LA STORIA

L’ha portata la cicogna

15 ottobre 2021 | diMario Calabresi

Sono passati esattamente dieci anni da quando apparvero per la prima volta: una coppia di cicogne bianche si posò sul campanile della chiesa. In pochi giorni costruirono il loro nido, trasportando rami sempre più grossi. Le cicogne furono più veloci degli uomini che avevano programmato di montare un’impalcatura per restaurare il campanile pericolante. Era la primavera del 2011; a maggio di quell’anno nacquero tre piccole cicogne e nessuno osò disturbare la nuova famiglia. Quando in autunno migrarono, il nido fu rimosso e cominciarono i lavori, ma quando stavano per concludersi, nella primavera successiva, la coppia tornò e lo ricostruì da capo e gli uomini si fermarono di nuovo. Prima dell’estate vennero alla luce altre due piccole cicogne. In autunno si ripeté la stessa storia dell’anno precedente: il nido fu rimosso per concludere i lavori di restauro della cupola. Le cicogne testarde e, probabilmente convinte di aver trovato un rifugio ideale, finito l’inverno ricostruirono da capo e per la terza volta il loro gigantesco nido.

Una veduta di Cerro al Lambro con in primo piano le cicogne sul campanile (© Stefano Luciano)

Da allora la coppia di cicogne non se n’è più andata, tanto che quando i piccoli partono per la migrazione non li seguono, ma restano a Cerro al Lambro, nella loro casa in cima al campanile. Ogni mattina volano nei campi e sul fiume per tornare al nido al tramonto. In questi dieci anni hanno messo al mondo ben 28 cicogne, durante il lockdown del 2020, che in questa parte della Lombardia fu durissimo, ne sono nate addirittura quattro, un vero record. Tanto che il comune, insieme alla Lipu, ha messo all’ingresso del paese un cartello che recita “Cerro al Lambro – Paese delle Cicogne”.

La cicogna dà da mangiare al suo piccolo pullo. Su Facebook trovate una pagina dedicata alle cicogne di Cerro al Lambro (© Stefano Luciano)

Ero venuto a Cerro, invitato dall’amministrazione comunale, per l’ultima presentazione del mio libro “Quello che non ti dicono”, perché in questo territorio si svolge una parte della storia che ho raccontato: la parabola dell’industria chimica Saronio, fondata nel 1926 e rimasta in attività fino alla fine degli anni Sessanta. Ma soprattutto del centro chimico militare costruito proprio qui per produrre le armi chimiche del fascismo. 
Settantacinque anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale questo immenso spazio di 45mila metri quadrati contaminati, che contiene la fabbrica dei gas letali, si presenta abbandonato e mai bonificato. Mentre i fabbricati dove si mettevano a punto i gas cadono a pezzi, è ancora perfettamente in piedi un arco con l’aquila fascista, gemello di quello dei Fileni che Italo Balbo costruì in Libia nel 1937, per celebrare la conquista italiana, e che Gheddafi ha poi fatto distruggere. 

L’arco con l’aquila fascista ancora perfettamente intatto nella fabbrica abbandonata (© Alessandro Brasile)

La vera eredità dei due stabilimenti, quello chimico e quello militare, è stata però chiarissima grazie alle analisi fatte sulla popolazione tra il 2000 e il 2006 dalla Asl Milano 2: si è scoperto che nei comuni di Melegnano e Cerro al Lambro i carcinomi alla vescica e leucemie erano due volte superiori alla media regionale e questo appare legato alle amine aromatiche e al benzene, materiale utilizzato dall’industria chimica Saronio per produrre i coloranti e che qui era presente nella falda acquifera ancora nei primi anni Duemila. Già un’analisi del 1977, fatta tra i lavoratori della Saronio a dieci anni dalla chiusura dello stabilimento, aveva scoperto che erano colpiti dal tumore alla vescica con un’incidenza tripla rispetto alla media nazionale

Per questo ero venuto, per parlare di veleni, per raccontare una delle pagine più buie della storia italiana, per testimoniare una devastazione ambientale. E invece sono ripartito con una storia di rinascita negli occhi.
Infatti, pare che stia finalmente per partire la fase di analisi sullo stato di inquinamento del terreno e della falda che serve per poter procedere con la bonifica. A quel punto nel futuro dei bambini di Cerro e della sua frazione Riozzo, al posto della fabbrica dei veleni di Mussolini potrà, come sogna il nuovo sindaco Gianluca Di Cesare, nascere un grande bosco. E quella coppia di cicogne mi sembrano il segnale migliore, il simbolo perfetto di una nuova pagina di storia. Per questo ho voluto capire come fossero arrivate.

