LE IMMAGINI

Le nostre finestre sul mondo

20 marzo 2020 | diMario Calabresi

Stiamo vivendo qualcosa di eccezionale, che non avremmo mai immaginato e di cui conosciamo l’inizio ma non la fine. Forse un giorno ci ricorderemo di questo tempo come di quello in cui “siamo stati alla finestra”. In attesa di ricominciare a vivere. Per testimoniare questo momento ho pensato – insieme a Giulia Ticozzi, che è stata photo editor della “Stampa” e di “Repubblica” – di chiedere ad alcuni grandi fotografi di condividere il loro punto di vista. Questo viaggio italiano comincia oggi con Francesco Zizola, Pietro Masturzo, Annette Schreyer e Stefano Schirato. Ognuno di loro ci ha mandato un breve racconto e le immagini. Io vi spiego chi sono.

Le immagini/1
Una finestra sull’inquietudine

di Francesco Zizola

«Sono passati solo 12 giorni da quando ho iniziato l’autoisolamento a Roma. Inizio a essere consapevole che ci saranno altre settimane, se non mesi, di responsabile distanza dai miei simili. Le domande che crescono sono tante, così come le inquietudini. Ma inizio a pensare che siamo di fronte anche a una grande occasione: avremo tempo non solo per riflettere sulle nostre vite, sulle nostre felicità e infelicità o sull’importanza dei nostri affetti, ma anche e soprattutto sul nostro futuro. Credo che questa sia una buona occasione per riflettere sulla questione dei limiti. E sul sistema che si basa ancora sull’infinita crescita, dentro un sistema finito che è la nostra Terra. L’immagine che ho scelto è una foto in cui sovrappongo l’interno e l’esterno, le luci e le ombre, e in cui si intravedono i libri su cui passerò molto del mio tempo nelle prossime settimane. Due libri di cui consiglio la lettura sono “Limite” di Serge Latouche e “Tracciare la rotta” di Bruno Latour».

Chi è Zizola, di Mario Calabresi

Sei o sette anni fa, sono entrato in una piccola galleria di Roma e sono rimasto folgorato da una foto scattata di notte su una spiaggia di Rio de Janeiro, di fronte all’Atlantico in tempesta. Mi affascinava la forza dell’onda e la tranquillità di due ragazzi nell’acqua. Mi sembravano perfettamente coscienti del fatto che serva avere il coraggio di tuffarsi di testa per passarci attraverso, che le onde della vita bisogna affrontarle. Ho scoperto che autore dello scatto era un grande fotografo, Francesco Zizola, vincitore di dieci World Press Photo, un uomo che ha studiato antropologia e che scava nelle storie dei popoli e delle persone.

Quella non era solo una bella foto e così l’ho portata a casa, facendola diventare ispirazione e monito a non temere l’onda e ad avere il coraggio di affrontarla. Quando ho finito di scrivere il mio ultimo libro, “La mattina dopo”, e si doveva scegliere la foto per la copertina, ho alzato gli occhi, ho guardato quell’immagine di Zizola e non ho avuto dubbi.

Zizola ha passato trent’anni a documentare le ragioni per cui la gente fugge dalla fame o dalle guerre e migra, fino a raccontare la traversata del Mediterraneo con il lavoro “In the same boat”. Oggi ha scelto di approfondire, di andare oltre la cronaca, e usa la sua grammatica visiva per indagare la relazione tra l’uomo e l’ambiente. Francesco fa parte di @noorimages e ha appena lanciato l’iniziativa #myphotoquarantine con la galleria @10bphotography.


