IL LIBRO

L’era della Rete

28 maggio 2021 | diCesare Martinetti*

“Cosa accadrebbe a Internet se il genere umano sparisse all’improvviso dalla Terra? Le telecamere di sorveglianza nelle strade di Pechino continuerebbero a riprendere i semafori ormai inutilizzati, i pagamenti del vostro mutuo onorerebbero le scadenze prefissate, i camion a guida autonoma che prelevano il minerale nelle miniere non si fermerebbero, i robot che smistano le merci nei depositi di Amazon continuerebbero a stoccare, gli spider di Google setaccerebbero siti che più nessuno visiterebbe per rispondere a domande che più nessuno farebbe…”

In altre parole Internet ha una sua vita autonoma ed è ormai indissolubilmente intrecciato alla vita quotidiana di ciascuno di noi, molto più di quanto non ne siamo consapevoli. Il suo controllo è diventato “una declinazione del potere politico”.  Accesso, neutralità, ordine pubblico, libera diffusione del sapere, concorrenza, infrastrutture strategiche come telecomunicazioni, sanità, energia, difesa, dipendono e dipenderanno sempre di più dalla Rete. È per questo che Massimo Russo, giornalista con esperienze manageriali nel campo dell’editoria digitale, oggi direttore di Esquire, afferma senza incertezza che c’è bisogno di un nuovo umanesimo, una consapevolezza individuale per affrontare il mondo nuovo senza esserne esclusi o travolti. Un “Habeas identitas” da affiancare all’“Habeas corpus” su cui si è costruita la civiltà europea. Non una nuova cattedrale istituzionale, ma una rete, non una battaglia sovranista, ma di sovranità, un governo adatto alla fine dell’epoca dei territori, capace di mettere a disposizione di tutti gli atout di questa nuova era: capacità di calcolo, dati, intelligenza artificiale. 

Il nuovo saggio di Russo si intitola “Statosauri. Guida alla democrazia nell’era delle piattaforme” (editore Quinto Quarto) ed è un libro necessario per capire bene a che punto siamo. È il racconto della nuova era “battezzata” il 29 ottobre 1969, quando tra le università di Los Angeles e Stanford venne trasmesso via Arpanet il primo pacchetto di dati. Da allora si è aperto un nuovo campo di gioco, nel quale i beni fisici si stanno trasformando in software, programmi, conoscenza, trasmissibili a tutti e fra tutti in tempo reale. È la “Net Age”, l’era delle piattaforme, dove i confini fisici sono scomparsi superati dalla connessione permanente grazie alla quale soggetti privati come Facebook, Google, Apple, Amazon sono diventati più ricchi e potenti degli stati nazionali, producono profitti più importanti delle economie del G7, e il business generato li ha deformati in detentori di un potere ambiguo, pur fondato sul libero accesso alla conoscenza (nel caso Google) o la costruzione di comunità aperte (Facebook) com’era nel loro slancio originale. 

Vecchio e nuovo mondo si affrontano in uno scontro senza esclusione di colpi. Prendiamo la Russia di Putin. Da una parte manovra i suoi troll sulle piattaforme social per influenzare le campagne elettorali dei paesi amici e nemici, in una specie di trasposizione digitale dell’antica pratica sovietica della “disinformatsija”. Dall’altra, dopo aver cercato di avvelenarlo, spedisce l’oppositore Alexey Navalny nella colonia penale di Pokrov nel nulla geografico all’est di Mosca. La storia del duello (che trovate raccontata in tutti i dettagli nel nuovo libro di Anna Zafesova “Navalny contro Putin”, Paesi Edizioni) è quanto mai simbolica di questo conflitto perché il 46enne avvocato di Mosca è il primo dissidente-politico 2.0 a sfidare l’autocrazia post sovietica di Vladimir Putin. Navalny ha denunciato e ridicolizzato su YouTube il leader, il suo clan, la corruzione del sistema costruendo in rete una rete di denuncia e di attivismo alla quale il potere ha reagito col manuale dell’antico regime: polizia in piazza, manette per i manifestanti, divieto di candidarsi per Navalny e i suoi e infine la colonia penale, come un tempo Dostoevskij o Solzhenicyn. Il duello Navalny-Putin è forse la più plastica e simbolica rappresentazione della guerra tra vecchia e nuova politica. 

Più sofisticata la Cina, che per sostenere e promuovere il 5G modello Huawei ha elaborato una proposta atta a trasformare il protocollo internazionale di Internet che secondo il Financial Times avrebbe l’effetto di balcanizzare la rete. Un grande Firewall al quale hanno subito aderito con entusiasmo – e non a caso – Russia, Arabia Saudita e Iran. Tuttavia, a dispetto di tanta esibizione di hi-tech, il confuciano Xi Jinping di fronte alla rivolta dei giovanissimi nerd di Hong Kong per ottenere elementari diritti politici ha reagito come il vecchio Deng trentadue anni fa a Tienanmen: botte e carcere. Sia nel mondo digitale che in quello analogico l’impulso totalitario di Pechino resta intatto. 

Ma nemmeno le democrazie liberali uscite vittoriose dalla guerra fredda sono state capaci finora di affrontare gli effetti della società aperta e la turbo globalizzazione indotta dalla tecnologia digitale. La conseguenza è una sfiducia generalizzata nelle istituzioni democratiche tradizionali, la sensazione generale di insicurezza a cui sembrano capaci di rispondere solo i “sovranisti” e cioè quelli che negano la nuova era. Brexit a Londra; Marine Le Pen-Mélenchon in Francia, dove estrema destra ed estrema sinistra convergono su molti punti nella critica del presente; Allianz für Deutschland a Berlino; i nazional populisti al potere in Polonia e Ungheria; in Italia – in modo diverso – con le rivendicazioni nazionaliste di Salvini-Meloni. E naturalmente tutto quello che ha rappresentato il fenomeno Donald Trump negli Stati Uniti. Tutti non casualmente sostenuti in modo più o meno aperto da Vladimir Putin. 

Per Massimo Russo la soluzione è l’Europa, un’Unione della conoscenza, non fondata sui territori, ma sulla condivisione di interessi e di comunità, con una cittadinanza aperta e inclusiva. Esistono esempi concreti e realizzati come l’Estonia con il suo programma di e-citizenship o la Finlandia che offre cittadinanza a chi si occupa di nuove tecnologie. Per far politica nella Net Age servono cittadini consapevoli, non sudditi delle piattaforme né nostalgici dei territori. Possiamo anche illuderci che non sia vero, ma il mondo si apre, non si chiude.


*Cesare Martinetti (Torino, 1954), giornalista dal 1976: “Gazzetta del Popolo”, Ansa, “la Repubblica”. A “La Stampa” dal 1986. Inviato, corrispondente da Mosca, Bruxelles e Parigi, vicedirettore. Due libri, “Il padrino di Mosca” (1995) e “L’autunno francese” (2007), entrambi editi da Feltrinelli.