IL MODELLO

Le ragazze del caffè

23 aprile 2021 | diAnna Dichiarante

«Il caffè era l’idea perfetta: legata alla tradizione partenopea, ma non banale». Imma Carpiniello riavvolge il nastro dei ricordi fino al 2010, quando decise di fondare la Cooperativa Lazzarelle e di cimentarsi nelle vesti di imprenditrice all’interno del carcere di Pozzuoli, uno dei quattro istituti penitenziari interamente femminili d’Italia: «Ho cominciato a frequentare la Casa circondariale tramite l’Osservatorio sulle condizioni di detenzione e ho potuto ascoltare le esperienze delle donne che ci vivevano. Ho notato quanto fossero deluse dalle opportunità limitate ed estemporanee di formazione o lavoro. Allora ho pensato di costruire qualcosa che fosse stabile e che non ricadesse nello stereotipo delle classiche occupazioni muliebri». Da quel giorno, i corsi di découpage cedettero il posto a una torrefazione. A cui, oggi, si affianca un bistrot nel centro storico di Napoli.

Le lavoratrici della Cooperativa Lazzarelle preparano le confezioni di caffè nella torrefazione che gestiscono all’interno della Casa circondariale femminile di Pozzuoli

Così, a Pozzuoli si applica il dettato della legge sull’ordinamento penitenziario. L’articolo 20 di quel testo stabilisce che il lavoro, fondamento della nostra Repubblica, debba essere favorito in ogni modo anche all’interno delle carceri. Anche qui dev’essere remunerato, non afflittivo e organizzato con gli stessi metodi adottati nella società libera. Princìpi che faticosamente vengono tradotti in pratica per circa un terzo della popolazione carceraria. Tra risorse insufficienti e ripercussioni del sovraffollamento, a incontrare maggiori difficoltà nel vedersi riconosciuto tale diritto sono le donne: una minoranza (poco più del 4% sul totale dei detenuti) di solito relegata in sezioni dentro agli istituti maschili e spesso destinata a raccogliere le briciole del trattamento. Predisporre appositamente per loro le diverse attività mirate alla rieducazione non sempre conviene.

Eppure, la rotta si può invertire. Imma l’ha dimostrato. E l’ha dimostrato la Cooperativa Alice con la “Sartoria San Vittore”, aperta nel 1992 nella sezione femminile dell’omonima Casa circondariale milanese. A questo laboratorio, dove si confeziona abbigliamento secondo i dettami della moda sostenibile, si sono aggiunti quelli nelle carceri di Bollate e Monza: oltre 450 donne hanno potuto formarsi, lavorare e intraprendere percorsi di reinserimento sociale; molte, dopo aver scontato la pena, hanno proseguito la riabilitazione nella sede esterna della cooperativa. Ma la loro peculiarità è la produzione di toghe per magistrati e avvocati. Le detenute cuciono il tessuto nero con i bordi in raso o in velluto, decorano i bavaglini con il pizzo, eseguono le plissettature a mano: ciascun punto dato con ago e filo rammenda lo strappo tra loro e il mondo della giustizia. Sono in migliaia a indossare le loro creazioni nelle aule di corti e tribunali.

A Venezia, invece, nella Casa di reclusione femminile della Giudecca dal 2001 nascono i cosmetici delle quattro linee a marchio “Rio Terà dei Pensieri” (dal nome della cooperativa che gestisce i laboratori). Sotto la supervisione di un responsabile tecnico, le detenute producono creme, shampoo, gel doccia, sapone e profumi che derivano da formule originali. L’offerta è ampia: dagli articoli naturali a quelli per bambini, fino ai set personalizzati per alberghi e bed&breakfast. Una parte delle materie prime, peraltro, arriva direttamente dall’orto curato da altre detenute nei seimila metri quadrati di terreno di cui l’istituto dispone. Quaranta varietà di ortaggi, frutta, fiori ed erbe aromatiche sono le eccellenze di agricoltura biologica che si trovano in vendita una volta alla settimana presso il banchetto allestito dalle stesse coltivatrici.