Le immagini/2
Siamo animali che hanno bisogno di comunicare

di Pietro Masturzo

«Ho scattato queste foto a Milano vicino ai Navigli, quasi alla Darsena, nella zona dove ho abitato per molti anni. È una delle aree di Milano dove la gente sta più per strada, dove si va a prendere l’aperitivo, dove in qualsiasi stagione e con ogni tempo tutti sono sempre all’aperto. Ora è svuotata, i marciapiedi sono deserti. Ma nel Dna di questa zona c’è lo stare insieme e, allora, questo avviene alle finestre. Ogni giorno alle 18, invece dell’aperitivo, in via Corsico organizzano una sorta di assemblea popolare: tutti si affacciano e si raccontano come stanno vivendo. Un modo per condividere questa condizione di reclusione. Ho ritratto una ragazza con un microfono che raccontava la sua esperienza di vita in Australia; dai balconi le facevano un sacco di domande, volevano sapere le abitudini, chiedevano che cosa si mangia. Quello che mi ha sempre interessato nel mio lavoro è questa necessità di comunicare, in particolare in situazioni di crisi e di difficoltà. Siamo animali che hanno il bisogno di condividere. Siamo nella seconda settimana della quarantena: oggi la gente canta, ma non sappiamo come sarà la prossima settimana, se urleremo di rabbia. Sarà lunga e per ora siamo alla condivisione dell’esperienza. Speriamo che la solidarietà cresca, invece di diminuire. Siamo solo all’inizio».

Chi è Masturzo, di Mario Calabresi

Nato a Napoli nel 1980 e cresciuto nella penisola sorrentina, Pietro Masturzo da un anno abita nella montagna piemontese, di fronte al Monte Rosa, insieme a Nina, che ha 4 anni, e Tobia, 4 mesi. È tornato a Milano, nella zona dove ha vissuto a lungo, per vaccinare il figlio e ha provato una sensazione scioccante nel vederla così svuotata, senza i tavolini dei bar, con le file fuori dai supermercati e con bandiere e striscioni alle finestre.

Proprio una sua immagine di balconi, nel 2010, era stata premiata come foto dell’anno dal World Press Photo. L’aveva scattata l’anno prima a Teheran, dopo le elezioni presidenziali iraniane in cui aveva rivinto Ahmadinejad. Si vedevano donne sui terrazzi che mandavano messaggi, protestavano contro il regime e gridavano: “Allah è grande e morte al dittatore”. Ora Pietro si preparava a partire per raccontare l’America nel tempo della campagna elettorale, ma tutto si è fermato e così lui si è chiuso in un piccolo paesino di 30 abitanti, in cui tutti si conoscono ma adesso si parlano dalle finestre.


Le immagini/3
In equilibrio tra dentro e fuori

di Annette Schreyer

«Ho scattato le mie foto a Catania, volevo raccontare la vista dall’interno dell’isolamento, con le sue ripetizioni e gli sguardi sugli scorci sempre uguali, ma che cambiano a seconda dei momenti, della luce e dell’umore. La fotografia in questo momento, per me, è come un tentativo di dare struttura a giornate che, altrimenti, sono complicate perché senza ritmi e abitudini, quasi ovattate. Prima di tutto, ho pensato di guardare fuori dalle finestre con maggiore consapevolezza, mi sono concentrata sull’osservare gli scorci, sullo scoprire cosa si vede davvero. Mi sono fatta la domanda: se chiudessi gli occhi, potrei descrivere cosa ho davanti? Ho mai osservato bene fuori dalla finestra per essere capace di ricordare e descrivere esattamente cosa si vede? Mi sono resa conto che spesso guardiamo, ma non vediamo. Poi ho realizzato che ora “il fuori”, come tutto ciò di cui si è privati, è diventato di colpo prezioso e io ho già nostalgia. In queste foto, però, ho voluto mischiare il dentro e il fuori, a simboleggiare quello che stiamo vivendo: siamo costretti a riflettere sulla nostra situazione, a fare i conti con una nuova realtà e con noi stessi».

