, ma sempre senza forzature, i bambini si devono divertire, non lavorare prima del tempo».

La prima volta di papà Daniele aveva avuto lo stesso gusto di improvvisazione e anche una certa spensierata follia: «È stato a Savona, la città dove sono nato. Avevo nove anni. Era il febbraio del 1969 e c’era stata una nevicata eccezionale, mio padre mi mise gli sci e mi portò nei quartieri più in alto, più lontani dal mare. Mi disse che dovevo stare tutto piegato per prendere velocità, mi dovevo mettere a uovo e cercare di tenere gli sci vicini. Poi mi lasciò andare in discesa. Ricordo ancora l’emozione, gli autobus che salivano con le catene e io dovevo evitarli. Fu una cosa da matti, ma andò bene e sono qui a raccontarlo».

Ci siamo seduti al tavolo da pranzo, in un angolo sta lievitando la pasta della pizza, questa sera focaccia al formaggio, omaggio alle origini liguri. Siamo alla vigilia della tappa italiana, il supergigante di La Thuile; Federica si allena sulle sue montagne e mangia in famiglia. Tutti gli occhi del mondo dello sci sono puntati su di lei, in una settimana è arrivata in cima alle classifiche e ora gioca in casa. Alzo gli occhi, la stanza è piena di trofei di ogni tipo e forma, coppe, medaglie, targhe, e poi libri e fotografie. Ma non sono tutti di Federica, perché qui hanno abitato quattro campioni e questo probabilmente ci dice qualcosa che ha a che fare con il Dna.

Non solo papà Daniele – figlio a sua volta di un ragazzo che aveva gareggiato negli anni Cinquanta con il campione olimpico Zeno Colò – che, dopo quella discesa tra i pullman di Savona, cominciò ad andare con il padre nelle piccole località sciistiche al confine tra Liguria e Piemonte. Ci prese gusto e lo iscrissero allo sci club; l’allenatore era il macellaio e li portava a fare le gare con il furgone frigo. «Ma quando diventai maggiorenne mio padre mi disse: “Basta giocare, o studi o lavori”. Frequentai per un po’ Ingegneria e poi scelsi il lavoro: maestro di sci».

La mamma Maria Rosa, detta Ninna, di cognome fa Quario. Sciatrice professionista, quattro vittorie in Coppa del Mondo nella prima metà degli anni Ottanta, protagonista della Valanga Rosa. Il fratello Davide, più giovane di tre anni, un talento frenato da troppi infortuni, maestro di sci anche lui, oggi allenatore di Federica.

C’è una cornice accanto al camino che contiene quattro foto: il primo in alto è Davide, aveva 8 anni, poi Federica che ne aveva 11, sotto c’è mamma Ninna e poi papà Daniele. Sono tutti immortalati nella stessa posizione, inclinati, sugli spigoli degli sci, stanno uscendo da una porta del trofeo di beneficenza Telefono Azzurro. È il 2001. Ognuno di loro vince nella propria categoria, ma per la prima volta Federica batte la mamma. «La Ninna si arrabbiò molto per aver perso con la figlia, mentre andavamo a casa mi disse che le avevo preparato male gli sci e l’avevo fatto apposta. C’è sempre stata una sana competizione, perfino quando giocavamo a carte».

Il primo incontro di Federica con Alberto Tomba

Continuo a guardare le foto e vedo Federica piccolissima con Alberto Tomba in Val Ferret. È l’estate prima delle Olimpiadi invernali di Albertville e Maria Rosa è andata a intervistarlo portando la bambina, il primo incontro con un grande campione. Domenica scorsa, dopo la vittoria in Svizzera, a Crans-Montana, che l’ha proiettata in cima alla classifica mondiale, la prima telefonata è stata proprio di Tomba. Sulla scala vedo la foto con il campione del cuore Kristian Ghedina, il fuoriclasse della velocità: «Era il preferito dei miei figli, simpaticissimo e giocherellone. Grazie alla mamma e al suo lavoro da giornalista hanno respirato e vissuto un mondo, ma sempre in modo allegro e spensierato».

Federica e il fratello Davide con il loro campione del cuore, Kristian Ghedina

La foto più bella è della prima gara, Federica ha il pettorale numero 13 dello sci club Courmayeur, il casco rosso e un golfone colorato. Ha sette anni e batte tutti, anche i maschi. «Alla fine della gara, mentre tornavamo a casa, Federica mi ha chiesto: “Papà, ma perché faccio le gare con il golf? Perché tutti hanno la tuta da sci e io no?” Le ho detto che non ce n’era mica bisogno: “Scia e divertiti”». Daniele Brignone quando ricorda sorride sempre: «Noi non abbiamo creato la sciatrice modello in provetta, io sono il contrario del padre di Andre Agassi che lo obbligava al tennis; non c’è stato niente di prestabilito, le scelte sono state tutte sue, figlie della sua passione e della sua tenacia».