La cicogna appollaiata su un’antenna TV (© Rossana Beghi)

«Era un sabato pomeriggio, il 2 aprile del 2011, e all’oratorio era in corso il torneo di calcio dei bambini. Ad un certo punto ho alzato gli occhi e con grande sorpresa ho visto quattro grandi uccelli. Ho detto a mio marito: “Guarda che strani aironi si sono posati sul campanile”. Dopo pochi minuti, tutti avevano gli occhi puntati verso l’alto e tutti pensavano fossero aironi strani e difettosi. Poi qualcuno ha detto che potevano essere cicogne, visto che avevano il becco arancione. A decretare che era così ci ha pensato Google. Per tutto il fine settimana le abbiamo viste volare con dei grandi rami nel becco. Io ho cominciato a fotografarle e da allora non ho mai smesso». Rossana Beghi, architetto, assessore all’ambiente ed ecologia di Cerro al Lambro, conserva intatto lo stupore di quel giorno, che in dieci anni si è trasformato in amore per quella coppia che da allora è diventata stanziale. «Fanno parte della famiglia, siamo abituati a vederle volare con rane, pesci o bisce nel becco e il loro grande nido è talmente solido e ben costruito che anche di fronte ad eventi atmosferici estremi, in cui sono volate tegole, vasi e cornicioni, non si è minimamente mosso». Intanto nell’ansa del Lambro sono tornati i cigni, gli aironi bianchi e gli aironi cenerini.

La coppia di cicogne nel nido durante una nevicata (© Rossana Beghi)

Questa storia che la coppia di cicogne di Cerro abbia smesso di migrare e abbia scelto di abitare tutto l’anno sul vecchio campanile mi incuriosisce parecchio, la persona a cui chiedere una spiegazione si chiama Francesco Coruzzi, è il responsabile della Lipu per il progetto di monitoraggio delle cicogne in Lombardia. «Le cicogne italiane sono diventate sedentarie perché il terreno delle campagne non ghiaccia più per mesi, le marcite e le rogge nemmeno, sono le conseguenze del cambiamento climatico. Così trovano cibo tutto l’anno, anche in pieno inverno».

Non mi spiego però perché le cicogne appena nate e quelle giovani continuino a fare la grande migrazione che le spinge a percorrere tutta l’Italia lungo la costa adriatica, per poi attraversare la Calabria, la Sicilia e percorrere il passaggio più breve verso l’africa passando dalla Tunisia. Il loro punto d’arrivo è l’Africa sub sahariana, per alcune addirittura il Sudafrica. «I giovani migrano perché seguono l’istinto, negli adulti invece subentra il fattore apprendimento che poi, nel tempo, prevale sull’istinto di migrare».
Coruzzi mi racconta che nelle migrazioni la cicogna vola solo di giorno, che può percorrere sessanta chilometri in un’ora, che parte ogni anno intorno a Ferragosto e torna l’anno successivo nel mese di aprile e che lo fa per 20-25 anni che è la vita media di una cicogna.

La cicogna fa ritorno al nido dai suoi pulli (© Rossana Beghi)

«La tradizione della cicogna che porta i bambini – mi spiega – ha un valore mitologico nel mondo nordico, in quello mediterraneo invece, a partire dall’antica Grecia, è simbolo di accudimento perché la cicogna migratrice tornava ogni anno nello stesso nido, tornava a casa. È quello che accade anche qui, ma non solo a Cerro, ma nella provincia di Milano a Rozzano, a Lacchiarella, Liscate e Zibido San Giacomo, tutti paesi a sud della linea dei fontanili, quella che segue il Naviglio grande e poi il Canale della Martesana, perché grazie alle vie d’acqua il terreno è diverso e le temperature più miti». 
A Cerro e Riozzo però questa storia ha un significato più profondo, coincide con la speranza e la costruzione della rinascita, per questo ogni sera al tramonto tutti alzano gli occhi verso il campanile.