Chi è Schreyer, di Mario Calabresi

Tedesca di Monaco, drammaturga prima che fotografa, Annette Schreyer ha un’attenzione particolare al ritratto e i suoi soggetti sono in prevalenza femminili. Nella sua fotografia c’è un richiamo continuo al teatro, all’idea di raccontare storie partendo dalle persone. Il suo ultimo lavoro è una serie sulle donne che leggono, ispirata al fenomeno dei libri di Elena Ferrante che ovunque ha visto leggere.

Annette ha una gemella identica che vive a Toronto, dove è regista di teatro. Hanno studiato entrambe drammaturgia e hanno vissuto insieme fino a 26 anni, quando si sono staccate: la sorella ha scelto il Canada, lei invece si è orientata verso l’Italia con una tesi su Pasolini. Sono finite lontanissime, ma si sentono e vedono ogni giorno. Il coronavirus le ha riportate nella stessa situazione: «Le hanno chiuso il college dove stava facendo la regia di un lavoro teatrale, il “Galileo” di Brecht – spiega Annette, parlando della gemella – ha una bambina di due anni e mezzo, ma loro non sono ancora in quarantena e ogni giorno vanno al parco giochi. Ho detto ai miei genitori e a lei di sfruttare la mia esperienza: avete un vantaggio di due settimane, cercate di organizzarvi, siate più cauti. Arriveranno gli stessi decreti anche da voi, non fatevi cogliere di sorpresa». Sui gemelli nell’adolescenza, Annette ha pubblicato un libro di foto dal titolo “Same but not”.


Le immagini/4
Il mondo illuminato da un telefono

di Stefano Schirato

«All’inizio era tutto chiuso, c’era un silenzio totale, angosciante. Pescara era vuota, non si incontrava nessuno per le strade e le finestre erano sigillate. Ognuno si era rifugiato dentro casa. Piano piano, nel fine settimana, la gente ha cominciato ad aprire la finestra, prima per guardare cosa succedeva, poi per salutare, per vedere come stavano i vicini. Le finestre si sono popolate, la vita è tornata ad affacciarsi sul mondo esterno. Molti ragazzi si sono messi a telefonare alla finestra, a fotografare, a fare video. Abbiamo cominciato a chiacchierare. Ho sentito molti farsi coraggio, scambiarsi la forza per resistere. Abbiamo scoperto che le finestre e i balconi sono la nostra valvola di sfogo, abbiamo cominciato a cercarci e basta un cenno, uno sguardo, per far partire un discorso. C’è una voglia di contatto che cresce ogni giorno di più. Le famiglie si sono fatte contagiare dai flash-mob, genitori e figli insieme, partecipano a ogni idea che restituisca la voglia di essere parte di una comunità. Mi è piaciuto coglierli di sera, sulla soglia tra la loro intimità e la partecipazione».

Chi è Schirato, di Mario Calabresi

Stefano Schirato è un fotografo freelance che ha scoperto la sua vocazione sul confine tra il Messico e gli Stati Uniti. Aveva 23 anni e amava fotografare la natura e i grandi paesaggi. Era partito per l’America con una sola meta: il Grand Canyon. Poi era arrivato in California e la curiosità lo aveva portato a varcare la frontiera, a scoprire Tijuana, le prostitute da un dollaro, i ragazzini che sognavano di passare dall’altra parte. Era l’estate del 1997 e quel giorno capì che gli ultimi, e non i panorami, sarebbero stati il motore della sua fotografia.

I suoi lavori sono pubblicati su giornali e riviste di tutto il mondo; la sua foto più potente l’ha scattata nel settembre 2015 sulla rotta balcanica, quel percorso tra le isole greche e la Germania che ha coperto per due anni.

Rappresenta una Pietà contemporanea: qui non ci sono Maria e Gesù, ma c’è un padre siriano che porta il figlio disabile sulle spalle, cercando di raggiungere il porto di Mitilene, a Lesbo, e che si ferma per riposare. Il lavoro a cui Stefano è più legato è quello che porta avanti da cinque anni nella terra dei fuochi, su cui ha pubblicato il libro “Terra mala”.