Federica ha fatto ogni tipo di sport: l’arrampicata, l’atletica leggera – salto, corsa, lanci – il nuoto, il surf, le minimoto da cross a sei anni, a dieci le immersioni e la pesca subacquea. «Volevo che apprezzasse la vita sportiva, prendesse confidenza con il proprio corpo e con l’equilibrio». Il padre la allena insieme agli altri bambini delle categorie baby, prima, e cuccioli, poi. Qualche trucco glielo inculca quando è ancora piccola: «Ha imparato subito a fare le curve sugli spigoli, non è mai andata a spazzaneve, mi sono dimenticato di insegnarglielo…».

Quando diventa adolescente, il papà ne intuisce il talento – «L’amore per la velocità, nessuna paura e una grande sensibilità per la neve» – e si convince che diventerà una campionessa, però osserva in silenzio e aspetta. «I genitori che vogliono il campione in casa e credono di poterlo creare fanno danni. Non è solo il lavoro che fa un campione, ma anche la libertà. Le mamme e i papà devono stare sereni: se è un campione, verrà fuori, ma niente fiato sul collo».

La mamma campionessa, a differenza di quello che ci si potrebbe immaginare, resta anche lei in silenzio e non spinge mai sullo sci: «Mi ha detto subito: se vuoi, te ne occupi tu, io non ci metto becco – ricorda Daniele – le ha dato poi molti buoni consigli su come vivere nel mondo dell’agonismo e su come comportarsi con i giornalisti».

La regola di papà Brignone – che continua a insegnare a sciare ai bambini, ogni giorno – è molto semplice: «Ai genitori cerco di spiegare che non è fondamentale vincere subito e programmare ogni cosa. Devono evitare di caricare i figli di aspettative e pretese, così si soffocano i ragazzi. E poi serve solo a crescere degli infelici. Bisogna lasciare le teste libere». È l’insegnamento di Montaigne, il filosofo francese del Cinquecento che ripeteva: «È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena». Proprio così: «La chiave è non avere uno schema fisso nella testa, ma adattarlo. Bisogna rispettare il carattere dei ragazzi, il loro equilibrio, la loro morfologia. Capire chi si ha davanti».

Allora chiedo a Daniele chi è sua figlia. «Federica ha carattere, è molto competitiva, con la voglia di vincere sempre, e ha una memoria incredibile. Ho visto in televisione che nell’ultima gara a Crans, prima di partire, ripeteva tutti i passaggi della pista con il fratello. Li recita a memoria come fosse una poesia. Quando scendi a 120 all’ora è fondamentale ricordare ogni metro di pista, tutti i passaggi che devi fare. Poi è molto sensibile alla neve e alle pendenze».

Papà Daniele da quattro anni non va alle gare di Federica, questa stagione strepitosa l’ha vista soltanto in televisione: «Per due motivi. Il primo è il lavoro: alleno altri ragazzi e non ho tempo, è il mio lavoro e vivo di questo. E poi perché patisco troppo, mi agito, sto male». Questo fine settimana farà un’eccezione, Federica gareggia a La Thuile e a guardarla ci saranno anche i genitori.

Federica e Davide con il papà Daniele

E accanto a lei il fratello. Un ragazzo alla mano, solare, che anche d’inverno gira in pantaloncini corti e maglietta. È lui che sta preparando la focaccia al formaggio. Da tre anni è l’allenatore di Federica. Da quando ha abbandonato l’agonismo perché le sue ginocchia erano solo dolore. Proprio in quel momento la sorella era in crisi, le mancava continuità, non era serena. Allora, durante un viaggio in camper insieme, di ritorno dalla Svezia, Daniele ha chiesto al figlio Davide: «Perché non aiuti tua sorella a vincere in Coppa del Mondo? Hai grande occhio, le dai sicurezza e di te si fida». Così hanno cominciato a lavorare insieme, a viaggiare insieme. Vanno ovunque in macchina, Davide guida e Federica dorme, oppure ascoltano ogni genere di musica al massimo volume, soprattutto i Dire Straits.

Così lei si è ritrovata. Ha cominciato a esprimere il suo talento in modo costante: «Si può lavorare sulla testa, sui punti deboli, sulle piccole cose tecniche che possono valere quel decimo di secondo che decide se sei prima o decima. Federica c’è riuscita, si è rialzata dagli infortuni e dalle difficoltà. Avere accanto una persona di fiducia aiuta a cambiare le cose. Certo non è stato facile prendere il fratello, in un mondo competitivo e professionale la scelta familiare può sembrare un modo per ripiegarsi, chiudersi. Una cosa che all’inizio non è stata molto capita. Ma adesso funzionano alla perfezione». Il padre è al settimo cielo; poi, quando riesce ad averli a cena tutti e due, quella è felicità.

Il sole è tramontato dietro la catena del Bianco; in questo paese rimasto ancora integro la riservatezza dei montanari è rotta solo da uno striscione messo all’ingresso dell’abitato, davanti a una betulla: «La Salle, il paese di Federica Brignone». Papà Daniele mi saluta, stasera alle dieci andrà a letto e, come al solito, domani si sveglierà prima delle cinque: invece di rimanere un po’ a letto a leggere, andrà a controllare la pista di Courmayeur, dove Federica ha imparato e dove si allena ora che è a casa. Tutto appare tranquillo, senza stress, in una bellissima normalità, dove anche il silenzio ha un grande valore. Una sola cosa mi ripete, il suo mantra: «Investi nella felicità di tuo figlio, non nel risultato».