I sacchi con i chicchi di caffè pronti per essere lavorati nella torrefazione delle Lazzarelle

Poi c’è il modello Pozzuoli, appunto. «La torrefazione – racconta Imma – ha preso forma grazie agli spazi concessi in uso nel carcere dall’Amministrazione penitenziaria e grazie ai fondi regionali per startup con cui abbiamo acquistato i macchinari, allacciato le utenze e sostenuto il primo anno. Era un ambito inesplorato per tutte noi e ho chiesto aiuto a miei amici, mastri torrefattori napoletani. Ci hanno consigliato nella scelta dell’attrezzatura, ci hanno insegnato come distinguere i tipi di caffè e come miscelarli. Certo, all’inizio abbiamo combinato qualche guaio… Mentre scaricavamo i sacchi di caffè, persino gli agenti di polizia penitenziaria ci guardavano perplessi. Eravamo una novità, entravamo in un mercato dominato dagli uomini. Tant’è vero che il termine “torrefattrice” indica la macchina, non la persona. Ma noi siamo riuscite ad affinarci, a superare le diffidenze di fornitori e clienti, ad affermarci puntando su qualità e affidabilità».

La torrefazione delle Lazzarelle, nel carcere della cittadina alle porte di Napoli

Le Lazzarelle (adolescenti un po’ pazzerelle nel dialetto napoletano) sono cresciute. In un decennio, circa sessanta detenute si sono passate il testimone e hanno imparato il mestiere in torrefazione. Vengono impiegate in gruppi di tre o quattro, tutte sono assunte, seguite e guidate al momento della liberazione. «Molte di loro non hanno mai lavorato o l’hanno fatto senza un contratto – spiega Imma – quasi nessuna perde l’occasione di cambiare vita, se il carcere le fornisce gli strumenti adeguati. In generale, le statistiche mostrano che il 68% di chi non ha lavorato durante la detenzione riprende a delinquere; il tasso di recidiva, invece, scende a livelli marginali tra chi si è confrontato con una professione. E lo stipendio consente di provvedere alle spese di mantenimento. Altrimenti si esce dalla cella con lo stigma e con il debito verso il Ministero della Giustizia».

L’interno del bistrot che la Cooperativa Lazzarelle ha inaugurato nel luglio 2020 nella Galleria Principe di Napoli

La pandemia ha complicato le cose e ha provocato una contrazione della domanda di caffè. Adesso nella torrefazione è operativa una sola detenuta. Imma e le altre, però, non demordono. La scorsa estate si sono armate di coraggio e hanno inaugurato, a Napoli, il “Lazzarelle Bistrot”: «È la nostra vetrina, il luogo “fuori” dove la gente può darci un volto e dove le ragazze mettono in pratica le competenze acquisite “dentro”».

Le origini del progetto risalgono al 2015, quando la cooperativa partecipò a un bando per la rigenerazione urbana. Due anni più tardi, le fu assegnato un locale all’ingresso della Galleria Principe di Napoli: il più antico corridoio commerciale del capoluogo campano, costruito nella seconda metà dell’Ottocento, si trova di fronte al Museo archeologico nazionale e all’Accademia di Belle Arti, ma anche vicino al Conservatorio di San Pietro a Majella, al Teatro Bellini e ad alcuni dipartimenti universitari. Uno scorcio di città dall’aria parigina, adatto per il bistrot. Così, dopo aver atteso che fosse smontata l’impalcatura per il restauro di una facciata della Galleria e dopo aver incassato la promessa di finanziamento da parte delle Fondazioni Charlemagne e San Zeno, nel futuro bar delle Lazzarelle partì la ristrutturazione.

Dopo poche settimane, però, un timpano della Galleria si sgretolò. Calcinacci, imbragatura, accertamenti. Tutta la struttura fu chiusa per il pericolo di ulteriori crolli e soltanto nel giugno del 2019, con la stesura delle reti anti-caduta, fu riaperta. «Eravamo bloccate – riprende Imma – non c’erano informazioni su come si sarebbe evoluta la situazione e l’incertezza spinse una delle fondazioni a investire altrove il denaro stanziato per noi. Fortunatamente, riemerse dallo stallo, abbiamo via via recuperato anche il finanziamento». Nonostante gli ostacoli, nel febbraio 2020 il “Lazzarelle Bistrot” era pronto a servire le prime tazzine di espresso. Ma il virus si avvicinava e Imma aveva intuito che era meglio non esagerare con le scorte in dispensa. Il Paese era sull’orlo della quarantena.

L’esterno del “Lazzarelle Bistrot”, nella Galleria Principe di Napoli, in uno dei giorni di lockdown

«L’attività era congelata, ma l’affitto andava pagato – ammette la fondatrice della cooperativa – non potendo più rimandare, a luglio ci siamo buttate e abbiamo tagliato il nastro! Pur nell’alternanza dei periodi di lockdown, siamo riuscite a restare aperte ricorrendo ad asporto e consegne a domicilio o funzionando come bottega. Solo da marzo ci siamo fermate, perché i costi sarebbero stati eccessivi. Il bilancio complessivo, comunque, è soddisfacente». Imma vuole essere ottimista, soprattutto per le detenute che lavoreranno nel bistrot: «A pieno regime saranno quattro. Finora abbiamo potuto impiegarne una, Teresa, che è stata in torrefazione e ha ottenuto il beneficio del lavoro all’esterno. A fine pena si conclude anche il rapporto con noi, è la regola per garantire l’avvicendarsi delle ragazze e per lasciare che quelle tornate libere conquistino la loro autonomia. In carcere si smarriscono l’indipendenza e la consapevolezza delle proprie abilità».

I tavolini del “Lazzarelle Bistrot” affollati nel periodo di apertura estiva

A confortare Imma è la risposta positiva del pubblico. Innanzitutto, della rete sociale che nel tempo le Lazzarelle hanno intessuto da Nord a Sud e che ha assicurato continuità sia nelle vendite di caffè sia nel rifornimento. «Acquistiamo i chicchi da importatori che rispettano i diritti dei contadini e il nostro marchio viene scelto da numerose realtà del mondo equo e solidale. Poi c’è il circuito carcerario, dove compriamo le specialità per il bistrot: dai biscotti sfornati dai minorenni del “Malaspina” di Palermo ai taralli prodotti nel reparto maschile ad alta sicurezza di Trani. Naturalmente l’aspetto etico si accompagna alla qualità. Anche se scoprono il nostro locale per curiosità o per caso, i clienti devono affezionarsi perché ciò che offriamo è buono. È il motivo per cui ho coinvolto nella squadra la chef Marcella Tagliaferri».

Da sinistra: Marcella Tagliaferri, chef del “Lazzarelle Bistrot”, Imma Carpiniello, fondatrice della Cooperativa Lazzarelle, e Teresa, lavoratrice della torrefazione poi passata al bistrot

Il bistrot, quindi, è stato immaginato come un trampolino di lancio per la rinascita delle detenute. «Per certi versi, il loro destino è parallelo a quello della Galleria – dice Imma – questo angolo di Napoli è stato a lungo abbandonato nel degrado, mentre se ne dovrebbero sfruttare le potenzialità. In effetti, qualcosa sta cambiando: si sono tenute delle mostre all’aperto, ci sono negozi nuovi ed è bello vedere il viavai di persone. Prima i cancelli venivano sbarrati alle 20, da quando c’è il bistrot chiudono più tardi. Purtroppo mi preoccupa la battuta d’arresto subita dal turismo a causa della pandemia. E non solo per il nostro giro d’affari. La maggioranza delle ex detenute aveva trovato lavoro nella ristorazione o nella filiera ricettiva, ma parecchie l’hanno perso nell’ultimo anno».

(Foto @ros_enbata)